L’ occasione per un’intervista ad otolab nasce in seguito ad un evento, realizzato venerdì 16 gennaio scorso dalla Galleria O’ di Milano, in collaborazione con Marco Mancuso, direttore di Digicult. Una serata di incontro e discussione con alcuni componenti del collettivo milanese giunto ormai al suo ottavo anno di vita, ed insieme di presentazione di due tra i loro lavori più recenti, “Circo Ipnotico” e “Giardini Neri”, presentato in anteprima nazionale proprio in questa occasione.

Alcune ore trascorse insieme hanno portato all’interno dello spazio di una galleria il fenomeno otolab, inteso non solo come realtà artistica, ma anche e soprattutto come dinamica di relazione e di condivisione, che è poi l’essenza di questo collettivo che negli anni si è configurato come un nucleo rizomatico in grado di aggregarsi e di aggregare, attraversare mondi diversi e generarli. Un sistema aperto e complesso, nel quale la relazione dei singoli elementi genera qualcosa di inaspettato e non previsto. Una complessità spontanea e mutevole, costituita dalle diverse esperienze e attitudini di ciascun membro del collettivo, che negli anni otolab è riuscita a far diventare metodo, metodo di relazione e di lavoro, di sperimentazione audiovisiva laboratoriale, di approccio allo strumento tecnologico e di interazione con il pubblico.

Un pubblico che è riflesso di otolab, aggregato e mescolanza di provenienze e contesti. Pubblico composito come quello presente alla serata alla Galleria O’, un’umanità molto varia aggregata dall’interesse per il collettivo. Intento dell’incontro è stato accostare due live assolutamente diversi, Circo Ipnotico e Giardini Neri, al fine di restituire l’eterogeneità della produzione raggiunta dal gruppo, comparare due poetiche e due pratiche del live audiovisivo di otolab assolutamente diverse. L’improvvisazione analogico-digitale, la violenza del trip audiovisivo di “Circo Ipnotico”, insieme al viaggio interiore e quasi cinematografico di “Giardini Neri”.

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“Giardini Neri” rappresenta un elemento nuovo, non solo cronologicamente, nella produzione di otolab, un esperimento che si discosta da uno stile spesso caratterizzato dalla rigorosa riduzione della forma visiva. Quest’ultimo live concede all’occhio un percorso in forme tridimensionali, permette allo spettatore di ritrovare elementi vegetali in uno scenario immerso in evanescenze atmosferiche, luci filtrate e riflesse sull’acqua. Un immersione nel buio, che è buio ambientale ma anche interiore. Un aspetto non ancora esplorato da otolab, quello della narrazione come racconto, dell’ambiente generato a riflettere un’interiorità.

Molti lavori di otolab attraverso la stimolazione audiovisiva agiscono all’interno dello spettatore, lo conducono a sperimentare la propria percezione. Il viaggio di “Giardini Neri” è invece emanazione emotiva, i sensi si trasportano in suggestioni sospese quanto oscure, le immagini scandagliano paesaggi deserti e traghettati dal suono. Fino all’implosione finale segnata dall’acqua. L’immagine dell’elemento liquido, dal realismo sintetico del 3D, improvvisamente si disgrega verso la sua struttura grafica, un varco aperto nella mente e nell’immagine, verso un tunnel optical, un inconscio percettivo. Un’iniziazione a nuova vita dell’immagine, una resurrezione percettiva che segna un doppio limite, un passaggio che viaggia su due piani paralleli: quello formale dell’immagine, dal figurativo all’optical, e quello simbolico, l’oltre di uno stato interiore, individuale. L’immagine 3D dell’acqua, che è un tipo di immagine realistica, improvvisamente si apre verso la sua struttura. Tutto ciò può essere letto come uno svelamento della natura dell’immagine, di quello che appare come reale e che invece nasconde una struttura sintetica, e allo stesso tempo come abbandono di ambienti percettivi familiari, la forma reale, spinta verso la pura visione, scomposta ed orchestrata nella geometria elementare dei bianchi e dei neri.

“Giardini Neri” è quindi lo spunto dal quale partire con un’intervista ad otolab per Digicult, intervista quanto mai necessaria che vede ancora una volta l’incontro fra due realtà, otolab e Digicult, che spesso negli anni hanno intrapreso percorsi comuni, collaborazioni, incroci professionali e personali.

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Claudia D’Alonzo: Partiamo da Giardini Neri: mi parlate di come è nato, come si è sviluppato il lavoro su questo progetto?

Xo00: E’ nato da una malattia mentale di Mud, che si è espressa mentre eravamo in tour in Messico: è rimasto una settimana chiuso in casa, nel posto più soleggiato del mondo. Poteva fare qualsiasi cosa, invece è rimasto una settimana chiuso in casa a esprimere questa idea che aveva in testa. In effetti il progetto viene da Mud sia per l’audio che per il video. È stato poi integrato da altri di otolab. Androsyn, Dies_ e me

Mud: Androsyn ha contribuito enormemente al 3D di tutte le parti più complesse. I fluidi, i sistemi particellari, sono stati possibili solo grazie a lui, con competenze molto specifiche che non erano assolutamente diffuse in otolab.

Androsyn: Il mio intervento seguiva comunque un progetto ben definito, lo strumento delle particelle e dei fluidi non è stato usato con una finalità prettamente tecnologica o algoritmica, era necessario per lo sviluppo di alcuni elementi durante la parte di rifinitura finale. Gran parte del progetto era già completo, ma mancavano alcune modalità di espressione dell’ambiente.

Mud: Finchè ho lavorato da solo, Giardini Neri rimaneva una serie di quadri audiovisivi, che però non avevano una struttura, una tensione narrativa completa. Erano piuttosto delle stanze, delle zone che si succedevano. La svolta è stata quando, dopo aver mollato il progetto per un po’ di mesi, l’ho rimesso sul tavolo per preparare un nuovo live e ho chiesto a Dies_ di darmi una mano a prendere delle decisioni sull’audio. L’apporto di Dies_ è stato molto importante ai fini del racconto.

Xo00: Comunque, l’idea di fondo c’era, cioè che è un viaggio nei giardini dell’anima. Le stanze che necessitavano di un collegamento, di un viaggio unico che le attraversasse.

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Claudia D’Alonzo: In quel momento sono intervenuti gli altri otolab?

Mud: Esatto. Nell’audio ho utilizzato dei campioni audio di Dies, di Scrub e di Chiara Frantini, una mia stagista, dando loro una struttura. Al di là della struttura musicale, dal punto di vista audiovisivo, la questione era dare un racconto valido in senso drammaturgico. Si sentiva che questa successione di stanze, per quanto belle, per quanto interessanti singolarmente, mancava di apertura. E’ stata un’occasione per fare delle riflessioni ulteriori. Ci è sembrato di intravedere nell’acqua un elemento attraverso il quale accedere all’infinito. La deriva optical del finale rappresenta il passaggio verso l’assoluto, da un mondo figurativo e contestuale ad una dimensione assoluta.

Xo00: Da quest’ambiente oscuro, a volte un po’ inquietante, si accede ad una dimensione altra.

Claudia D’Alonzo: “Giardini Neri” è un lavoro molto narrativo, naturalmente rispetto al resto del lavoro di otolab, non in senso assoluto. Mi avete già descritto com’è nato lo storyboard. Penso comunque che in ogni lavoro di otolab sia presente uno storyboard e che in alcuni lavori sia più leggibile, in altri meno. Che differenza c’è nella costruzione della narrazione in Giardini Neri rispetto ad altri lavori, penso ad esempio ad Op7, nel quale la costruzione delle diverse fasi del live è ancora facilmente rintracciabile per lo spettatore, o altri, come ad esempio Circo Ipnotico, nel quale la narrazione è meno palese?

Xo00: Tra “Op7″ e “Giardini Neri” non vedo una grandissima differenza, a parte la modalità di lavoro. In “Op7″ abbiamo lavorato tutti insieme fin da subito, l’intero collettivo ha partecipato al concept e quindi anche alla struttura, divisa in capitoli molto netti. “Giardini neri” invece viene da un progetto che Mud aveva già sviluppato per conto suo, quindi c’era già uno storyboard nella sua mente, il lavoro successivo fatto insieme è stato più che altro un aggiungere degli elementi necessari a completarlo.

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Img: courtesy by Otolab

Claudia D’Alonzo: Quindi in entrambi i progetti avete lavorato seguendo una struttura a “quadri”?

Mud: Si, questa cosa sull’organizzazione narrativa è interessante. “Op7″ si basa su una struttura simbolica, le sette torri di Kiefer, che sono alla base del concept. Le sette torri hanno tutte la stessa importanza, nessuna è più rilevante dell’altra, hanno tutte uno stesso grado di assolutezza. Ognuna ha le sue caratteristiche ma hanno tutte hanno la stessa importanza cinetica. Nei “Giardini Neri” c’è un percorso diverso, che era quello che cercavo, da un inizio ad una fine. Non si tratta quindi di un percorso omogeneo per capitoli, come in Op7, con una struttura del tipo “tunnel- apertura-nuovo tunnel”.

Xo00: Sì, in “Op7″ ci sono sette viaggi diversi, mentre “Giardini Neri”, come pure “Circo Ipnotico”, sono un unico viaggio, un percorso.

Mud: Sicuramente in “Circo Ipnotico” c’è uno storyboard più sottile, condizionato dai cambi di maschera dello “psicoscopio”, da cambi più leggeri: il tema è sempre lo stesso, per cui c’è un’uniformità maggiore.

Androsyn: In “Circo ipnotico” si viaggia su dei temi totalmente astratti tra i quali appunti l’ipnosi, che non è configurabile come quadro oggettivo ma come individualità ed esperienza. Mentre in “Giardini Neri” si ha un ambiente familiare anche per la rappresentazione delle piante. I rami sono un richiamo, un ambientarsi ad un luogo che è già di per sé familiare. È nella memoria onirica di ciascuno di noi proprio per confermazione ambientale, con delle nebbie, luci rarefatte e attraversamenti boschivi notturni. Io ho appoggiato il progetto subito perché sono sempre stato interessato alla forma delle piante, alle loro silouettes. In Giardini Neri mi ha attratto l’idea di queste silouettes che si muovono controluce e creano ombreggiature che richiamano direttamente un ambiente naturale, un ambiente che abbiamo nel dna.

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Claudia D’Alonzo: Naturalità, ma allo stesso tempo la sua astrazione, visto che la forma delle piante è una delle forme in natura più vicine ad un pattern o ai frattali….

Androsyn: Sì certo, ha un elemento frattale molto forte all’interno, richiama rappresentazioni algoritmiche. E’ bellissimo questo, perché crea una sensazione di doppia appartenenza al mondo di Giardini Neri, una di concezione logica, l’altra di memoria quasi genetica.

Claudia D’Alonzo: Che tipo di lavoro è stato fatto invece sull’audio, c’è l’intenzione di mescolare sintetico e naturale?

Mud: Per l’audio andava presa una decisione: per come avevo sonorizzato io i video, dopo le prime proposte, erano una specie di soundscape onirici, cercando più che altro una forma di sinestesia emotiva, non puntuale su degli elementi precisi. La parte audio non è un lavoro particolarmente radicale, sono assolutamente consapevole. L’audio che accompagna le immagini è un suono che non vuole turbare ulteriormente. Ho cercato degli abbinamenti che rendessero un po’ più dolce stare in queste immagini, di bilanciare l’oscurità del video, rendere attraente l’inquietudine dell’immagine.

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Claudia D’Alonzo: Pensate di rielaborare o sviluppare ancora questo lavoro?

Xo00: Per ora l’obiettivo è farne un DVD, cercare una produzione. In questi anni è emersa in otolab la volontà di produrre un DVD. Certo il live ha le sue caratteristiche proprie, però sentiamo la necessità di congelare questi progetti.

Claudia D’Alonzo: Pensate a Giardini Neri perché secondo voi risponde a delle specificità più adatte a diventare un video rispetto ad altri lavori, nei quali la componente spaziale e l’allestimento del live sono più necessarie?

Xo00: Si, “Giardini Neri” è molto cinematografico e ha un’impaginazione che non perde nulla passando dai due schermi al mono. A differenza di altri live nei quali invece l’uso di più schermi è fondamentale.

Mud: E’ più adatto anche per provare le peculiarità del lavoro su DVD, poter lavorare di fino nelle sinestesie, che in un live vengono gestite con possibilità di calcolo limitate, in tempo reale. Con i tempi di rendering non hai questi problemi. Sarebbe un lavoro diverso da quello fatto per il live, si potrebbe portare all’estremo alcuni elementi di sinestesia.

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Claudia D’Alonzo: Una domanda sullo stato generale di otolab, visto dall’interno e dopo la serata nella galleria O’ che mi è sembrata molto riuscita. Come percepite questo momento di otolab, una riflessione in particolare in relazione al pubblico. Mi sembra che negli anni si sia configurato un pubblico che vi segue, attento al vostro lavoro. Percepite questa cosa?

Xo00: Si, la serata in O’ è stata un buon polso della situazione, un po’ perché non facciamo molte serate a Milano di quel tipo. A me ha dato la sensazione che fossero presenti un po’ di persone che ci seguono e insieme altre che magari arrivavano dal circuito della galleria o di Digicult.

Claudia D’Alonzo: Oltre alla serata ad O’, un bilancio degli ultimi anni su quanto siate riusciti a farvi conoscere dal pubblico?

Xo00: Sicuramente negli ultimi anni c’è stata una progressione ma non saprei definirla nel tempo. Mi viene in mente, ad esempio, quando abbiamo fatto il “Quartetto.swf” al Netmage 03: il live era molto atteso, ma noi eravamo completamente sconosciuti e c’è stata una grande partecipazione di pubblico. Questa cosa è avvenuta probabilmente, perché è girata voce, sono state scritte delle cose. Avevamo vinto poco prima l’Italian Live Media Contest, probabilmente la nostra partecipazione era stata comunicata bene…so che comunque già da allora c’era un’attesa forte. Poi, chiaro, negli anni abbiamo fatto cose diverse, che hanno avuto anche poco pubblico, in alcune occasioni. Però penso sia da lì, dal Netmage del 2004, che si è creato un pubblico italiano che ha iniziato a seguirci.

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Claudia D’Alonzo: Avete un’idea del tipo di pubblico che vi segue e come secondo voi è cambiato nel tempo, visto che siete partiti dall’underground e negli anni avete frequentato festival, piuttosto che gallerie o spazi istituzionali?

Mud: Il pubblico di otolab è abbastanza eterogeneo, si va dai “flashati” ai designers o semplicemente ai cultori di immagini digitali, di interazione audio-video, di live interaction. Prevalentemente è un pubblico ampio all’interno dell’arte e dell’entertainment.

Claudia D’Alonzo: Comunque interno al mondo dell’elettronica?

Mud: Si, però molto vario, dai rave ai circuiti più colti, perché lavoriamo nel mondo della musica contemporanea come appunto in rave o spazi non istituzionali. Penso che il pubblico rispecchi bene l’eterogeneità dei nostri progetti e degli ambiti nei quali li proponiamo.

Claudia D’Alonzo: Penso questo sia uno degli aspetti più interessanti di otolab e per niente scontato: non è scontato che partendo dalla controcultura e avvicinandosi alla mondo dell’arte contemporanea e della cultura istituzionale si riesca comunque di volta in volta ad agglomerare, all’interno del vostro pubblico, questa eterogeneità, a suscitare sempre interesse. La serata in O’ mi sembra esemplifichi bene questa particolare capacità di otolab.

Orgone: La serata di Sincronie 2004 al PAC è stata un esempio fantastico in questo senso. Sincronie è un Festival di musica contemporanea che si tiene tutti gli anni a Milano, forse il festival più interessante in città. Quell’anno avevamo sviluppato diversi progetti per Sincronie. E’ stato un successo enorme di pubblico, ma la cosa più divertente è stato vedere il pubblico tradizionale della musica contemporanea a Milano, magari persone anche in là con gli anni, fianco a fianco con una parte del nostro pubblico più giovane che viene dal mondo underground, pieno di piercing e tatuaggi. Credo che sia stata un’esperienza strana per tutti quanti.

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Photo courtesy by Otolab

Claudia D’Alonzo: In che modo ciascuno dei vari ambiti nei quali lavorate ha influenzato il vostro lavoro, ha condizionato delle scelte negli anni sia in positivo che in negativo, sia come limitazioni che come possibilità?

Xo00: A me sembra che sin dall’inizio abbiamo viaggiato in vari ambiti, e si sia mantenuto questo stato di trasversalità negli anni, perché abbiamo al nostro interno persone che vengono da mondi molto diversi fra loro. Forse i primi tempi eravamo più pop. Però mi ricordo che fin dall’inizio, anche organizzando eventi nei centri sociali, ad esempio il Bulk di Milano, che era un posto abbastanza disastrato, senza mezzi, abbiamo comunque cercato di dare un taglio di ricerca, anche negli allestimenti, senza omologarci alle tipologie di audio o video che circolavano in quell’ambiente. Abbiamo anche organizzato un minifestival di audio-video al Bulk, invitando artisti che facevano sperimentazione piuttosto che la solita serata dance. Anche allora mi ricordo delle scelte talmente radicali che la gente non ci stava dentro. Il lavoro di ricerca e di sperimentazione c’è sempre stato. Magari portavamo progetti in ambiti che non erano adatti a ricevere quel tipo di cose, che probabilmente avrebbero funzionato di più in una galleria o in una situazione diversa

Claudia D’Alonzo: Che principio seguite nel proporre il materiale in questi ambiti così diversi?

Xo00: Innanzitutto ci sono lavori che hanno uno storyboard preciso, un tempo ben determinato e che si inseriscono bene nel format del festival. Nei centri sociali si presentano più spesso situazioni dance, di intrattenimento, con serate che durano sei/sette ore. Sono diverse le richieste.

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Claudia D’Alonzo: Pensate quindi che i circuiti di controcultura, i centri sociali, che sono il vostro mondo di provenienza, siano meno attenti alla presentazione di lavori live, performance, lavori più strutturati?

Xo00: Meno? Secondo me non esistono. Io in Italia non ne ho mai sentiti. Una volta c’era il Link, che poi è diventato un locale. Noi avevamo fatto un esperimento con V_, il festival di cui parlavamo al Bulk, ma al di là di questo non vedo, in generale, molta attenzione

Mud: Festival…si la prima edizione del Netmage è nata all’interno del Link

Claudia D’Alonzo: Sì, il Netmage è un altro esempio di realtà importante nell’elettronica nata all’interno dei centri sociali. Quindi secondo voi in Italia accade che i circuiti underground siano un campo fertile nel far sorgere determinate esperienze di sperimentazione elettronica e che però poi paradossalmente questi stessi circuiti non siano attenti ed aperti alle evoluzioni di queste stesse sperimentazioni?

Xo00: Non al livello migliore rispetto alle possibilità. Manca la progettualità dall’interno in questi spazi. Io non conosco nessun centro sociale che abbia quest’interesse.

Claudia D’Alonzo: Pensate possa dipendere da una mancanza di mezzi?

Mud: Secondo me non c’è ancora una consapevolezza, un interesse reale.

Orgone: Secondo me è chiaro che per un lungo periodo i Centri Sociali sono stati un terreno di coltura molto fertile per vari tipi di sperimentazione legati alle tecnologie. A Milano ha funzionato prima con il Leoncavallo e il Conchetta, dove c’erano ECN e tutto il giro di Decoder, e poi con Breda e il Bulk, dove si è iniziato a portare una musica elettronica diversa e dove si è sviluppato l’Hacklab. Molte persone dei nostri circuiti devono tanto, in termini di sviluppo culturale, agli spazi di Movimento. E’ anche per questo che in questi giorni siamo così arrabbiati per lo sgombro di Cox18. E’ una vergogna per tutta la città. Quello che ad un certo punto è mancato è stata la capacità, da pare dei Centri Sociali, di fare un salto qualitativo progettuale nella gestione degli eventi, per cui è stato abbastanza automatico che chi aveva intrapreso percorsi internazionali più professionali si sia gradualmente allontanato. Il che poi non preclude che si continui a fare eventi negli spazi occupati, magari più legati alla dance, come il Natale Anticlericale in Torchiera.

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Claudia D’Alonzo: Otolab si identifica più che altro con il live media, con la perfomance. Il lavoro dal vivo, riproduce in qualche modo il momento della progettazione, in particolare rispetto al lavoro collettivo, oppure si tratta di due forme di creazione totalmente differenti?

Mud: La produzione ha delle esigenze, il live ne ha altre. Comunque tutte le scelte che vengono fatte in fase di produzione sono pensate in funzione del lavoro dal vivo. Per quanto riguarda il live stiamo cercando di diventare sempre più intercambiabili, non escludo ad esempio che pur essendo un lavoro principalmente mio, “Giardini Neri” possa essere eseguito dal vivo da altri otolab.

Xo00: Dipende anche dal lavoro. In “Circo Ipnotico”, ad esempio, siamo in cinque e c’è molta liveness, più che in altre performance, quindi è più facile che il risultato finale si trasformi, che il live sia differente se sulle macchine lavorano membri di otolab diversi. Ci sono invece live nei quali è tutto un po’ più organizzato, che hanno una progettazione dei materiali più elaborata e il risultato live non cambia molto, risulta quindi più facile intercambiarsi.

Mud: Questa cosa viene molto spontanea perché è stato un metodo condiviso fin dall’inizio da tutti: lavorare in funzione della cosa migliore da fare dal vivo. Chiaro, nei primi live non c’era l’esperienza distribuita, condivisa da tutti in modo da essere così flessibili. Ma ora, una volta stabilito il metodo, viene anche facile affrontare ogni lavoro in questo modo.

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Claudia D’Alonzo: Rispetto alla composizione del collettivo, che ha una struttura aperta e che è cambiata negli anni, alcuni elementi sono entrati, altri usciti negli anni. Questa apertura è una potenzialità, ma penso sia stata anche difficile da gestire. Come avete conciliato l’unità di un gruppo che si è evoluto negli anni e le uscite di alcuni componenti?

Mud: Sono le solite dinamiche dei gruppi, nei quali si hanno capacità e quantità di impegno diverse. La cosa importante è che ci siano entusiasmo e finalità condivise. Se ci sono progetti interessanti, nei quali si crea buon humus per lavori nuovi, le cose vanno. In ogni caso otolab non è uno studio di produzione a scopi di lucro, facciamo le cose che ci piace fare.

Claudia D’Alonzo: Come avete mantenuto delle finalità comuni?

Xo00: Secondo me è quasi un po’ un miracolo, anch’io mi stupisco. Alcune persone sono andate via perché non condividevano alcune scelte di otolab, ma anche per scelte di vita personali. Poi ci sono persone che si avvicinano ad otolab e rimangono, persone che stanno qui solo per un periodo limitato. Probabilmente però otolab è attivo da otto anni perché tutta una serie di persone ha sempre comunque trovato qualcosa nel collettivo che non avrebbe raggiunto nel proprio vivere individualmente la pratica dell’audio-video. Non è un bilancio razionale, è emozionale.

Orgone: Durante una riunione-fiume di qualche mese fa, nella quale cercavamo di fare il punto di queste trasformazioni, è emerso un punto che credo sia fondamentale: da un lato è normale che in un periodo così lungo ci siano cambiamenti, conflitti, trasformazioni; dall’altro e vero però che molte delle fasi di crisi sono connesse al fatto che dopo 8 anni facciamo ancora fatica a rompere la barriera con le istituzioni culturali che dovrebbero aiutarci a distribuire il nostro lavoro. Questo è vero per noi come per chiunque altro si occupi di arte elettronica in Italia, dove non c’è assolutamente cultura e consapevolezza sull’argomento. Quindi a volte abbiamo avuto dei periodi in cui c’erano molti progetti possibili da portare avanti in laboratorio ma non abbastanza occasioni per proporli. E questo può creare tensioni. Anche se non tutto il male viene per nuocere: stare un po’ ai margini aumenta la consapevolezza di chi sei, di cosa lo fai e di come lo fai.

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Claudia D’Alonzo: Questi cambiamenti nel collettivo come hanno influenzato i diversi progetti?

Xo00: “Circo Ipnotico” penso sia un buon esempio, perché nasce da persone che si sono avvicinate abbastanza recentemente ad otolab e hanno partecipato alla realizzazione dando nuovi stimoli. E’ un progetto non studiato a tavolino, è un work in progress che pian piano si è modificato ed è cresciuto, raccogliendo i vari apporti.

Orgone: Da questo punto di vista sono particolarmente entusiasta degli studi che si stano portando avanti in laboratorio sullo sviluppo di software autoprodotti per le live performance. Ci sono persone relativamente “nuove” che si sono buttate con entusiasmo ad esplorare questi mondi. E sono sicuro che ne verrà fuori qualcosa di interessante.

Claudia D’Alonzo: La condivisione delle conoscenze è uno dei fulcri di otolab. Si concretizza anche nelle attività di workshop e nella didattica, che portano queste conoscenze fuori dal collettivo. Pensate che questo tipo di attività siano cambiate negli anni, come metodi, contenuti o obiettivi?

Mud: L’idea è di provare a diffondere le conoscenze acquisite in otolab, per cercare di diffondere una cultura, un interesse per certe forme di creatività. Dal punto di vista etico rientra nella visione di otolab.

Xo00: Come metodo non è poi così diverso da quello che utilizziamo internamente ad otolab. Noi chiaramente in genere insegniamo a persone che ne sanno meno di noi, però spesso si sperimentano cose insieme, cose che sono utili anche per noi.

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Img: courtesy by Otolab

Claudia D’Alonzo: C’è una differenza tra la didattica nelle scuole ed i workshop?

Xo00: E’ più facile che nei workshop si riproduca il clima di condivisione che si trova in otolab. Quelli che abbiamo organizzato fin’ora duravano cinque giorni, giorno e notte dedicati al lavoro con i ragazzi. Il vantaggio invece dei corsi di insegnamento è avere molte più persone con cui confrontarsi e avere un feedback. Per quanto riguarda i contenuti non credo siano molto cambiati negli anni, noi non tentiamo di comunicare l’uso di una tecnologia piuttosto che un’altra o insegnare grandi teorie, puntiamo molto sul comunicare un metodo di lavoro, che è poi il nostro.

Orgone: La cosa forse più interessante è che nei workshop s’ instaura un processo di feedback molto forte. I ragazzi spesso sono assatanati perché vogliono tirare fuori il massimo da quell’esperienza, questo a volte porta anche noi verso territori che non avevamo ancora esplorato. Ad esempio, nella Summer School del 2008 gli studenti hanno realizzato dei live con proiezioni su spazi architettonici, i complessi “live electronic augmented architectures”, chiamale un po’ come vuoi… era una cosa che ci interessava da tempo ma che non avevamo mai avuto occasione di approfondire. L’abbiamo fatto per la prima volta insieme agli studenti, e i risultati sono stati molto soddisfacenti per tutti.

Claudia D’Alonzo: Un aspetto di questo metodo, venuto fuori anche durante l’incontro in O’, è il fatto di sperimentare nuovi progetti, nuovi live, hardware che possono essere proposti in otolab, poi lasciati da parte e spesso ripresi a distanza di tempo. Lo sviluppo di alcuni lavori può seguire un arco cronologico anche abbastanza lungo e discontinuo. Attualmente avete dei lavori sui quali vi piacerebbe riprendere a lavorare?

Orgone: In realtà tutta la vita del laboratorio è costellata di decine di progetti che non si possono propriamente considerare abbandonati. Li vediamo più che latro come congelati. E la cosa divertente è che a distanza di anni magari arriva qualcuno, riprende il materiale in mano, lo stravolge completamente e ci tira fuori un progetto completamente diverso. Credo che sia uno degli aspetti più belli della vita di otolab.

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Img: courtesy by Otolab

Mud: Tra questi c’è sicuramente “Punto Zero”, che vorremmo affrontare in modo molto più determinato.

Xo00: Lo consideriemo un progetto non finito. L’abbiamo presentato un’unica volta in un festival in Trentino, a Porto Beseno, pensato appositamente per quell’evento. Ci era stato chiesto un live per uno spazio esterno, un prato. Abbiamo concepito “Punto Zero” come una performance per luci e suoni multicanale. Ci sono sei fonti sonore, dodici lampade stroboscopiche e dodici fari, disposti a creare un cerchio, un sistema di luci ibrido abbastanza complesso, progettato da Tonylight e Peppolasagna. Questo cerchio illumina lo spazio esterno alla circonferenza, l’ambiente. Mentre la parte sonora è rivolta all’interno. Il pubblico si trova al centro.

Mud: E’ un progetto in esafonia, con un forte legame con il paesaggio, un segno sull’ambiente. Punto Zero è un punto di origine: durante la performance si vuole provocare la sensazione di essere nel fulcro del mondo. Le condizioni ideali sarebbero di buio assoluto. Abbiamo visto, ad esempio, che funzionano molto bene i giochi di luci sui boschi. Si viene a creare una forte valenza simbolica, il live è quasi un gesto di landscape -art.

Xo00: A Porto Beseno c’erano degli elementi del paesaggio, montagne, alberi, fili dell’alta tensione, che venivano illuminati dal cerchio, quindi lo spettacolo era fatto dal paesaggio stesso.

Mud: Tra l’altro il live era molto godibile, una proiezione in esafonia immersa nel paesaggio; è sorprendente come in uno spazio aperto, anche con suoni molto intensi, la tua soglia di sopportazione sia molto più alta, perché riesci a soffermarti molto di più sui suoni.

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Photo by Arianna D’Angelica

A un certo punto suona il citofono dello studio e si presenta in lab Marco Mancuso: lo studio è sempre stato così, luogo di incontro e di passaggio di amici e addetti ai lavori dell’area milanese o di passaggio in città. Dopo aver lasciato che l’intervista si concludesse, non perde l’occasione di fare a otolab una domanda…

Marco Mancuso: La costruzione di architetture e ambienti audiovisivi nello spazio, partendo dall’ esperienza degli architetti che sono in otolab, mi sembra una delle potenzialità ancora in parte inespresse del collettivo. Potrebbe essere una possibile evoluzione di otolab, spostarsi cioè dal live media puro, alla proiezione bidimensinale, al lavoro vero e proprio in relazione ad uno spazio, con il quale interagire e con il quale confrontarsi tridimensionalmente?

Xo00: Si, saremmo molto interessati, anche se è un po’ complicato sviluppare lavori di questo tipo: si tratta spesso di progetti site specific che pongono tutta una serie di problematiche di produzione. In parte rientra in questo tipo di ricerca anche la proiezione creata per la scorsa edizione del festival Dissonanze. Ci era stato richiesto un vjset per la terrazza del Palazzo dei Congressi di Roma. Non si trattava di un’installazione né di un live, ma abbiamo cercato, comunque, di interagire con lo spazio di proiezione. Abbiamo deciso di dare alla proiezione un taglio orizzontale, utilizzando due schermi e cercando di valorizzare la facciata del palazzo, grazie ad un’idea di Dies_, che è un architetto, trasformando l’architettura del palazzo con delle forme grafiche. Le tavole di marmo di cui è composto il muro, grazie al video, sembrano aprirsi e ruotare. Questo lavoro, dal titolo Shadow Play, sottolineava le pause tra un live e l’altro durante la serata. Per cui veniva a crearsi una piccola interazione con l’architettura, dei momenti installativi durante il vjset. Infine, un’altra modalità di lavoro con lo spazio che ci piacerebbe sviluppare è sicuramente la creazione di scenografie e ambienti audiovisivi o interattivi per il teatro. Ci piacerebbe entrare in un progetto teatrale portando il nostro contributo. 


www.otolab.net

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