Alla Fondazione Mario Merz di Torino, si è appena conclusa la retrospettiva di uno degli artisti contemporanei più visionari e discussi: Matthew Barney. In un allestimento site specific, composto da 5 monitor disposti in maniera circolare e altri seguendo il perimetro della fondazione, l’opera di Barney è stata mostrata in tutta la sua spettacolarità ed interezza, insieme a sculture e disegni che ne guidano la comprensione.

Matthew Barney è uno di quei pochi e attesi casi in cui lo scambio tra teorico ed artista diventa irrilevante. O meglio, cresce rapidamente sino a divenire in poco tempo asettico e spento. Il terreno di analisi di Matthew Barney ha una plasticità e una mobilità molto simile ai quei testi letterari strutturati da una quantità notevole di simbologie e dagli orientamenti mitopoietici, in cui la rappresentazione dell’artista agisce sui binari della “Gesamtkunstwerk”, l’opera totale. E’ uno spazio in cui il funambolismo è benemerito e tollerato. Dentro cui l’immaginazione si risveglia nevrotica tra i riferimenti da cui partire. Uno spazio in cui, se non avvertiti, la descrizione delle immagini aumenta goffamente la struttura dell’opera.

Come per ogni ambito di vastità considerevole, e con i rischi che questo comporta, mi limiterò a rilevare i nodi centrali dell’opera dell’artista e del suo percorso.

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L’universo generato o descritto da Matthew Barney parte dal presupposto che il perno di tutta la sua evoluzione artistica sia lui, l’artista, o meglio il suo Corpo. Fin dagli esordi, il Corpo, come macchina in evoluzione, come sistema in cui si realizzano i cardini della sua poetica, è l’elemento da cui tutto parte e tutto si realizza. L’allenamento continuo del corpo, il suo eccedere tra forze autoimposte, genera uno stato ipertrofico, in cui la materia che lo compone cresce come una massa indeterminata e asimmentrica, fuori dal controllo naturale. In questo stato di evoluzione forzata, Matthew Barney collega la metafore del creare.

La creazione di un’opera avviene tra resistenze psico-fisiche dall’artista. Ad ogni impulso iniziale ( lo stato grezzo e impuro ) seguono una serie di forze opposte, che modellano e disciplinano questo stato di partenza. Nelle serie “Drawing Restraint”, che Matthew Barney realizza nei primi anni di ricerca e di studio, l’artista, attraverso diversi impedimenti fisici, realizza una serie di disegni ( per lo più segni ), operazioni documentate per mezzo di strumenti audio video, alla stregua degli atti performativi degli anni ’70, in cui con modalità simili, ma finalità diverse, si analizzavano i limiti del linguaggio. In questi video tapes l’artista stesso si arrampica su delle pareti legato a corde leggermente elasticizzate, si cosparge di pesi e di attrezzi da Body Builder, per affrontare prove sempre più complesse e dure, la cui unica finalità è la realizzazione di un disegno.

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Questo percorso o “path”, suggerisce a Barney l’analisi delle sue parti costitutive. Egli identifica tre fasi del suo sviluppo, accostabili ai processi dell’alimentazione umana, e sugellate da un simbolo, che diviene l’emblema della cosmogonia dell’artista. La prima fase è “Situation”, lo stato primario, l’energia grezza ( “Raw” ), l’impulso sessuale indifferenziato; ad essa segue “Condition”, dove l’energia grezza inziale viene disciplinata, elaborata. Nell’ultima fase, “Production”, la materia ordinata viene espulsa, prodotta. La fase anale.

La produzione artistica di questo primo periodo non si limita alla performance documentata (fotografia e video), ma oltre ai disegni, seguono sculture, collage, appunti. La complessità degli elementi aumenta man mano che la ricerca si inspessisce di riferimenti, che seguono il culto del corpo come modello di conoscenza universale. “Field Dressing (orofill)”, 1989, rappresenta il primo passo verso la strutturazione di una mitologia personale, inizialmente legata al materiale dell’opera ( corpo-vasellina-resistenze ). In questa tesi, ultimo elaborato del suo percorso scolastico a Yale, Matthew Barney costruisce un’azione, in cui l’attività atletica si lega alla simbologia e alla ritualità.

L’artista attraversa una stanza sospeso a mezz’aria da appigli, completamente nudo, per raggiungere il suo emblema realizzato con vasellina, con la quale ricopre ogni orifizio del suo corpo. Questo lavoro getta le basi di quello che successivamente sarà la massima realizzazione della sua mitologia personale, l’opera che più di tutti definisce “esotericamente” l’impianto teorico e simbolico del “Path”. Il “Cremaster cycle” è l’opera omnia di Matthew Barney, la più significativa. Di quest’opera esistono un numero cosiderevole di esegesi, spunti teorici e riletture di ampia portata. Essa è la ricostruzione di un universo visivo, sotto il controllo totale dell’artista e del suo segno, in cui decine di personaggi sono coinvolti.

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Il “Cremaster Cycle” è un insieme di miti e modelli della cultura americana , ma come i più grandi resoconti post-modernisti, da Pynchon, Delillo fino a David Foster Wallace, ad essi si affiancano estratti culturali di ogni genere, come la mitologia greca, il teatro kabuki, la massoneria, il vaudeville, le cerimonie shintoiste, l’esoterismo e la mitologia nordica. L’essere biologico, l’artista, Matthew Barney, cresce e si modella dentro frammenti di storia recente e mitologica, tra resistenze fisiche, tra energie che invadono la sua costituzione organica per divenire mito, esempio, essere umano.

Il movimento delle gonadi è la causa della scelta iniziale del genere. Un loro spostamento decide il sesso, un movimento che esemplifica una resistenza su cui la vita fin dagli inizi si appoggia. Il cremaster in Matthe Barney rappresenta la resistenza iniziale all’atto di creazione. L’essere matura dopo che questo passaggio è stato compiuto e il genere del nascituro si definisce. In lui è data quella materia grezza, che sarà alla base di tutta la sua esistenza.

Il “Cremaster Cycle” è l’enorme affresco dello sviluppo di un’esistenza a priori, la regione centrale dell’”es”, il principio della forma. Nei cinque episodi che lo compongono, Matthew Barney-attore è il protagonista di continue trasformazioni, egli impersonifica personaggi emblematici, strutturati da molteplci riferimenti. Oltre alla vastità del piano contenutistico, il “Cycle” si avvale di una grammatica cinematografica specifica, costituita da un utilizzo del tempo prettamente scultoreo e rarefatto, da ottiche che falsano la prospettiva al fine di un maggiore coinvolgimento nella rappresentazione, e da musiche suggestive, che ridefiniscono lo spazio del suono.

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Allo spettatore, oltre all’immagine in movimento, vengono mostrati, in linea con le produzioni iniziali, sculture derivate dalle scenografie dei film, altre inedite, disegni, vetrine con oggetti legati all’immaginario di Matthew Barney, come rovine ed estratti di un universo immaginifico. Le tracce di questi mondi, lasciate dall’artista nelle gallerie, nei musei, sono la più viva necessità a rappresentare un universo, piuttosto che farlo vivere, a simboleggiare una mitologia, che per quanto si muova verso direzioni comuni, costituisce un sistema chiuso, ermetico, in cui la lettura non può che confondersi, rarefarsi, alla definizione più razionale.

L’arte di Matthew Barney è un’arte suggestiva, che lascia l’interpretazione muoversi liberamente, ma nello stesso tempo, la tiene distante, la disorienta, come la lettura di un mito, la cui forza sta nel credere e nel vedere, pittosto che nel comprendere. 


http://matthewbarney.fondazionemerz.org/

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