CADA è una piattaforma culturale multidisciplinare di base a Lisbona: un centro che organizza workshop, incontri, attività culturali ed eventi in quell’area grigia che sta al confine tra arte e design.

L’interesse di CADA è focalizzato ovviamente sulle nuove tecnologie digitali e sui software, anche se è forse più esatto osservare che anche CADA (come alcuni studi di arte e design italiani come Limiteazero, Dot Dot Dot, Todo e altri) rivolge la sua attenzione sull’uso e il misuso di tecnologie portabili e oggetti della vita di tutti i giorni, riconfigurabili con un’attitudine che molto ha preso dal mondo hacker, ad oggetti di design, di produzione audiovisiva, di visualizzazione di dati complessi, di comunicazione, di interazione. Il tutto basandosi sulle tecnologie software più diffuse oggi: da Processing a VVVV, da Arduino a Sybian, dal C++ a Oper Frameworks. 

Un po’ come accade in Italia, Sofia Oliveira, Jared Hawkey e Rui Trinidade, i 3 membri fondatori di CADA, hanno fatto di necessità virtù e sfidando il generale disinteressa e la scarsa competenza di organi scolastici e istituzioni hanno nel tempo raccolto fondi per aprire un proprio posto indipenedente: un luogo quindi dover poter iniziare a creare una propria microeconomia di produzione, alternando progetti artistici a progetti commerciali e a workshop con ospiti internazionali in grado di soddisfare le esigenze di una nuova classe di studenti alla ricerca di contenuti artistici e progettuali attuali.  

L’occasione di questa intervista nasce da un mio processo di ricerca a livello europeo di spazi indipendenti, non istituzionali, poliproduttivi e polifunzionali a cavallo tra arte e design, e dall‘invito che Jared Hawkey ha ricevuto lo scorso Novembre da parte di Celestino Soddu al Generative Art Festival a Milano. Un’occasione questa per CADA di incontrare alcuni pioneri dell’arte e dei software generativi, ma al contempo un’occasione per confrontarsi con lo spirito eccessivamente accademico che ancora alberga nei nostri istituti, che inevitabilmente perde contatto con l’humus della produzione e della creatività legata a nuovi codici e nuove estetiche.

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Marco Mancuso: Volete parlarmi della piattaforma CADA. Quali sono le vostre attività, quali le persone coinvolte e quali i vostri backgrounds?

Jared Hawkey: CADA è nata nel 2004. Si occupa di arte e lavori sperimentali, ispirata e indagatrice delle nuove tecnologie o di strutture tecnologiche. Non è l’unica attività questa nella quale siamo coinvolti, ma questi sono i tempi nei quali viviamo. Ci sono quindi grandi temi che seguiamo in questo dipartimento, ed infinite possibilità. Molto tempo fa, abbiamo compreso a fondo come si possa diventare facilmente insani cercando di lavorare in modo autonomo con i computer e come spesso i progetti siano complessi e richiedano degli skills combinati. Per questo motivo siamo molto coinvolti nel lavoro collaborativo ma anche convinti che il lavoro più efficace provenga dall’andare a fondo delle cose: tendiamo a lavorare in modo libero, seguendo progetto dopo progetto.

Sofia Oliveira: CADA in Portoghese significa ciascuno. Noi lavoriamo quindi su due fronti: il lavoro di progetto e i workshops. Ci sono tre membri chiave: Rui Trinidade che era un giornalista e attualmente organizza conferenze e mostre di design. Jared il cui background è l’arte e io che ho un background in sociologia. Sono sempre stata anche interessata a sistemi, networks e processi generativi. E al pattern della vita di tutti i giorni

Jared Hawkey: Patterns nascosti. Oggetti con la propria vita, che sopravvivono nei loro piccoli mondi. Computing ambientale, in altre parole. Suppongo che tutti noi siamo di base realisti, ma ci deve essere anche spazio per una pittura d’ambiente, per un tempo congelato e per il fatto che qualche volta tutto sembra lo stage di un set.

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Marco Mancuso: Come è collegata la vostra attività con i workshops con la vostra attitudine alla pratica artistica e alla produzione? In altri termini, ci sono delle relazioni possibile con progetti come “TODAY, mobile application” [http://today.cada1.net] or “sketcher 1.01” e i risultati/inputs/outputs che emergono dai workshops che organizzate?

Sofia Oliveira: Non c’è propriamente un link in senso letterale tra i progetti e i workshops, però una forma di collegamento sì. I workshops infatti sono fatti normalmente attorno a temi, strumenti e processi che noi stessi siamo interessati a esplorare. Il link con TODAY per esempio è che nel 2006 ero affascinata da una quasi totale mancanza di lavori sperimentali sui telefoni cellulati. Avendo già avviato molti workshops su Processing, decisi di organizzare il primo workshops di Mobile Processing che si concluse incontrando Heitor Ferreira che in seguito lavorò con noi a TODAY. Quando abbiamo iniziato, con un budget piccolissimo, realizzammo velocemente perché non c’erano molti workshops e progetti di questo tipo: perché sono molto complessi e richiedono differenti sistemi operativi, centinaia di devices differenti, tanto denaro e molti cellulari a disposizione. Quindi, in termini di sviluppo, richiedono un grande budget, specialmente se si vuole andare a fondo nel sistema operativo. Quindi, i workshops sono divertenti da fare e una buona idea per scambiare conoscenza e incontrare persone con interessi simili. Ne abbiamo fatti su Processing, Arduino e ne stiamo facendo uno sugli iPhone questo Febbraio.

Marco Mancuso: Ditemi qualcosa di più di “TODAY, mobile application” e di sketcher 1.01 o di qualche altro vostro progetto di cui siete completamente soddisfatti. Pensate che ci possa essere una sorta di linea comune che attraversa questi progetti e che li lega concettualmente o tecnicamente?

Jared Hawkey: TODAY è un’opera di computing ambientale.

Sofia Oliveira: TODAY è un’opera di arte generativa e slash design.

Jared Hawkey: E’ un’opera di visualizzazione di dati.

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Sofia Oliveira: E’ un freeware. Un’applicazione che visualizza cosa accade sul tuo cellulari in termini di comunicazione. Quindi è come la storia della tua giornata, ha un carattere sicuramente auto-biografico.

Jared Hawkey: E no, non ha alcuna relazione con ciò che abbiamo fatto precedentemente. Anche se forse è sempre esistito in qualche pattern nascosto.

Sofia Oliveira: Sì, prima di iniziare non eravamo assolutamente feticisti dei cellulari, ne avevamo di poco costosi, con schermi in bianco e nero

Jared Hawkey: Heitor è uno sviluppatore per cellulari e ovviamente ne aveva uno molto buono.

Sofia Oliveira: Ma siamo sempre stati curiosi di come la comunicazione poteva apparire. E il cellulare ci sembrò uno strumento ovvio da esplorare, dato che lo possiedono circa 3.2 miliardi di persone. Al contempo ci interessava esplorare la sfera del personale e quindi trovammo il cellulare uno strumento molto intimo, all’opposto di vederlo come l’ennesimo strumento per il social network.

Jared Hawkey: Il cellulare vive nel nostro profondo, qualcosa che vogliamo consultare mentre aspettiamo l’autobus.

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Marco Mancuso: La vostra attitudine sembra essere spostata verso quei territori di confine dell’uso/misuso di tecnologie digitali e strumenti meccanici o elettronici, di attitudine hacking verso gli ogetti della vita di tutti I giorni e di tecnologie interattive, verso i softwares generativi per il graphic design e la visualizzazione di dati complessi. Come lavorate quindi su nuovi progetti e come sviluppare un workshops a CADA?

Jared Hawkey: Il “mix perfetto”, grazie. Hmmmm, non lo so, riguardo il “misuso” e “l’attitudine hacking”: sicuramente non abbiamo messo in piedi un “misuso” del cellulare per esempio in TODAY in un modo disfunzionale, ironico, abusivo o inutile. Ma è vero che abbiamo perso molti capelli per fare qualcosa che a tutti noi è sembrato stupido, ovvio, logico e semplice: per questo motivo può essere considerato come un grande hack, aver fatto cioè qualcosa contro la logica comune, sfidando le costrizioni.

Sofia Oliveira: Quando incominciamo qualcosa, cerchiamo di non pensare troppo al fatto che si tratti di un lavoro di arte o di design. Vediamo dove lo sviluppo ci porta; quindi la distinzione non è mai un punto di partenza. Personalmente, quello che mi interessa nel design è il suo modello di distribuzione, cioè nella capacità di raggiungere tante persone nello stesso modo, relazionandosi alla loro vita di tutti i giorni, all’opposto dell’avere un lavoro esposto in una galleria.

Jared Hawkey: Vivere?… su un sistema di supporto della vita.

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Sofia Oliveira: Sì, mi piace l’idea che un’opera venga portata in giro nelle bors nelle persone, o nelle buste di plastica.

Jared Hawkey: Non lo so. Se intendi che i lavori di design funzionano con il mondo delle commodities, rivolgendosi alla generazione di sensazioni pre-esperienziate e che l’arte questo non lo fa, allora TODAY è probabilmente un pezzo di arte. Ma quando lo abbiamo fatto, lo abbiamo pensato come un pezzo di design, solo perché l’Arte mette molta pressione sulle cose. E perché, questo probabilmente perchè la mia definizione di Arte, come definita dal mondo delle accademie di cui io sono un prodotto, è troppo ristretta, l’idea che esso fosse uno strumento riflessivo, nei termini del suo posto nel discorso della produzione, non era una vera e propria intenzione. Abbiamo poi visto che esso poteva esistere nel sociale, dato che si svolgeva su uno strumento considerato l’oggetto di hardware consumer per eccellenza. Tre ragioni quindi per chiamarlo un’opera di design: poi ovviamente i designer la chiamano arte e gli artisti ti guardano come se fossi in combutta con il diavolo.

Sofia Oliveira: Quando parliamo ai design che provengono da un mondo maggiormente commerciali e di mercato e loro ci danno dei feedback su TODAY, dicono che avremmo bisogno di implementare i componenti di servizio, la funzionalità o che dovrebbe essere più veloce e che il sistema visuale è troppo astratto. E allora noi pensiamo: “oh Dio, non è sicuramente un pezzo di design”, perché la sua lentezza e il suo lato contemplativo sono per noi le chiavi del lavoro. Ma quando parliamo con persone che provengono dal mondo dell’arte, sembrano avere un problema ad approcciarsi ai cellulari e non riescono veramente a comprendere che non li stiamo vendendo. Penso quindi che siamo in una sorta di spazio intermedio, qualcosa che puoi benissimo chiamare experimental design.

Jared Hawkey: Ultimamente le distizioni necessitano di qualche revisione. Ma noi non vogliamo rimanerne soffocati: siamo abbastanza felici di essere categorizzati come “altro”.

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Marco Mancuso: Voi affermate che CADA è connessa con la community di Lisbona e immagino quanto sia stato questo un lungo lavoro da fare nel corso degli anni. Quanto è difficile e quale è il livello di attenzione delle Istituzioni culturali, delle scuole, delle accademie, del pubblico, dei media verso la cultura, il design e l’arte digitale? Quanto è difficile, in altre parole, trovare soldi e aiuti dalle Istituzioni per mantenere vive le attività di CADA e come siete eventualmente legati ad altri centri culturali in città o in Portogallo?

Sofia Oliveira: CADA è partito con un fondo di due anni pubblico e privato, con l’obbiettivo di stimulare sui temi da te indicati l’area del Portogallo. Quindi abbiamo avuto dei soldi da distribuire in giro, che ha significato fare promozione, indire una competizione per due anni, dove i vincitori potevano sviluppare con noi il loro progetto, organizzare un programma televisivo sull’arte elettronica Portoghese, attivare workshops ed eventi e così via. Una volta che i fondi si sono fermati nel 2006, è diventato più difficile proseguire con questi servizi pubblici: il prossimo anno saremo in grado nuovamente di partecipare alla richiesta di fondi, ma per il momento dobbiamo lavorare sull’equilibrio tra programmazione e produzione del lavoro. Realisticamente, quello che possiamo proseguire a fare senza fondi, sono proprio i workshops: lo scorso anno abbiamo però preso dei fondi per progetti specifici, come TODAY o altri progetti e anche per un festival Mixed Media di quattro giorno co-prodotto con Polar Produce, da Bristol.

Quindi non ci possiamo proprio lamentare. Abbiamo anche una partnership che ci consente di fare questi workshops con un po’ di soldi a disposizione, come uno spazio gratis e l’attrezzatura per i workshops. Stiamo inoltre iniziando una collaborazione con un’università, un laboratorio di ingegneria computazionale, per sviluppare lavori insieme. C’è un prezzo da pagare se diventi troppo istituzionale, quindi io sono felice di questo spazio indipendente.

I media tradizionali non danno troppa attenzione ai lavori tecnologici: e io non do molta attenzione a loro del resto. Quando faccio qualcosa, tutti i miei sforzi di comunicazione vanno online e di norma funzionano bene. C’è questa tradizione Portoghese a lamentarsi e compiangersi che ci toglie tantissime energie, anche se penso che in generale sia difficile muoversi in quest’area grigia.

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Marco Mancuso: Infine, come è stata l’esperienza al Generative Art festival qui a Milano qualche mese fa e più in generale, cosa ne pensate del grande hype che circonda i tools generativi negli ultimi anni? Quale può essere il futuro di questa disciplina di arte/design?

Jared Hawkey: Ero fuori di me a Milano: ci avevi detto cosa aspettarci, ma ero totalmente impreparato. E’ stato qualcosa di completamente accademico: sono andato per imparare e come “un bravo bambino” ho fatto molto demande. Sia Celestino Soddu che Enrica Colabella sono dei veri pionieri ed è stato grande essere parte di un incontro così venerabile, c’era persino Philip Galanter. E ho effettivamente imparato molto. La sola cosa che non ho digerito, è che come ti ho detto quando ci siamo incontrati, c’era un generale desiderio verso la complessità. Per esempio, capisco e posso essere d’accordo con il richiamo alla Poetica di Celestino ed Enrica e amo il modo in cui si inseriscono nell’architettura Modernista per creare aperture nella soggettività e nella conseguente mancanza di identità nelle città moderne e perché quindi sia necessario produrre gli output e le forme quanto più complesse possibili. Ma ho percepito in un certo qual modo la loro posizione, un po’ troppo militante.

Sofia Oliveira: Pensi che sia veramente così hype? E’ sicuramente diventata la forma espressiva più importante del motion graphic e del graphic design, nonché del flusso commerciale ovviamente. Quale possa essere il suo futuro non lo so. 


www.cada1.net/

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