1. McLuhan sotto analisi

Ogni nuova tecnologia è un’estensione di noi stessi; un nuovo medium che necessariamente introduce con se cambiamenti nell’organizzazione socio-individuale. Secondo Marshall McLuhan, è il medium (il mezzo), e non il contenuto, quello che determina l’informazione che trasporta. “Le conseguenze … di ogni medium … derivano dalle nuove proposizioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuna di tali esten­sioni o da ogni nuova tecnologia.” (1)

Bisogna distaccarsi dal bagliore che accompagna il suo modello di comunicazione rinchiuso attorno all’aforisma “Il medium è il messag­gio” per captare la sua forse eccessiva semplificazione. Esso infatti restringe troppo la semiotica della comunicazione: riducendola alla relazione tra medium (canale) e messaggio (contesto), cancella dal circolo comunicativo il ruolo partecipativo sia del emittente che del destinatario. Attraverso la loro trasformazione in oggetti passivi (perché subordinati al potere mediatico), gli libera da ogni responsabil­ità che accompagna il loro ruolo attivo nella scelta o non-scelta (o nell’uso o non-uso) del medium.

Come nota Walter J. Ong, “la comunicazione è intersoggettiva, mentre il modello dei media non lo è.” (2) La disponibilità ad accettare acriticamente il modello mcluhaniano è un effetto del condizionamento chirografico. Il discorso chirografico sembra svolgersi in un’unica direzione, perché introduce una distanza spazio-temporale che separa l’emittente (scrittore) dal destinatario (lettore). Questa impres­sione è tuttavia incorretta, perché anche lo scrittore deve interagire con un pubblico immaginario che usa come riferimento. Lo stesso vale per il lettore, il cui si speri non assorba passivamente l’informazione riportata ma che la decostruisca e ricostruisca in base ai suoi personali parametri d’analisi testuale e concettuale.

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Il modello di McLuhan non chiarisce inoltre come mai il medium sia considerato già di per sé “Presente”. Dal mio punto di vista bisogn­erebbe fare un passo indietro è capire prima i motivi che hanno provocato la creazione di una data tecnologia. Se dovessimo applicare al sopra nominato aforisma mcluhaniano la tecnica di inversione dialettica, (3) noteremmo che l’esito di tale operazione (“Il messaggio è il medium”) ci invita a considerare il messaggio come preesistente all’apparizione del medium, il quale viene ora visto come conseguenza e non più come causa. L’effettuato scambio dei ruoli crea lo spazio per la reintroduzione del mittente, il cui viene posizionato all’inizio del circolo della comunicazione primordiale dei media (come colui che crea il messaggio che stimola l’invenzione del medium). A questo punto siamo spinti a chiederci cosa rappresenti, in questa fase embrionale del circolo, il canale che stimola la creazione di una nuova tecnolo­gia.

I moventi possono essere multipli; ciò non impedisce il loro raggruppamento in due insiemi:

- spinte di natura economico/politica

- impulsi legati a desideri (consci e soprattutto inconsci)

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2. Virtualità del Reale versus Realtà del Virtuale

Di recente ho letto una notizia di cronaca nera che ha catturato la mia attenzione. L’articolo riportava l’episodio di un ragazzo di 19 anni (chiamiamolo X) che ha assassinato con un colpo di pistola sua madre, perché lo disturbava mentre giocava incessabilmente videogiochi al computer. Dopo aver baraccato il corpo della madre nella camera da letto di lei, X ha ripreso a giocare al computer come se niente fosse accaduto. Successivamente, X ha chiamato la sua ragazza dicendole che sua madre è partita all’estero per un viaggio di lavoro. Ai parenti e amici della madre ha giustificato l’improvvisa assenza di lei dicendo che era andata all’estero per curarsi di cancro. La storia non mi ha incuriosito per il delitto in sé ma per la curiosa svolta nel comportamento di X nei giorni successivi.

I media riportano che prima del tragico episodio, X trascorreva intere notti e giorni davanti allo schermo. Dopo l’omicidio sembra che i suoi interessi siano improvvisamente cambiati: X organizzava ogni sera feste in casa, preferendo dedicare il suo tempo agli amici che ai videogiochi. Si potrebbe dire che abbia, dopo la morte della madre, in qualche modo reindirizzato la propria attenzione dai videogiochi (realtà virtuale) alla vita sociale (realtà concreta). Non voglio insinuare nessuna ragione precisa per il delitto; quello che mi appare ovvio è che la madre fosse elevata in un simbolo virtuale depersonalizzato e completamente staccato dal suo essere carnale. Un simbolo che negli occhi di X rappresentava un ostacolo che gli impediva di realizzarsi nella vita reale. Non potendo vivere pienamente la sua vita concreta, X ha cercato di recuperare la mancata realtà vissuta nell’alteRealtà digitale.

Da questa vicenda si potrebbe dedurre che l’individuo cerchi nella cosiddetta realtà virtuale non tanto una realtà immaginaria o immateriale quanto una Realtà vera e propria; una realtà che sia più autentica e solida della virtualizzata realtà originale.

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A cosa alludo di preciso quando parlo della virtualità del reale? Con questo termine mi riferisco soprattutto all’insieme di fenomeni che seguono la logica psicoanalitica della scissione feticista.(4) Per fare un facile esempio, riflettiamo un attimo su come funzionano le organizzazioni di beneficenza. Tutti sappiamo benissimo che contribuendo dei soldi per iniziative a scopo benefico non miglioreremmo affatto la situazione a cui fanno causa. Ciò nonostante io decido di donare dei soldi all’organizzazione, come se credessi che il mio gesto provocasse delle conseguenze reali. In questo modo io mi auto-convinco (o meglio dire auto-illudo) di essere un esempio di persona stimabile, benevole e socialmente responsabile così che alla prossima richiesta di sostegno (forse solamente in forma di te mpo o consiglio) che andrò a rifiutare, non avrò più nessun senso di colpa o responsabilità verso l’altro.

Un secondo esempio del funzionamento di questa logica si può applicare al tecnoutopismo, il cui proclama che i nuovi media abbiano generato una co-scienza universale e un’estensione dei nostri corpi ad infinitum. Seppure (noi fruitori della rete) sappiamo bene che internet non produce di per sé una coscienza globale, siamo ciò nonostante (quasi tutti) pronti a sostenere con enfasi le teorie che credono nell’avvento di un tale fenomeno.

Ma la virtualità del reale non comprende solo tutte le convinzioni illusorie che siamo pronti ad accettare come vere ma contamina anche tutta una serie di prodotti e servizi che potremo definire “spettrali”, essendo deprivati dalle loro caratterizzanti proprietà maligne: caffè decaffeinato, il latte senza grassi, l’ologramma – una riproduzione volumetrica esatta ma senza materia, il home theater – il cinema senza pubblico esterno, i cani sterilizzati – cani senza “istinti animali”, l’onanismo – il sesso senza procreazione o senza partner, il confessionale – il purgatorio senza la morte, … Ovviamente anche l’alteRealtà digitale è piena di esempi di questo tipo: second life – la vita simulata senza materia organica, wikipedia – l’enciclopedia senza carta e senza autore, … Cerchiamo ora di capire alcuni dei motivi per tale diffusione di oggetti e attività virtualizzati.

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3. Nettare della felicità per homines sacri

Oggi ci troviamo a vivere in una società secolarizzata che fa affidamento a un capitalismo semi post-politico in cui apparentemente non esiste più nessuna pressione ideologica. Non tutti però sarebbero d’accordo con tali affermazioni. Secondo il saggista Pascal Bruckner una nuova epidemia ideologica sta infettando le società contemporanee: il culto della felicità. Nel suo libro dal suggestivo titolo L’euforia perpetua afferma:

“Per «dovere di essere felici» io intendo l’ideologia propria degli ultimi cinquant’anni che tende a considerare ogni cosa unicamente nell’ottica del piacevole o dello spiacevole, un consegnarsi all’euforia che relega nella vergogna e nello scontento tutti coloro che non la condividono. Ne consegue un duplice postulato: trarre il miglior partito dalla propria vita; altrimenti ci si angustia, ci si punisce se non se ne è capaci. Questo significa pervertire la più bella cosa che ci sia, cioè la possibilità concessa a ciascuno di decidere il proprio destino e di migliorare la propria esistenza.”(5)

Queste osservazioni ci fanno notare come la dominante devozione al godimento sia almeno in parte responsabile della crescita di fenomeni virtuali o virtualizzati, i quali vengono concepiti come degli strumenti che facilitano l’accesso alla felicità. I prodotti che ne susseguono tendono perciò ad essere spogli e “purificati” dalle loro affascinanti qualità identificatore che consideriamo in qualche modo problematiche. L’effettuata castrazione virtuale ci permette di accedere a certi prodotti o esperienze in maniera indisturbata (da eventuali risentimenti) e sicura (per l’introdotta distanza di sicurezza). In questo modo possiamo soddisfare i nostri desideri con assoluta disinvoltura senza dover affrontare direttamente la questione che ci reca disturbo.

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Il culto del godimento fa affidamento alla regola della felicità forzata che viene disseminata in forma di metanarrazioni mediatiche che cercano di distrarre la nostra attenzione critica attraverso un totale e immersivo coinvolgimento dei nostri corpi. Le norme sociopolitiche che ci vengono somministrate, si iniettano virtualmente nella nostra carne, perché sono i nostri visceri interni a cui mirano i delicati meccanismi del biopotere. Sono proprio l’esagerata attenzione politica verso il corpo e il controllo delle popolazioni, le caratteristiche principali che regolano il funzionamento della biopolitica. Come ci fa notare Michael Foucault, essa nasce in parallelo con il capitalismo e si afferma grazie all’uso del dispositivo di sessualità.

“Il problema fu innanzitutto quello del corpo, del vigore, della longevità, della progenitura e della discendenza delle classi che “dominavano”. Bisogna immaginarvi l’autoaffermazione di una classe piuttosto che l’asservimento di un’altra: una difesa, una protezione, una rinuncia, un’esaltazione, che furono in seguito […] estese agli altri come mezzo di controllo economico e di subordinazione politica. […] Bisognerà parlare di “bio-politica” per designare quel che fa entrare la vita ed i suoi meccanismi nel campo dei calcoli espliciti e fa del potere-sapere un agente di trasformazione della vita umana.” (6)

La biopolitica è una forma di potere che si occupa della vita; per questa ragione ha bisogno di “meccanismi continui, regolatori e correttivi”.(7) In questo modo si determinano le norme, le quali acquistano un’importanza crescente rispetto all’ordinamento giuridico della legge. “L’isolamento della sfera dell’essere puro, che costituisce la prestazione fondamentale della metafisica dell’occidente, non è senza analogie con l’isolamento della nuda vita nell’ambito della sua politica”. (8) E con queste parole che Giorgio Agamben nel suo libro Homo Sacer osserva come lo stato di purezza sia profondamente connesso con la politica del biopotere e la sua gestione del corpo sociale. Ricordiamo che era proprio il termine “pulizia” quello più frequentemente usato per la motivazione di tutti i recenti genocidi a spese di corpi stigmatizzati come “indesiderabili”.

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Proprio in questi giorni si svolge un’iniziativa dell’Unione degli atei, razionalisti ed agnostici (Uaar), la quale organizza una campagna pubblicitaria che circola sui bus di diverse città europee. Gli slogan che diffondono sostengono: “Probabilmente Dio non esiste, ora smetti di dispiacerti e divertiti”. Nonostante il suo temperamento euforico, questo epilogo non si dimostra di essere per niente liberatorio. Il primo paradosso è che l’ateismo non garantisce la mancanza di pressioni ideologiche. Osserviamo come questa iniziativa promette a chi la segue un raggiungimento della felicità. Questa posizione non solo abbraccia perfettamente l’attuale culto del godimento ma va in parallelo anche con le promesse religiose; con la differenza che nella versione atea i frutti verrebbero colti subito (nell’aldiquà) invece che dopo (nell’aldilà). Rimane presente anche la voglia di dominio che si esprime chiaramente nell’uso di campagne pubbliche che svolgono funzioni di adescamento e raduno di sostenitori. Ogni tale iniziativa e sempre polidirezionale: se da un lato produce sostenitori, dal altro genera oppositori. Detto in altre parole, si rimane sempre bloccati nelle visioni dualistiche del « Noi » e dell’ altro; di chi ci è amico e di chi ci sta contro – il «N emico ». Ogni tipo di pubblica agitazione è perciò potenzialmente pericolosa in quanto stabilisce distinzioni intorno a una norma. Immaginiamo la norma come un accumulo d’aria tenuta sotto pressione o come un mucchio di paglia che alla prima scintilla ideologica trasportata da sufficiente brezza si trasforma in falò. Chi saranno le prossime streghe a bruciare? I non abbastanza intelligenti? I non geneticamente potenziati? Coloro che non dimostrano abbastanza « consapevolezza » ?

L’ideologia ha il potere di trasformare ciò che di solito ci appare come assolutamente inconcepibile e intollerabile in qualcosa di normale. È in questi momenti di eccezione politica che si crea il terreno fertile per un eventuale calpestamento degli equilibri che regolano le costituzioni democratiche. Non dimentichiamo che dal 25.giugno 2008 anche l’Italia entra nello stato d’emergenza nazionale. Esso fu introdotto, secondo le parole del Ministro dell’Interno Maroni, come risposta al “continuo flusso di cittadini non-europei”. La cosa che dovrebbe preoccuparci è l’indefinito prolungamento dello stato d’allarme che da un intervento temporaneo diventa d’un tratto stato regolare delle cose.

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Ancora negli anni ’70 si discuteva criticamente sui diversi modi di produzione nel tentativo di capire quale fosse il tipo di organizzazione politico-economica più adatta. Oggi al contrario il capitalismo globale viene concepito come una condizione prestabilita e incambiabile. Tutti i grandi cambiamenti che i politici proclamano di effettuare si fermano poi su un minimo aggiornamento dei vecchi programmi che servono solamente a una maggiore stabilizzazione dell’attuale situazione. Per la mancanza di discorso sui grandi temi politici (produzione, economia & tecnologia e il loro impatto sulla società) e il successivo spostamento d’interesse politico sull’ordinamento sociale o «di convivenza» si potrebbe sostenere che anche la politica sia diventata in parte fittizia.

Seguendo la tesi di McLuhan ( “Il medium è il messag­gio”), vediamo che ogni tipo di resistenza postmoderna al liberal-capitalismo che si esprime oggi principalmente in proteste ecologiche, gay pride raduni e onde anomale, non porta risultati concreti perché si concentra sul contenuto invece che sul medium. Essa può essere persino contra produttiva perché viene elevata in simbolo di libertà democratica di protesta che serve in realtà solo a consolidare gli attuali meccanismi di potere.

Il capitalismo è per sua natura orientato alla graduale penetrazione del controllo sul privato. Ogni forma di politica che affianca il capitalismo e per conseguenza portata a funzionare come una biopolitica. Per avere una visone sul problema più completa bisognerebbe captare anche il contenuto del messaggio inconscio che sostiene l’organon del capitalismo. Tema troppo ampio e complesso per essere trattato in questa sede ma che sicuramente necessita di essere considerato.

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4. Dall’Essere al Divenire

Esistono dei metodi per annebbiare le norme in tale maniera da renderle inapplicabili? Tenendo presente che la biopolitica gestisce corpi, proviamo a immaginare come dovrebbe essere costruito un corpo che sia a priori non stigmatizzabile. La norma funziona come l’Idea platonica; essa rappresenta il modello a cui bisognerebbe aspirare. I singoli corpi vengono perciò trattati come Copie materiche, più o meno verosimili alla dominante Idea della pura forma. Già alla nascita veniamo marchiati con tutta una serie di emblemi che determinano e testimoniano la nostra appartenenza ad uno specifico gruppo socialmente precostruito: il corpus familiare/sessuale/nazionale/religioso, … Queste etichette servono a identificare i nostri corpi con qualità prestabilite e in grosso modo permanenti. Esse contribuiscono a fissare e limitare l’essere dei nostri corpi.

È necessario ricordare come la Materia possa assumere due tipi di Forma: fissa o variabile. L’alternativa all’Essere, costituzione di presenti prevalentemente statici, è il continuo Divenire, condizione transitoria in cui si incontrano futuro e passato, il più e il meno, il pro e il contro.

“Il paradosso di questo puro divenire, con la sua capacita di schivare il presente, è l’identità infinita. […] È il linguaggio a fissare i limiti ma è ancora esso a oltrepassare i limiti e a restituirli all’equivalenza infinita di un divenire illimitato. […] Il nome proprio o singolare è garantito dalla permanenza di un sapere; tale sapere è incarnato nei nomi generali che designano soste e stati di quiete, sostantivi e aggettivi con i quali il proprio mantiene un rapporto costante. Così l’Io personale ha bisogno del Dio e del mondo in generale. Ma quando i sostantivi e gli aggettivi cominciano a fondersi, quando i nomi che designano sosta e stato di quiete sono trascinati dai verbi di puro divenire e scivolano nel linguaggio degli eventi, si perde ogni identità per l’Io, il mondo e Dio. […] Il paradosso è innanzitutto ciò che distrugge il buonsenso come senso unico, ma, anche, ciò che distrugge il senso comune come assegnazione di identità fisse.” (9)

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Come osservato da Gilles Deleuze, bisogna deviare le restrizioni linguistiche del dualismo per accedere all’indefinita dimensione dell’In-Between, dimora del Divenire. Non si tratta di cambiare corpi; non è la Materia in sé a porre limiti ma la Forma con la quale si presenta. Ripensiamo un’altra volta al funzionamento dei fenomeni virtuali. Non è forse il cyberspazio quel non-luogo dove si può già da adesso provare l’insostenibile leggerezza dell’essere infinito? Il desiderio di uscire dai limiti del proprio corpus (inteso come costruzione sociale e non come corpo materico) si esprime benissimo nella creazione di identità virtuali, le quali, libere dai limiti del “dover essere”, si manifestano con maggiore genuinità e in assoluta spontaneità. Bisogna chiedersi adesso se sia possibile trasportare questo fenomeno virtuale anche nella Realtà concreta.

La soluzione potrebbe emergere dall’incontro/scontro tra il nostro corpo organico e quello virtuale, nel quale verremmo ad arricchire la nostra Materia carnale con la flessibile Forma del simulacro incorporeo. Il simulacro dovrebbe essere usato per rivestire e neutralizzare l’appartenenza ad un particolare corpus sociale. Il nome personale diventerebbe così concepito come un “significante fluttuante” (perché identifica qualcosa) ma senza alcun significato (perché privo di connotazioni e di conseguenza non a priori stigmatizzabile). (10)

Da questo corpo a corpo tra organico e virtuale può sorgere un anti-corpo, le cui anonimità e fluidità evadono ogni norma e ci costringono a considerarlo come Identità; un’Identità diffusa per nuovi Soggetti Politici. 


Note:

(1) M. McLuhan: Understanding Media. 1964; tr.it. Gli strumenti del comunicare, il Saggiatore, Milano, 2008, p.29

(2) W. J. Ong: Orality and Literacy, Methuen, London & N.Y, 1982; tr.it. Oralità e scrittura, Il Mulino, Bologna, 1986, p.243

(3) Tecnica d’analisi linguistica comunemente usata da filosofi e teorici per accedere a nuove interpretazioni di lettura.

(4) La cui si può ridurre alla semplice formula: “So che O non esiste, ma ciò nonostante mi comporto come se egli esistesse …”

(5) P. Bruckner: L’Euphorie perpétuelle, Grasset, Parigi, 2000; tr.it. L’euforia perpetua, Garzanti, Milano, 2001, p.12

(6) M. Foucault: La volonté de savoir, Gallimard, Parigi, 1976; tr.it. La volontà di sapere, Feltrinelli, 2008, p.109-26

(7) Ivi, p. 127

(8) G. Agamben: Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995

(9) G. Deleuze: Logique du sens, Les éditions de Minuit, Parigi, 1969; tr.it. Logica del senso, Feltrinelli, Milano, 2007, p.9

(10) Questo paragone mi è stato ispirato dal testo di Antonio Caronia, “L’inconscio della macchina, ovvero: come catturare il significante fluttuante”, in L’arte nell’era della producibilità digitale , a cura di A.Caronia, E. Livraghi, S. Pezzano, Mimesis, Milano 2006.

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