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Il Tempo Delle Immagini Di Carlo Zanni

Data Cinema. Così Carlo Zanni, vivace artista concettuale capace di mixare con grande sapienza vecchi e nuovi media alternando ironia e poesia, definisce la pratica da lui stesso intrapresa che mira a dilatare, espandere e ridefinire il cinema attraverso la rete e i passaggi di informazione ad essa collegati.

Se in “The Possibile Ties Between Illness and Success” (di cui Digimag si era occupato con una mia intervista nel numero 38 dello scorso mese di Marzo 2008 – http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1086) gli IP degli utenti erano letteralmente la malattia incalzante del protagonista e in “My Temporary Visiting Position From The Sunset Terrace Bar” (www.fromthesunsetterrace.com/ST/Default.aspx) il tramonto napoletano andava di giorno in giorno a posarsi sui tetti delle case di Ahlen in Germania, in “The Fifth Day”, ultimo e più recente lavoro, ogni immagine nasconde un dato sensibile rilevato dalla rete con tempi e modalità differenti: dal quotidiano stato meteorologico di Alessandria di Egitto, alla percentuale dei seggi occupati dalle donne nel parlamento nazionale, alle locandine dei film che appaiono sul sito della Apple, agli IP degli ultimi 13 utenti connessi. L’informazione penetra nell’opera e ne dilata il senso e il tempo, in un flusso di mutamento continuo dove in alcuni casi siamo direttamente, anche se non attivamente, coinvolti.

Eppure, queste incursioni di dati che squarciano la tela filmica non minano alla narrazione, che pare resistere e anzi affermarsi come nucleo di senso indiscusso dell’opera. Anche in “The Fifth Day” , dove Zanni arriva a rinunciare al movimento scegliendo singoli fotogrammi e montandoli a ritmo costante con lo stile di uno slide show, la tensione narrativa sprigiona dalle singole inquadrature, dal montaggio e soprattutto dal commento sonoro, in pieno stile hollywoodiano. Il dialogo con il cinema si fa sempre più esplicito e ravvicinato: il film, frutto di una residenza d’artista ad Alessandria d’Egitto nel 2007, è direttamente ispirato al celebre “I tre giorni del Condor” (1975, Sidney Pollack) del quale sembra porsi come una sorta di sequel ( “The Fifth Day” è infatti il secondo di una trilogia che dovrebbe coprire i 3 giorni seguenti richiamando il libro “I sei giorni del Condor”, da cui il film è stato tratto).

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La denuncia politica presente nel film di Pollack è virtualmente portata avanti da Carlo Zanni attraverso la scelta dei dati rilevati dalla rete e presenti come elementi precisi in ogni singola immagine – l’indice di corruzione percepita (CPI) che cambia la tariffa del taxi nella quarta immagine o il tasso di alfabetizzazione della popolazione egiziana che sposta il tergicristallo dell’auto nella settima. Come spesso nel lavoro di Zanni, il codice s’inserisce e trasforma le immagini nel rispetto del patto d’illusione tra spettatore e opera. Senza avvertire alcuna stortura referenziale, lo spettatore-utente viene “ingannato” da una visione narrativa apparentemente coerente che solo ad uno sguardo approfondito può svelare sfasamenti e incursioni esterne, in una sorta di trompe l’oeil concettuale.

In questo dialogo ad alta voce con il cinema e la sua grammatica dell’illusione, la scelta della fotografia come unità narrativa assume un ruolo interessante. L’immagine statica sembra infatti allontanare dal realismo classico e ammiccare piuttosto al cinema sperimentale (il pensiero corre subito a “La Jetée” di Chris Marker, quasi interamente composto da immagine statiche) che ha spesso intrapreso avventure linguistiche in un tentativo di ridefinizione e ricodificazione del mezzo.

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Quel che appare interessante in quest’opera è soprattutto la messa in discussione della staticità dell’immagine fotografica attraverso il codice. “The Fifth Day” sembra infatti scardinare dall’interno la dicotomia statico/in movimento che perde ogni riferimento logico: quello che agli occhi ci appare come immobile è in realtà in mutamento continuo. In questo senso vacilla anche il valore documentario della fotografia, già minato da tempo con l’avvento del digitale. Resta invece la spinta evocativa di queste immagini e del suono che le accompagna, la capacità di raccontare una storia, di creare percorsi narrativi aperti e collettivi.

Un networked cinema che spinge a visioni ripetute ma sempre differenti, in un’ottica postmediale capace di mixare arti, generi e linguaggi per la creazione di dispositivi fluidi e imprevedibili, i soli, forse, capaci di raccontare una contemporaneità sfuggente e complessa come quella che viviamo. 


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  • Giulia Simi Giulia Simi

    Giulia Simi è nata a Livorno nel 1979, anno di frontiera che la rende, non senza conflitti, figlia degli anni ’70 e della Barbie. Innamorata fin dall’infanzia della forza evocativa della narrazione e dell’immaginazione, ha [...]

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