Mercoledì 29 Ottobre presso l’Anatomickal Theatre di Amsterdam ha avuto inizio il terzo ciclo di conferenze dal nome Sentient Creatures. L’iniziativa, organizzata dall’artista Graham Smith in collaborazione con la Waag Society, ha avuto come obiettivo quello di mostrare gli sviluppi più recenti nel rapporto tra arte e scienza. In particolare il rapporto tra arte e biotecnologie è il tema centrale degli incontri di quest’anno e non poteva esserci inizio migliore di una conferenza tenuta dall’artista americano Joe Davis.

Il compito di introdurre le tematiche della conferenza è spettato a Robert Zwijnenberg, direttore del The Arts and Genomics Centre presso la facoltà di Matematica e Scienze naturali di Leiden. Il TAGC è un centro che vuole essere piattaforma per l’incontro e il confronto tra artisti, ricercatori scientifici e professionisti provenienti da diversi ambiti (www.artsgenomics.org). Zwijnenberg ha preferito non parlare della sua collaborazione con Davis all’interno del TAGC, ma ha cercato di spostare l’attenzione su alcune tematiche estetiche legate all’arte biotech.

Nell’introdurre questa forma artistica alla platea, il professore olandese ha fatto una breve panoramica di quelli che vengo spesso proposti come gli obiettivi di quegli artisti che fanno uso di materiale genetico e tessuti biologici nelle loro opere provocando scalpore mediatico. L’interrogativo a cui giungeva questa introduzione era se l’arte biotech avesse una estetica che andasse oltre al processo di democratizzazione o critica degli strumenti scientifici. In altri termini, se questo ponte che essa realizza tra le stanze chiuse dei laboratori scientifici e il grande pubblico sia la sua unica caratteristica estetica, o se ci siano elementi che vanno al di là delle questioni politiche e sociali da essa sollevate.

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Si tratta di una questione abbastanza datata: il dare una definizione dell’arte e dei criteri per distinguerla da altre pratiche è orami genericamente considerata una fatica di Sisifo. Eppure alla conclusione della conferenza c’è stata la sensazione che questa domanda abbia avuto una sua risposta non diretta, ma data dalla presentazione che Davis ha fatto dei suoi lavori e di se stesso.

Presentato come il padre della Bio Art, l’artista americano ha mostrato insofferenza nei confronti delle problematiche sulla distinzione tra arte e scienza, liquidandole come questioni legate alla nascita della modernità, ma provocatoriamente è partito da due definizioni della parola ‘arte’ prese da due diversi dizionari. In uno l’arte era definita mimesi della natura, mentre nell’altro ciò che è totalmente opposto al naturale.

Questa è stata l’inaspettata chiave per comprendere l’intenso e conflittuale rapporto di Davis con la natura che si riversa interamente nelle sue opere, particolarmente evidente nel suo ultimo lavoro “Chiamatemi Ismaele” per la cui realizzazione ha vinto il Rockefeller fellowship.

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Si tratta di un progetto per un monumento in ricordo delle vittime dell’uragano Katrina, una torre alta 33 metri capace di convogliare la forza di un uragano e inviarla nello spazio attraverso un laser. Colpito per la perdita del padre a causa di quell’evento, l’artista descrive quest’opera come la lotta del capitano Achab contro Moby Dick, contro una natura indomabile e crudele. Questo progetto è ancora in fase di sviluppo presso i laboratori del MIT e prevede l’utilizzo di particolari batteri magnetici in grado di amplificare un segnale laser. Lo studio di questi microrganismi ha portato alla realizzazione di un breve filmato dal titolo “Joe Davis: Making Fire” presentato quest’anno alla trentesima edizione del Moscow International Film Festival. In questo cortometraggio l’artista spiega come ha individuato le particolari proprietà di tali batteri in grado di produrre gas ed energia e afferma: “Potrebbero essere utilizzati per produrre elettricità in modo pulito […] se qualcuno mi domanda se questa è arte, io rispondo si, questo è il mio modo per dare una mano per salvare il mondo […] ” .

Se si guarda solo alle opere artistiche prodotte da Davis si ha una visione limitata di quello che è l’enorme lavoro di ricerca e studio che sta dietro di esse, ma si riesce comunque a comprendere come in queste opere la scienza venga diretta verso ipotesi e immaginari che la ricerca ufficiale non perseguirebbe.

Quando si ha l’opportunità di ascoltare questo artista che parla del proprio lavoro si comprende come sia spinto da un profondo desiderio di comprendere la natura in tutti i suoi aspetti. La comunicazione con esseri extraterresti è un tema a lui caro, che potrebbe essere considerato da alcuni un elemento bizzarro ed eccentrico. Tuttavia per Davis il modo migliore per conoscere se stessi è trovare la via per comunicare quello che siamo ad altri diversi da noi. Negli anni ottanta polemizzò con gli scienziati Carl Sagan e Frank Drake (fondatori del SETI – Search for Extra-Terrestrial Intelligence) per aver omesso nei messaggi destinati a forme di vita extraterrestri una definizione degli organi genitali femminili. Per questo registrò le contrazioni vaginali delle ballerine del Boston Ballet e decise di trasmettere la registrazione nello spazio attraverso le apparecchiature del MIT.

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Alla luce di questa azione si comprende meglio la prima opera da lui realizzata in cui l’artista fa uso di materiale genetico. La prima delle molecole artistiche da lui create è “Microvenus” (1986). In questa opera l’autore manipola una sequenza genomica per codificare al suo interno un messaggio destinato ad una intelligenza extraterrestre. Il genoma del batterio sembra essere il veicolo migliore per trasportare questo messaggio, poiché è resistente alle condizioni ambientali dello spazio, si riproduce in migliaia di copie e si conserva per periodi tempo lunghissimi. Questo genoma contiene, così, un’icona visiva che rappresenta gli organi genitali femminili e che, per un’insolita coincidenza, è simile ad un antica runa germanica simbolo della divinità femminile della Terra. L’immagine è stata trasformata in codice elaborandola sotto forma di matrice numerica bidimensionale. Il segno grafico è stato quindi tradotto in sequenza di basi azotate mutuando dall’ambito informatico il metodo di digitalizzazione delle immagini.

Partendo da una idea di discretizzazione dell’informazione, il materiale genetico è diventato lo strumento per veicolare il messaggio attraverso la suddivisione in unità elementari (bit) che possono assumere, alternativamente ed esclusivamente, i quattro valori delle basi azotate del DNA. Davis non si preoccupa di analizzare il significato del singolo gene ma ne trasla il ruolo per proporci una nuova metafora della genetica.

A Linz (Ars Electronica, 2000) Davis espone per la prima volta “Riddle of life”, la sua seconda opera transgenica realizzata tra il ’93 e il ’94. Anche in questo caso il risequenziamento del DNA di un batterio Escherichia Coli è lontano da qualsiasi riferimento alla sua naturale funzionalità.

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L’artista concepisce l’opera come il punto finale di una presunta rivalità nata in ambito scientifico tra il biofisico Max Delbruck ed il biologo Gorge W. Beadle. Nell’autunno del 1958, questo contrasto aveva portato ad un insolito scambio di messaggi criptati tra i due scienziati. Il messaggio finale di questa corrispondenza, inviato da Delbruck, era costituito da un modellino colorato invece che da lettere. Lo scienziato, inconsapevolmente, fu il primo ad utilizzare la Scienza Biologica per veicolare un messaggio poetico intraprendendo un percorso che ha portato poi all’arte genetica.

La frase che espresse attraverso il modellino risultò essere: “I am the riddle of life. Know me and you will know yourself” . Davis, colpito dalla vicenda, ha deciso di ricostruire la molecola di Delbruck in laboratorio. L’idea di poter utilizzare il genoma per veicolare un messaggio poetico affascina molto l’artista, che durante la conferenza è apparso rapito dalle migliaia di possibili combinazioni dell’alfabeto genetico. Entrambe le opere tuttavia, propongono una rappresentazione del DNA in linea con la cultura tecnologica in cerca di continue corrispondenze con un modello di riduzione del tutto ad informazione. Appare indicativo il fatto che Davis abbia più volte ripetuto: “Il DNA è un numero”.

L’artista americano, dopo l’esperienza di Microvenus e Ridde of life, ha presentato al pubblico di Sentient Creatures la propria esperienza legata all’opera “the Milky Way DNA”, in cui ha deciso di sintetizzare una super molecola di DNA che codifichi una mappa della Via Lattea. L’intero progetto è stato ispirato da una favola in cui la protagonista, un bimba viziata, ritrova la felicità perduta dopo aver incontrato un topo con la mappa del mondo sul suo orecchio. La mappa in questione è in realtà un’immagine digitale della Galassia del peso di 1.1 kilobyte che deve essere pensata come una lunga stringa di numeri binari.

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La super molecola utilizza 64 triplette di basi azotate per elaborare l’input scelto in linguaggio genetico cioè in sequenza di basi azotate. Per sintetizzare una sequenza della lunghezza pari all’intero genoma di molti virus, Davis ha elaborato un particolare metodo di codifica in base 20. La supermolecola ottenuta diventa un database in cui immagazzinare informazioni che diventano patrimonio genetico. Tuttavia non è stato possibile, fino a poco tempo fa, fondere questa sequenza con il genoma di alcun essere vivente. I metodi tradizionali per la creazione di organismi transgenici prevedono la sostituzione di un gene con un altro. Gli organismi tendono ad eliminare sequenze considerate difettose o non significative biologicamente, se esse sostituiscono dei geni. Per questo “the Milky Way DNA” non poteva essere trattato come un gene poiché questa super sequenza non codificava alcuna proteina.

La ricercatrice Dana Boyd ha risolto questo problema ideando un nuovo metodo di trascrittasi inversa detto Silent Code, che è in grado di sostituire sequenze ripetitive non significative del genoma senza compromettere la sua funzionalità biologica. Questa scoperta ha portato Davis ad ipotizzare nuovi messaggi poetici da inserire all’interno degli occhi di una mosca.

Non si tratta di progetti visionari che rimangono nel puro immaginario, ma di opere che diventano concrete grazie alla geniale ed eccentrica ricerca di un artista sicuramente fuori dall’ordinario.

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Probabilmente le parole migliori per commentare il percorso di questo artista sono quelle utilizzate per descrivere il film documentario “Heaven and Earth and Joe Davis” realizzato da Peter Sasowsky: “un artista che è spinto a porsi delle domande che trovano risposta solo in quello spazio in cui l’arte e la scienza perdono la loro particolare distinzione. Perché qualcuno dovrebbe voler codificare un messaggio poetico negli occhi di una mosca; Pescare parameci; O inviare organismi transgenici nel profondo spazio? I lavori di Joe Davis possono sembrare bizzarri, impossibili, anche intenzionalmente malati. Uno sguardo più attento rivela una logica profonda che è sorprendente e contagiosa, più filosofia che arte”


http://test.killertv.nl/archief.php

www.joedavisthemovie.com

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