Crisi sociale, movimenti, ideologie

L’Onda Anomala è il fenomeno sociale più importante che si sia visto in Italia negli ultimi anni. È partito dal terreno della scuola, dalle proteste contro la cosiddetta “riforma Gelmini”, ma il suo valore non appare limitato a quel campo: sembra il sintomo di un nuovo processo di mobilitazione sociale globale. Il disagio materiale, culturale e morale che parte dai problemi della scuola, comincia a riguardare problemi più vasti: quelli del lavoro, della redistribuzione della ricchezza, dello stile di vita, della democrazia e dell’uguaglianza.

Il movimento attraversa strati sociali e generazionali diversi: studenti universitari e medi (certo sinora la componente maggiore), insegnanti e genitori della scuola primaria e secondaria, docenti e ricercatori universitari precari. Quest’ultima componente dimostra che si stanno ponendo le basi per una ribellione generalizzata contro le nuove indecenti forme del lavoro nel capitalismo cosiddetto “cognitivo” o “immateriale”. Che un grande movimento del lavoro precario possa sorgere o no, in Italia e in tutto l’Occidente, è ovviamente una questione aperta. Ma almeno le basi e le premesse, con l’esplosione dell’Onda, sono state poste.

Il movimento riparte dalla scuola perché le scuole, in Occidente, sono rimaste quasi gli unici luoghi di socializzazione, in cui la gente entra in contatto reciproco al di fuori del controllo televisivo sull’immaginario. Ma si allarga perché assistiamo al fallimento di trent’anni di politiche neoliberiste, di finanziarizzazione dell’economia e di privatizzazione di tutto il privatizzabile. La forza e la furbizia del capitalismo sono grandi, ma sono grandi anche le forze che esso stesso genera, nel proprio seno, contro se stesso. Le cause che diedero avvio al Sessantotto si ripresentano insomma, dopo quarant’anni, in forma diversa ma con la stessa sostanza. E con una capacità anche maggiore, a quanto sembra, di sfuggire alle trappole dell’ideologia e di muoversi con intelligenza sui terreni dell’immaginario, del linguaggio, dell’uso delle tecnologie.

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“In tantissime manifestazioni organizzate dall’estrema sinistra e dai centri sociali, così come mi ha confermato il ministro dell’Interno, ci sono dei facinorosi.” Così l’attuale premier Silvio Berlusconi commentava le prime manifestazioni contro la riforma Gelmini dell’inizio di ottobre 2008. Quello che dovrebbe più meravigliare (e far riflettere) nelle prime reazioni di quei giorni non sono tanto le spensierate dichiarazioni di intervento delle forze armate, quanto piuttosto la facilità con cui il pubblico (televisivo, ma non solo) ha spostato l’attenzione dai reali motivi che hanno portato centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza, a una spiegazione “ideologica”, basata sull’individuazione di rassicuranti categorie in cui ingabbiare i manifestanti.

Queste definizioni hanno attecchito nell’opinione pubblica con estrema facilità, e sono diventate spesso il centro di attenzione di diversi dibattiti. Questo può stupire solo chi consideri l’ideologia come un travisamento esteriore e superficiale dei fatti, che sarebbe relativamente semplice combattere e smantellare soltanto ristabilendo una mitica verità. Le cose, ahimé, non sono così semplici. Se l’opinione pubblica cade così facilmente preda di una spiegazione grottesca e semplicistica di complessi movimenti sociali (“ci sono dei facinorosi che seminano zizzania e coltivano il malcontento”), è perché l’ideologia ha un radicamento e una forza (per usare una terminologia marxiana) strutturali, e non solo sovrastrutturali .

Ciò è stato esposto in modo più chiaro da Guy Debord già negli anni sessanta del secolo scorso: “L’ideologia è la base del pensiero di una società di classe, nel corso conflittuale della storia. I fatti ideologici non sono mai stati delle semplici chimere, ma la coscienza deformata della realtà, e in quanto tali dei fattori reali che esercitano di ritorno una reale azione deformante; a maggior ragione, la materializzazione dell’ideologia che è conseguente al successo concreto della produzione economica resasi autonoma, nella forma dello spettacolo, confonde praticamente con la realtà sociale un’ideologia che ha potuto ritagliare tutto il reale sul suo modello”. [ La società dello spettacolo , 212].

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Questa capacità del capitalismo di “ritagliare il reale sul modello di una ideologia”, che Debord chiama “materializzazione dell’ideologia”, è ancora più evidente se ci mettiamo dal punto di vista della biopolitica, cioè della diretta gestione della vita da parte del potere politico, che diventa così un biopotere. All’interno di questa prospettiva la pratica di identificare diversi gruppi di persone attraverso categorie oggettivanti diventa necessaria per controllare processi produttivi e sociali. Nella sfera politica la presenza di soggettività diverse risulta inutile, per cui non ha alcuna rilevanza che a manifestare siano state le persone più diverse tra loro. Viene costruita un’utile figura trasversale che non ha niente a che vedere con le singolarità, ma è una piatta generalizzazione della folla. Che cosa vogliamo dire con questo? Che accanto, e oltre, a meccanismi economici, a strumenti politici, a strutture militari (che indubbiamente hanno un ruolo, e di primo piano), è un dispositivo linguistico che garantisce l’adesione dei cittadini ai “valori di fondo” della società. Nel presupposto (quanto mai ideologico) che il linguaggio descriva fedelmente, ricalchi, rappresenti la realtà senza alcuno scarto.

Certamente, quando la situazione si fa più tesa, quando la realtà rivendica la propria autonomia imboccando strade non previste (quando il meccanismo economico va in crisi davvero, per esempio), allora anche il dispositivo linguistico si inceppa, allora appare illusoria e infondata la pretesa che il linguaggio sia una fedele descrizione della realtà: le dichiarazioni dei politici, i giornali, le televisioni, gli articoli degli intellettuali e gli spettacoli dei comici di regime appaiono d’improvviso smorti e fuori fuoco. Si apre la possibilità di giochi linguistici difformi, di comportamenti diversi, di pratiche davvero non conformiste. Appare un’Onda Anomala, e al suo interno, come giochi di spuma, figure capaci di parlare parole diverse, di utilizzare linguaggi e tecnologie per scopi diversi da quelli per i quali erano stati concepiti. Appare, per esempio, Anna Adamolo.

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Anna Adamolo: storia di una nuova identità collettiva

Anna Adamolo ha fatto la sua prima apparizione sulle pagine del social network Facebook, in cui si presentava come alternativa alla legge 133 della riforma Gelmini. Le immagini, simili a quelle di una qualsiasi campagna elettorale, ritraevano una donna sulla cinquantina con occhiali dalla montatura viola. A un primo sguardo poteva sembrare uno tra i tanti candidati politici, ma agli utenti contattati veniva fatta una richiesta particolare: “Se diventi amico di Anna Adamolo, ti chiediamo di cambiare il tuo nome, il tuo profilo o il tuo stato mettendo il suo nome e il suo logo al posto del tuo”. Parallelamente era nato un blog ( http://annaadamolo.noblogs.org/ ) nel quale era possibile scaricare materiali e leggere quali fossero gli obiettivi di questa operazione. Anna Adamolo, anagramma di Onda Anomala, si proponeva come un nome collettivo attraverso cui poter raccontare la propria storia o rivendicare azioni di protesta contro i provvedimenti del Governo.

In quello stesso periodo giornali e televisioni avevano dimostrato un particolare interesse per il social network Facebook in relazione all’intervento di diversi gruppi politici su quella piattaforma. In particolare era stata rilevata la presenza di gruppi numerosi contro il decreto o contro la stessa Gelmini, e di gruppi meno folti a favore di essi. Parecchi giorni prima della comparsa di Anna Adamolo era stato creato il primo account a nome Mariastella Gelmini, uno dei tanti a nome di personaggi famosi o politici, ma il primo ad avere il nome dell’ormai famosissimo ministro.

Si può intuire che gli utenti aderenti all’account (gli “amici” nel gergo di Facebook) condividessero in maggioranza le posizioni politiche del ministro. I diversi messaggi apparivano più o meno simili a questo: “purtroppo, ancora una volta, è come ha detto il Presidente Berlusconi: gli studenti si fanno manipolare!”: gli utenti riproponevano insomma le stesse forme di categorizzazione propagandate dal governo. Era evidente come le definizioni date dall’ ideologia fossero diventate realtà per tutti i soggetti legati a quel determinato credo politico.

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Anna Adamolo nasceva come risposta a quei meccanismi, si proponeva come immaginario non normalizzato in grado di esprimere le diverse soggettività al di là degli strumenti di materializzazione dell’ideologia utilizzati dal potere istituzionale ed economico. Le intenzioni del progetto si sono fatte più chiare il 14 Novembre 2008, quando “oltre trecentomila studenti, arrivati a Roma con treni e autobus da tutta Italia, si sono messi in marcia, dalla Sapienza, per il corteo nazionale lanciato dalle università in mobilitazione. L’obiettivo era stato pubblicamente annunciato da più di una settimana: accerchiare Palazzo Chigi, per gridare ‘in faccia’ al governo illegittimo lo slogan di queste settimane: ‘Non pagheremo noi la vostra crisi’”. (dal sito www.uniriot.org ).

Già nei giorni precedenti Anna Adamolo era comparsa alla stazione di Milano durante le proteste dell’onda anomala milanese per ottenere treni speciali per la manifestazione di Roma. In quell’occasione erano stati distribuiti falsi sconti per raggiungere la capitale.

Al mattino del 14 le maggiori testate giornalistiche italiane ricevevano centinaia di email molto particolari. Queste provenivano dal dominio ministeroistruzione.net ed erano impostate graficamente come un comunicato stampa ufficiale del ministero. Nel testo c’era scritto: “Sono Anna Adamolo [...] Oggi studenti, docenti, genitori, lavoratori e cittadini occupano al mio fianco il sito del Ministero dell’Universita’ e Ricerca”. Poche ore più tardi i siti della Repubblica, dell’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) e di altri quotidiani titolavano: “SCUOLA: HACKER NEL SITO DEL MINISTERO ISTRUZIONE”, riportando il link del sito “hackerato” cioè www.ministeroistruzione.net . Probabilmente era sfuggito loro il senso di un’altra frase scritta nell’email poco più sotto: “Oggi costruiamo simbolicamente su Internet un nuovo Ministero, il Ministero che vorremmo avere in Italia, in cui le voci dei precari e delle precarie, degli studenti e delle studentesse, dei professori e delle professoresse, di tutti i cittadini, vengono ascoltate”.

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Non un “ministro ombra”, quindi, ma un “ministro Onda”. Naturalmente non si trattava di un’azione di defacement del sito ufficiale, ma di un’azione di hacking dei sistemi di informazione. Il sito ufficiale era stato clonato su un altro dominio scelto appositamente perché potesse essere confuso con quello ufficiale. Dopo pochi secondi di permanenza sul sito compariva un video a tutto schermo con immagini di manifestazioni dei giorni precedenti. Su un sottofondo sonoro inaspettatamente calmo una voce femminile iniziava a parlare dicendo: “Sono Anna Adamolo. Voglio portare tutte queste voci dentro questo palazzo”. Quella voce moltiplicata riportava le diverse esperienze dei manifestanti e infine affermava: “La politica adesso la facciamo noi”. Gli utenti erano poi dirottati su di un altro sito in cui ancora adesso è possibile ascoltare le telefonate e leggere le email inviate da chi sente di essere Anna Adamolo. Alcune di queste email sono state recentemente pubblicate nel libro “sono anna adamolo. Voci e racconti dall’onda anomala”, delle edizioni NdA.

Contemporaneamente all’invio delle email ai giornali era stato diffuso un messaggio in rete in cui si chiedeva agli utenti di internet di contribuire a un’azione di googlebombing linkando nel proprio sito o blog l’url www.ministeroistruzione.net con le parole “ministero dell’istruzione”. Un paio di settimane dopo l’obbiettivo venne raggiunto, e il “nuovo” sito del Ministero figurava ai primi posti nelle ricerche su Google, superando il sito ufficiale.

Nello stesso giorno della manifestazione di Roma, dichiarando una simbolica occupazione da parte dell’Onda Anomala, l’account Facebook di Mariastella Gelmini veniva modificato sostituendo al nome del Ministro quello di Anna Adamolo (prova evidente che l’account non era stato creato dalla Gelmini, ma era un fake). Questo accadeva mentre decine di ragazzi sfilavano in corteo verso Palazzo Chigi indossando degli occhiali di cartone viola scaricabili dal blog e disegnando con gli spray sui muri di Roma il logo del nuovo Ministro Onda.

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Un movimento che sin dall’inizio ha rifiutato qualsiasi referente al di fuori di se stesso, colpiva così ironicamente le diverse parti politiche, e giocava con i meccanismi di rappresentanza trasformando ogni singolo soggetto delle proteste in ministro.

Nelle settimane successive le iniziative a nome Anna Adamolo si moltiplicavano. Il ministro Onda compariva in carne e ossa irrompendo sul palco del Piccolo Teatro Studio a Milano per sostituirsi al Ministro Gelmini ormai assente da qualsiasi occasione ufficiale. A Bologna distribuiva buoni sconto per il 70% su tutti i libri, validi dalle 17 alle 19 del giorno stesso nella Feltrinelli di piazza Ravegnana per promuovere sapere libero per chi produce sapere e reddito per tutte e per tutti.

In questa complessa operazione sono stati coinvolti gruppi artistici come Les Lien Invisibiles e I/o cose, e la coppia di grafici ParcoDiYellowstone. Il progetto AHA: Activism-Hacking-Artivism ha supportato l’operazione nelle sue diverse fasi, coinvolgendo direttamente diversi membri della relativa mailing-list aha@ecn.org. Inoltre fondamentali sono stati i diversi gruppi e collettivi studenteschi, primo tra tutti il collettivo Aut Art dell’Accademia di Brera, ma anche il collettivo di Scienze Politiche di Milano, il collettivo bolognese di autoformazione, Chainworkers, Diversamentestrutturati di Milano, il coordinamento degli studenti dell’Università di Ferrara, i collettivi studenteschi di Trento e molti altri. Si è trattato di una fitta rete di collaborazioni in cui sono state condivise esperienze e competenze per realizzare un progetto su scala nazionale.

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Anna Adamolo fra hacking, artivismo e guerriglia linguistica

L’esperienza di Anna Adamolo rappresenta una linfa nuova all’interno del panorama dell’attivismo italiano e, allo stesso tempo, converte in azione impulsi del dissenso consolidati da decenni di pratiche hacktiviste. Anna Adamolo gioca con il linguaggio, ma anche con il concetto di identità collettiva, divenendo un’icona per chi cerca di ri-scrivere i codici del reale attraverso il détournement dei simboli. Una tradizione che in Italia nasce già negli anni novanta con il multi-individuo Luther Blissett e, dieci anni prima prima a livello internazionale, con la open-pop-star Monty Cantsin, entità plurima dell’(anti)movimento neoista. A differenza di Monty Cantsin, individualità usata come nome d’arte dagli esponenti del Neoismo, e quindi ricollegata più a determinati soggetti che a una collettività allargata, Anna Adamolo è la voce di un network. Un network di persone che coinvolge giovani studenti e ricercatori, lavoratori precari e professori, tutti coloro che vogliono essere Anna Adamolo per rendere attività concreta un’utopia politica, culturale e sociale.

La componente di networking è quindi centrale in Anna Adamolo e la sua rete si ispira a quella anonima intrecciata dai Luther Blissett, con obiettivi comunque diversi. Pur rappresentando una pluralità di individui, i Luther Blissett agivano trasversalmente a qualsiasi movimento politico, insinuandosi come virus nei bug del sistema mediatico e nelle derive delle leggende metropolitane. Anna Adamolo invece nasce all’interno del movimento dell’Onda Anomala, non ha volto ma ha tanti volti che si radicano direttamente in battaglie politiche e sociali. Volti che prendono forme molteplici, ma che lottano per un obiettivo comune. Anna Adamolo interpreta Monty Cantsin e Luther Blissett giocando con il linguaggio e con i labirinti della politica, trasformando in possibilità aperte la burocrazia dello Stato. La sua risposta è la creazione di una “intima burocrazia” (Craig J. Saper, 2001) re-interpretando creativamente gli elementi strutturali della vita quotidiana, come anni addietro hanno fatto la Mail Art e altre pratiche di avanguardia. I simboli dell’istituzione sono sovvertiti, da website ufficiali ai timbri del Ministero dell’Istruzione, per renderli qualcosa di condivisibile e creativo. Segni e marchi di una rete di soggetti che muta e che auto-deterimina le sue regole dell’agire, che vuole costruire autonomamente la sua formazione e il proprio futuro.

Anna Adamolo diventa il nodo simbolico di un movimento precario che già in passato ha inciso la sua radicalità attraverso messaggi visivi e ha trasformato la pesantezza della politica tradizionale in una spirale di ironico attivismo: San Precario, il Santo dei precari, e Serpica Naro, la stilista dell’immaginario, insegnano. Il messaggio è finalmente arrivato a una comunità di soggetti numerosi, che vanno oltre il movimento hacker, quello attivista e le pratiche di guerriglia marketing, e si apre a tutti coloro che vogliono trasformare il nostro presente. In questo senso, Anna Adamolo è stata la vera rivoluzione semiotica, perché ha cercato con successo di raggiungere anche chi, per la prima volta, ha deciso di misurarsi con le alternative possibili scendendo in piazza e agendo attivamente nella rete.

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Conclusioni: per un nuovo linguaggio e una nuova politica

Sembra evidente, da quanto scritto sinora, che l’operazione Anna Adamolo sia un episodio significativo di una tendenza non nuova (fu già evidente, nel corso del Novecento, dal Dada berlinese agli slogan del Maggio 68 parigino), ma riproposta con nuova forza e nuova consapevolezza dall’Onda Anomala. La possiamo sintetizzare così: non c’è rivoluzione o cambiamento possibile su ogni piano dell’attività umana se la rivoluzione o il cambiamento non riguardano prima di tutto il linguaggio. La ragione principale di questa asserzione è stata esposta nel modo più chiaro da Giorgo Agamben: “Poiché è chiaro che lo spettacolo è il linguaggio, la stessa comunicatività è l’essere linguistico dell’uomo. Ciò significa che l’analisi marxiana va integrata nel senso che il capitalismo (…) non era rivolto solo all’espropriazione dell’attività produttiva, ma anche e soprattutto all’alienazione del linguaggio stesso, della stessa natura linguistica e comunicativa dell’uomo, di quel logos in cui un frammento di Eraclito identifica il Comune. La forma estrema di questa espropriazione del Comune è lo spettacolo, cioè la politica in cui viviamo . [Giorgio Agamben, "Glosse in margine ai Commentari sulla società dello spettacolo ", SugarCo, Milano 1990, pp. 242-243]

La forza di Anna Adamolo, come quella di ogni nome collettivo, di ogni operazione consapevole di net art, sta nella capacità di azzerare il legame fra linguaggio e mondo operato dalla tradizione e dal potere, e di creare le condizioni per la creazione di un mondo nuovo. Ogni volta che una persona, un essere umano, si collega al sito www.ministeroistruzione.net e lascia un messaggio che inizia con “sono Anna Adamolo…”, agisce sul terreno linguistico più scivoloso possibile, ma anche su quello più potente. Gli enunciati del tipo “sono XY”, “mi chiamo XY”, sono la forma più chiara e più pericolosa dei cosiddetti “enunciati performativi”, cioè di quelle asserzioni che compiono un’azione nel momento in cui sono proferite, e che la linguistica del Novecento ha studiato con le varie teorie degli “atti linguistici” (da Wittgenstein ad Austin a Searle).

Proprio per questo le operazioni di nominazione (dall’anagrafe al battesimo) sono riservate nelle nostre società ai poteri ufficialmente costituiti, dallo stato alla chiesa. È di nuovo Agamben che chiarisce la sfida linguistica che ci propone la società dello spettacolo, la società del capitalismo globale e onnipervasivo: “Ciò che impedisce la comunicazione è la comunicabilità stessa, gli uomini sono separati da ciò che li unisce (…). Nella società spettacolare (…) il linguaggio non soltanto si costituisce in una sfera autonoma, ma nemmeno rivela più nulla di tutte le cose (…). L’età in cui stiamo vivendo è anche quella in cui diventa per la prima volta possibile per gli uomini far esperienza della loro stessa essenza linguistica – non di quello o quel contenuto di linguaggio, ma del linguaggio stesso, non di questa o quella proposizione vera, ma del fatto stesso che si parli”. [Giorgio Agamben, op. cit., pp. 245-246]

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Proprio la complessità del fatto linguistico, il suo nuovo intreccio con i meccanismi economici, produttivi e mediatici, ci offre però la possibilità di operazioni di rimessa in discussione radicale dei dispositivi di dominio che il capitalismo ci fa apparire come naturali e scontati, a partire proprio da quelli linguistici. Recuperare la “facoltà di linguaggio” significa quindi in primo luogo sottrarsi all’alienazione del linguaggio che perpetua e rende possibili quei dispositivi.

Ecco perché Anna Adamolo non è solo un interessante e utile contenitore per tutte le proposte dei movimenti (dall’autoformazione nelle scuole e nelle università al reddito sociale garantito), ma è anche un tentativo di costruire un nuovo linguaggio dell’azione collettiva, della politica, a partire dal suo terreno più delicato e profondo, quello dei dispositivi di comunicazione. È un lavoro lungo e complesso, che però l’Onda Anomala (e Anna Adamolo con lei) ha già cominciato.

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