La quarta conferenza annuale del “dottorato transatlantico di studi Berlino-New York” che si è tenuta dal 25 al 27 settembre 2008 a New York, costituisce un’ottima occasione per tornare a parlare di “postfordismo“, dopo le attualissime vicende della crisi economica che ha investito tutto il mondo finanziario su scala planetaria.

Questa conferenza è stata organizzata dal Center for Metropolitan Studies della Technischen Universität Berlin in collaborazione con la New York Fordham University. L’edizione di quest’anno riveste una particolare importanza per il discorso “tecnologia e società” perché prevedeva come tema “la ricerca della città postfordista: concetti e concezione dello spazio urbano e della società”. Jan Kemper, ricercatore afferente al dottorato, ha riportato una dettagliata relazione del convegno al famoso portale tedesco di storia e sociologia .

Il dibattito è ruotato ovviamente attorno al controverso concetto di “postfordismo”, alle sue potenzialità analitiche e di diagnosi temporale soprattutto per quanto riguarda l’indagine di fenomeni di sviluppo urbano e metropolitano. Alcuni interventi della conferenza hanno puntato principalmente su case studies, come quello di William Sites (University of Chicago) che ha mostrato l’infondatezza delle teorie di pianificazione regolatoria applicate ai problemi della comunità nera nelle grandi città degli Stati Uniti oppure l’illuminante intervento di Stefan Höhne (Technischen Universität Berlin) che ha descritto come lo sviluppo della metropolitana newyorkese ha seguito, anche in tempi postfordisti, pratiche fordiste di standardizzazione e di trasporto di massa, seppure non siano mancate nel tempo possibili alternative di differenziazione e di dislocamento funzionale dei flussi di viaggio.

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Andrew Needham ha invece proposto un intervento più mirato a definire i tratti salienti del postfordismo, a rintracciare cioè alcune dimensioni spaziali entro le quali vengono tradotte le disparità sociali. Uno dei temi ricorrenti è stato sicuramente il rapporto tra la pluralità dei centri che i nuovi modelli della città postfordista presentano e altro non sono che il riflesso di un rinnovato intreccio tra centro e periferie. Pratiche di potere, rappresentazione dello scontro sociale e politico, strategie di guerriglia, ma anche di sopravvivenza per i gruppi dei migranti e ancora inseparabilità degli spazi di divertimento da quelli lavorativi sono stati i temi che hanno animato la terza parte della conferenza e che hanno ampliato il discorso verso orizzonti più politici e storici.

Durante la conferenza, così riferisce ancora Kemper, sono emersi principalmente due approcci della ricerca urbanistica nei confronti della cesura postfordista: da una parte si colloca chi accetta il postfordismo come un periodo dal quale è possibile iniziare l’indagine dei mutamenti in corso dello sviluppo urbano, un approccio quindi che può contare su termini di paragone tra un passato fordista e un presente postfordista ma che alla lunga non riesce ad uscire da una visione occidentale e non tenta di allargare lo spettro dell’analisi urbana alle megalopoli del sud per mancanza di una prospettiva storica. L’altro approccio si contraddistingue invece come una “contronarrazione”che considera la frattura tra fordismo e postfordismo urbano come un idealtipo al quale gli studiosi hanno dato eccessivo peso, peccando in questo modo di costruttivismo.

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Se tentiamo di sintetizzare il campo dei temi dibattuti, constatiamo che la conferenza ha toccato principalmente il tema dell’architettura e della pianificazione urbana intesa come tecnologia di intervento e di condizionamento della società; delle strutture abitative e comunitarie che concretizzano teorie sociali; dell’impatto che le costruzioni urbane hanno sugli abitanti non solo come oggetti estetici, ma anche come agenti normativi di stabilizzazione o di mutamento del  comportamento collettivo. L’azione del “costruire architettonicamente” inteso come tecnologia “sociale”, era già stato teorizzato da Foucault per i processi di disciplinamento o dall’”Environmental Design Research” degli anni ‘ 70 in chiave sociologica e psicologica, ma in questo caso i relatori hanno tentato di argomentare di nuovo e a tratti radicalmente, il tema del postfordismo.

Sappiamo che esso è un termine polimorfo e sfuggente come tutti i post-, arricchito da molteplici e complesse interpretazioni, soprattutto socioeconomiche in chiave globale, ma che principalmente concordano nel connotare la fase capitalistica attuale come di superamento dell’età fordista, caratterizzata invece dalla centralità della fabbrica e dal consumo di massa. Nel postfordismo, al contrario, la produzione e il mondo del lavoro sono caratterizzati da un assetto “flessibile”, sottoposti a continue dinamiche di adattamento a repentini mutamenti socio-economici (e in ultima analisi anche ambientali), di fronte ai quali i poteri dei governi nazionali mostrano sempre più chiaramente una crescente incapacità di intervento perché le logiche economico-politiche hanno raggiunto dinamiche di scala sovranazionale o appunto “globale”.

Secondo molti sostenitori di questo paradigma, il mutamento postfordista è in atto a partire dagli anni Settanta e per la brillante epistemologa Maria Turchetto è stato formulato per la prima volta alla Ecole de la Régulation francese negli anni ’70, attraverso i lavori di Michel Aglietta (il caposcuola), Benjamin Coriat, Alain Lipietz e ha trovato un felice e produttivo filone interpretativo attorno alla figura degli “esuli italiani” a Parigi degli anni ’70-’80, tra i quali Toni Negri è senz’altro il più conosciuto.

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Per concludere, possiamo formulare un auspicio di ampliamento di questo dibattito, affinché tutti i post- non mostrino, come è vero, segni di invecchiamento, è necessario attivare un confronto veramente interdisciplinare sul tema del postfordismo, inteso sì come cesura capitalistica, ma nei suoi aspetti sociologici e psicologici che hanno a loro volta ricadute e sbocchi nell’aumentato ciclo delle comunicazioni e degli strumenti che hanno reso anche la comunicazione un sfera di mutamento “postfordista”, perché in questo mio contributo si è finora sottaciuto un aspetto fondamentale e cioè che è proprio con l’avvento del postfordismo che le Information e Communication Technologies sono potute diventare tecnologie energetiche per quel mutamento sociale che va sotto il nome di società dell’informazione.

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