La sfida per i ricercatori che si interessano alle dinamiche ed alle interazioni nella rete è quella di applicare una metodologia di ricerca adatta allo studio degli spazi virtuali e degli svariati modi di comunicare e relazionarsi nel cyberspazio.

Etnografia virtuale – o antropologia del cyberspazio, etnografia digitale o netnography, è una metodologia di ricerca sviluppatasi agli inizi degli anni Novanta conseguentemente all’intensificarsi delle dinamiche all’interno della rete. Essa aspira a rispondere alle numerose domande che derivano dalla complessità dell’oggetto di studio, e dal modo in cui questo è stato costruito socialmente e concettualizzato. L’etnografia virtuale proviene dalla tradizione degli studi antropologici e si sta trasformando e adattando ai nuovi modi di comunicare che emergono come conseguenza dell’avvento delle nuove tecnologie.

La cosidetta comunicazione mediata dal computer (CMC Computer-Mediated Communication) offre varie opportunità per la ricerca, ed ha visto il proliferarsi di testi accademici, pubblicazioni, forum e conferenze con l’intento di riconoscere una disciplina in continuo fermento ed evoluzione, la quale offre spunti per dibattiti e confronti sulla validità degli studi basati sulle tecniche di ricerca virtuali. L’etnografia virtuale trasforma i classici concetti di osservazione partecipante e lavoro sul campo, che costituiscono l’asse portante degli studi antropologici. Oggi il “campo” non è più solo il villaggio in Papua Nuova Guinea, quel villaggio descritto nei diari di Bronislaw Malinowski, ma il cyberspazio, lo spazio virtuale.

Le tribù di nativi sono state sostituite dalle comunità virtuali, nelle forme più disparate, sincrone ed asincrone – email, chat rooms, MOOs (Multi-user domains object oriented), MUDs (multi-user domains), listservs. L’osservazione partecipante infine prevede ore ed ore di osservazione, ed eventualmente partecipazione non più localizzate in un luogo reale, ma virtualmente, attraverso il monitor del proprio computer.

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L’entrata nel “campo” per un ricercatore in contesti virtuali è facilitata dalla libertà di accesso alla rete ed i suoi luoghi tramite un “click” anche se è comunque opportuno conoscere e rispettare le regole di comportamento, note come Netiquette. Inoltre, l’etnografo virtuale sceglie di partecipare attivamente o assistere passivamente e silenziosamente, da “lurker”, alle discussioni in rete.

Gli approcci allo studio etnografico di Internet sono diversi: alcuni affermano che l’etnografia virtuale comporta un approccio metodologico preciso, altri considerano che la ricerca etnografica su Internet costringe a riflettere sui concetti e le assunzioni prettamente etnografiche, ma non per questo si può considerare una distinta forma di etnografia. I molteplici approcci sono il risultato del modo in cui Internet viene concettualizzato, se come cultura o come contesto sociale.

Critici e sostenitori delle metodologie virtuali proliferano negli ambienti accademici di tutto il mondo e varie scuole di pensiero prendono forma, alimentando interesse e curiosità. Tra i sostenitori dell’utilizzo delle metodologie virtuali non si può non citare Christine Hine, autrice del libro “Virtual Ethnography” del 2000. Secondo Hine Internet può essere concettualizzato sia come cultura che come artefatto culturale. Nel caso di Internet inteso come cultura, la Hine si riferisce all’osservazione delle pratiche all’interno della rete. Nel secondo caso, nel quale Internet è visto come un artefatto culturale, la rete è invece un prodotto della cultura, una tecnologia creata da persone specifiche con particolari scopi e priorità.

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La Hine sostiene inoltre che Internet rappresenta il campo, nel senso antropologico del termine, per analizzare ed assistere alle dinamiche di coloro che sono connessi in rete. Secondo la studiosa, l’utilizzo dell’etnografia virtuale come metodologia permette di capire in modo autentico una cultura tramite l’osservazione diretta, piuttosto che su concetti imposti dal ricercatore e condizionati da tecniche di sondaggio o scenari sperimentali.

Durante la metà degli anni ’90, ha preso forma quella che è stata definita la generazione dei Cyberculture Studies, orientati verso lo studio delle comunità virtuali e delle identità online. Howard Rheingold, autore di “The Virtual Community: Homesteading of the Electronic Frontier” del 1993, è considerato il padre degli studi sulle comunità virtuali attraverso l’immersione all’interno delle dinamiche comunicative di “The Well” (Whole Earth Electronic Link).

Della stessa generazione di accademici fa’ parte Sherry Turkle che nel 1995 pubblicò uno suo studio etnografico di ambienti virtuali “Life on the Screen: Identity in the Age of Internet”. Nonostante l’ubiquità del computer nelle nostre routines quotidiane e l’uso frequente delle tecnologie che ci permettono di interagire superando le barriere temporali e geografiche, nell’approccio allo studio delle comunicazioni in rete non si può prescindere dal tenere in considerazione gli aspetti della vita reale.

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Per questo motivo concordo con coloro che utilizzano un blend di metodi di ricerca online ed offline. In particolare in un articolo del 2004 dal titolo “Internet ethnography: online and offline” Liav Sade-Beck suggerisce l’integrazione di tre metodi di ricerca qualitativa: osservazioni online, interviste offline ed analisi di materiali supplementari. L’integrazione di metodi di ricerca virtuali e tradizionali permette di ottenere una visione grandangolare dei fenomeni online, più aderente alla realtà.

Altra voce autorevole nell’ambito degli Internet Studies è Steve Jones autore di numerosi libri tra i quali “Doing Internet Research” del 1999 e “Cybersociety 2.0: Revisiting Computer-Mediated Communication and Community” del 1998; Jones è anche il fondatore dell’ Association of Internet Researchers (AoIR) che, attraverso un sito Web, una mailing list e l’organizzazione di una conferenza annuale, rappresenta un forum accademico dedicato agli studi su Internet. La AoIR ha inoltre pubblicato l’ “Ethical decision-making and Internet Reseach”, un documento che riunisce una serie di suggerimenti e regole di condotta etica per guidare coloro che usano metodi di ricerca virtuale.

Numerosi sono anche i giornali accademici che si occupano di nuove metodologie applicate agli studi sulla rete, tra i quali il Journal of Computer-Mediated Communication (JCMC), l’ International Journal of Internet Research Ethics (IJIRE) ed il Forum: Qualitative Social Research (FQS). Quest’ultimo in particolare ha dedicato un’edizione del giornale all’etnografia virtuale (Volume 8, Numero 3 del 2007), che riunisce gli studi più recenti nel campo della Internet Research.

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Questo breve viaggio nel panorama degli studi sul mondo virtuale vuole essere sia un motivo di discussione e scambio tra coloro che si interessano alle dinamiche della rete, che un omaggio a tutti i ricercatori che accettano la sfida di imbattersi nel mondo intangibile di Internet, in tutte le sue complicate sfaccettature. 


www.soc.surrey.ac.uk/staff/chine/

www.rheingold.com/

http://info.comm.uic.edu/jones/bio.html

http://aoir.org/

www.qualitative-research.net/index.php/fqs

http://jcmc.indiana.edu/index.html

www.uwm.edu/Dept/SOIS/cipr/ijire/index.html

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