Lo scorso Sabato 15 Novembre ho avuto l’occasione di collaborare con il festival Sincronie di Milano, da qualche anno l’unico appuntamento meneghino e uno dei pochi a livello nazionale, a esplorare con coscienza e coraggio, i legami possibili tra due mondi apparentemente inconciliabili: quello della musica contemporanea e quello della musica elettronica di ricerca.

L’edizione di quest’anno, è stata immaginata dal suo autore, il musicista e compositore Massimiliano Viel, come una sorta di viaggio esplorativo delle possibili correlazioni esistenti tra il mondo terreno e il mondo celeste, attraverso l’elemento sonoro, inteso come vettore in grado di trasporate emozioni e sentimenti da e verso lo spazio dell’universo. In vista dell’Anno Internazionale dell’Astronomia del 2009, Sincronie ha anticipato i tempi con due serate dedicate al rapporto arte-scienza: dove per arte si intende soprattutto suono e dove per scienza si intende soprattutto astronomia. Entrambe le serate sono state da me curate e presentate: la prima con ospite uno screening dell’agenzia The Arts Catalyst, la seconda arricchita dalla presenza dei concerti dell’artista italiano Tez e della sound artist neozelandese Honor Harger, metà dei Radioqualia insieme ad Adam Hide, nonchè attiva ricercatrice all’interno del programma Z-Node, curatrice e critica.

Quando io e Viel ci siamo messi a caccia dei Radioqualia per invitarli, francamente non sapevamo se il duo di pionieri della sound-art digitale fossero ancora attivi: tanti erano gli anni trascorsi dai loro primi progetti e ormai molto il silenzio attorno alla loro opera più conosciuta, Radioastronomy, che calzava perfettamente con il concept di Sincronie 2008. La verità, come sempre, si nasconde nelle pieghe di una lunga intervista che Honor Harger mi ha concesso nella hall del suo albergo a Milano: se da un lato infatti l’importanza dei Radioqualia per il loro lavoro di ricerca sui suoni dello spazio, per l’utilizzo pioneristico della piattaforma Internet come strumento di diffusione e condivisione di contenuto e informazioni (la Radioqualia è una radio in Rete che diffonde in streaming i suoni dello spazio, dei pianeti e delle stelle, usati a secondo della occasioni per installazioni e performance live), per la salvaguarda artistica di tecnologie di ascolto e ricezione di onde radio quasi in disuso è sempre stata fuori discussione, dall’altra è recente il rinnovato appeal di cui godono nell’ambito di una generale riscoperta di quegli artisti che lavorano con suoni e immagini a cavallo tra vecchie tecnologie analogiche e nuove strumentazioni digitali.

Non voglio sembrare pedissequo e noioso, però l’ironia di questi discorsi è quasi pari al fastidio che ormai mi provocano: nel delirio organizzativo di quei giorni, quello che ho voluto sempre tenere come punto fermo era di ritagliarmi un po’ di tempo a parlare con Honor Harger. Quello sì, mi interessava davvero, una di quelle occasioni rare. Quella che emerge dall’intervista è una delle personalità artistiche più complesse che mi sia capitato di incontrare in quel luminoso scenario che sta a cavallo tra arte, tecnologia, scienza, design e società. Una musicista onesta e mai banale che non ha infatti deluso le aspettative del pubblico alla Casa dell’Energia di Milano, una teorica dei media e dell’utilizzo del suono come medium preparata e curiosa, una curatrice dinamica e fuori dagli schemi (è sufficiente leggere il suo testo e la curatela della suo AV Festival in Inghilterra).

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Mi sembra già di sentire gli amici di Fabrica che proprio l’altro giorno mi facevano i complimenti per lo stile critico di Digicult, in cui non si celebra solamente l’artista ma si fa una critica obbiettiva e a volte feroce: ecco, in questo caso mi smentisco subito e dispenso le lodi di Honor Harger e Radioqualia, ma sfido chiunque a darmi torto…

Marco Mancuso: Innanzitutto vorrei partire da una considerazione piuttosto generale. Tu hai sempre lavorato con il suono, esplorandolo più per il suo potenziale creativo, artistico e comunicativo, piuttosto che come “materiale” con cui lavorare per creare opere di sound art o musicali. Sembra quasi un approccio Cageano, nei termini che chiunque può usare il suono per comunicare o esplorare, piuttosto che usarlo in termini accademici. Ti consideri in questo senso diversa dalla gran parte di sound artists nel mondo?

Honor Harger: Ottima domanda. Hai ragione, io uso il suono in modo sicuramente non tradizionale, in termini di musica elettronica e sound art. Questo di base perché io non sono una musicista, non ho alcun background musicale. E’ sempre una grande sfida per me, soprattutto per il fatto che provengo da una città che ha una grandissima e ricchissima tradizione nella musica sperimentale: sono sempre stata coinvolta nell’ambiente musicale sin da quando ero giovane, anche se non suono effettivamente alcun strumento. Quando ho scoperto i softwares digitali, mi sono interessata del suono come media soprattutto per me stessa: ho scoperto che se guardi il suono come una forma d’onda, esso è qualcosa di assolutamente materiale, qualcosa con cui si può lavorare, che si può modificare e anche scolpire. Ho iniziato piuttosto tardi a sperimentare quindi con il suono e chiaramente il mio approccio non è stato quello di un tipico musicista: se guardi a Roji Ikeda, o Cartsen Nicolai, loro sono veri musicisti, in grado di comporre della musica. Io non ero però interessata a creare dei soundscapes solo perché belli, ma perché possono essere visti come dei fenomeni. Nel progetto Radioqualia per esempio, il suono è importante per il suo significato astronomico.

Marco Mancuso: Quando si ha l’occasione di sentire un tuo concerto live, il suono è assolutamente ruvido, sporco, e la performance sembra molto “improvvisata”. Il suono è interessantissimo perché profondamente emotivo: qualcosa con cui si può appunto improvvisare ma al contempo progettare per una precisa composizione. In sostanza, un tuo live sembra un equilibrio perfetto tra attitudine musicale non-musicale. E’ così?

Honor Harger: Se crei una sorta di viaggio attraverso il suono, è interessante godere di una performance: si crea infatti un mix interessante tra il viaggio, l’idea di creare emozioni e relazioni attraverso l’uso del suono, momenti di contemplazione e i suoni selezionati. Io faccio questo come sound artist: creo dei viaggi.

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Marco Mancuso: Quanto di te stessa, della tua attitudine, del tuo carattere, è presente nella tua musica?

Honor Harger: Ad essere onesta, non lo so con certezza. Chiaramente molte cose provengono dal mio essere. E’ un processo subcosciente, quindi non so dirti quanto di me stessa è presente nella mia musica. So però che se facessi le mie cose coscientemente, probabilmente non funzionerebbero. Conosco molte persone che pensano alla musica in modo cosciente: compongono e scrivono, immediatamente. Per me si tratta più di una sensazione, comprendere se un suono funziona o meno,

Marco Mancuso: Il progetto Radio Astronomy dei Radioqualia è un mix perfetto tra vecchie e nuove tecnologie. Da un lato, usa i vecchi media, come la radio o i telescopi, dall’altro usa i media digitali come Internet. Nelle tue teorie, consideri la radio come “un media importante per far collassare le distanze geografiche, attraversare i confini e le culture”. Pensi che i vecchi e i nuovi media possano essere usati in un modo più convergente per l’arte e la comunicazione, o pensi che i media digitali alla fine sovvertiranno quelli analogici?

Honor Harger: Questa è una grande domanda. Radioqualia come collaborazione è nata proprio per queste ragioni, e sono queste cose che ci chiediamo tutto il tempo. E’ sicuramente diventato trendy oggi usare le tecnologie digitali e analogiche in modo convergente: quando noi nel 1998 usavamo le tecnologie radio e le frequenze fm, la gente ci chiedeva perché le usassimo. Ora invece tutto questo è di moda. Fino a 2 anni fa, ti avrei risposto che i vecchi media e le frequenze fm erano importanti da conoscere, essendo parte del potere politico che governa la nostra società. Sebbene molti dei fenomeni preannunciati da Internet puntualmente non si sono ancora verificati (veri per esempio le Web Tv di cui si parla da ormai quindici anni e che ancora oggi non sono sviluppate con un vero e proprio strumento) e sebbene le tecnologie fm siano state per molti anni un mezzo di comunicazione importante, specialmente per i paesi in via di sviluppo, sono oggi molto preoccupata per il loro futuro: ci sono sempre meno operatori e persone che lavorano con esse, considerando che sono sicuramente le tecnologie più importanti e non-geografiche per connettere le persone. Queste tecnologie stanno per morire, specialmente dopo l’arrivo di Internet, come forma di comunicazione: è un’arte che sta morendo.

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Marco Mancuso: C’è qualche sorta di “nuovo media” o di “segnale di trasmissione” o di “nuovo tipo di suono” che percepisci potrebbe essere interessante da investigare in futuro?

Honor Harger: E’ una domanda interessante. Al momento sono molto interessata alla audio-acustica. In realtà siamo interessati da anni a questi fenomeni, ma non abbiamo mai avuto tempo di concentrarci su di essi. Un mio amico mi ha spiegato che il suono, inteso come onda, è anche un insieme di particelle: è una nozione strana per uno che non sia un fisico, ma le particelle di suono sono chiamate “fononi” (analoghi ai “fotoni” che sono particelle di luce) e sono una manifestazione di un certo stato quantico. Io non so molto nello specifico di tutto ciò, ma è sicuramente una cosa che mi affascina e mi stimola. Artisti come Evelina Domnitch e Dmitri Gelfand sono le uniche due persone che conosco che sanno qualcosa sui fononi: loro come artisti creano un collante tra il mondo dell’arte e il mondo della scienza, vanno a fondo delle cose, creano opere d’arte affascinanti lavorando fianco a fianco con gli scienziati. Penso sia questa la direzione anche per me da seguire, per lavorare con il fenomeno dell’audio-acustica.

Marco Mancuso: Il progetto Radioastronomy, lavora catturando i suoni da radio telescopi, diffondendoli poi attraverso internet (online) e tramite radio fm (onair). Puoi spiegarci meglio come funziona il progetto, e come lo usate dal vivo?

Honor Harger: E’ veramente molto semplice. Le stelle e gli oggetti dello spazio emettono radiazioni, anche molto energetiche, che possono essere immaginate come delle onde radio. Noi amiamo pensare che le stelle siano effettivamente i più antichi trasmettitori dell’universo. E’ possibile intercettare queste onde radio attraverso dei telescopi: il telescopio più comune, per capirci, è proprio l’antenna della radio, anche se ovviamente i telescopi che usiamo noi sono molto più grandi e precisi. Queste onde radio non hanno niente a che vedere con il suono inizialmente, sono luci con differenti frequenze. Per trasformarle in suono, c’è bisogno chiaramente di un processo meccanico, in modo analogo a come funziona un amplificatore, seguendo i processi base dell’”audificazione”. Radioastronomy è quindi il progetto che trasforma le onde radio che riceviamo e catturiamo, con frequenze molto elevate, a un livello udibile attraverso un ricevitore, come può essere per esempio una normale radio. Per le installazioni dal vivo abbiano 2 differenti approcci: o usiamo i suoni che sono registrati dai nostri archivi o i suoni che vengono catturati in tempo reale dai telescopi. Nel secondo caso, usiamo spesso un telescopio presso il Radio Astronomy Centre in Lettonia: è una sorta di community college, pionieri nel connettere i radiotelescopi con Internet per inviare suoni in Rete in streaming, da sempre fonte di ispirazione per noi e di cui abbiamo preso il modello di funzionamento. Per i live infine, usiamo un ricevitore radio, una antenna molto grande, che fa osservazioni in tempo reale e le invia in streaming su Internet: fare questo è tecnicamente molto difficile, consuma molto tempo, richiede molta coordinazione, non si può fare in città perché è necessario avere un suono molto pulito. La miglior osservazione dal vivo l’abbiamo fatta sulle isole della Scozia, all’interno del progetto Makrolab di Marko Pelijan, oppure anche in Antartide.

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Marco Mancuso: Più in generale, la tua attività come Radioqualia si è sempre focalizzata sul broadcasting artistico, sul condividere contenuti attraverso il web, sugli esperimenti di netcasting. The Frequency Clock è un esempio perfetto di tutto ciò. Sono però rimasto stupito di leggere su che voi “lavorate con, piuttosto che contro, le limitazioni dei media”. Quale è quindi la tua opinione sulla crescente massificazione dei media digitali, sull’abuso di queste tecnologie, sul modo in cui stanno diventando via via più invasive?

Honor Harger: Ottima domanda. Quello che intendiamo, quando diciamo che lavoriamo con le limitazioni dei media, è relativo a Internet e allo streaming. Quando lo streaming è diventato diffuso nel 1990, è stato una grande innovazione: fino a quel tempo si usavano connessioni via cavo, lente e con tecnologia low-fi. Il video era ridicolo in termini di risoluzione, rappresentazione dei colori e informazioni trasferite. Lo stesso valeva per il suono: era povero di informazioni e di bassa qualità. Uno approccio, a quel tempo, era di spingere le tecnologie il più possibile, mentre un altro approccio era di comprendere che le tecnologie sono come sono, e possono essere creative in egual misura. Bisognava avere semplicemente una differente filosofia di composizione, lavorando per esempio con i video in bianco e nero o con le immagini formali. Noi iniziammo a lavorare con il suono con l’idea di lavorare con un range limitato di frequenze: non siamo più quindi molto interessati a lavorare con i media in streaming oggi, con connessioni veloci e buona qualità. Per noi non è più così stimolante, tutto qui. Con il Frequency Clock, eravamo interessati a guardare in modo contraddittorio alle piattaforme web atte alla collaborazione: non creammo quindi una vera e propria piattaforma dove le persone potevano condividere e usare contenuti comuni, ma uno strumento per diffondere questi contenuti comuni attraverso la televisione o la radio, per creare quindi programmi, usando un software di programmazione. Lo scopo fu quello in altre parole di creare un programma, senza alcun altro tipo di output.

Hai toccato comunque un altro punto importante, la sfida condotta dai primi progetti comunitari: The Frequency Clock fu uno di questi, ma molti altri sono rimasti sconosciuti. Quello che sto veramente cercando, è un vero e proprio intervento artistico in piattaforme sociali come You Tube, o My Space o Facebook: non è mai successo per ora, anche se queste piattaforme sono un aspetto socio-culturale importante delle nostre vite. Le communities degli anni Novanta erano basata sulla cooperazione, ma penso che oggi sarebbe piuttosto stupido creare una nuova community per gli artisti, quando tutti gli artisti sono già presenti su questi nuovi social networks.

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Marco Mancuso: Per il progetto Z-Node, hai sviluppato una ricerca intitolata ” Broadcasting the Music of the Spheres: Understanding astronomy through art, audification and radio”. La tua domanda è: ” Come posso usare la radio come agente di sonificazione per avere uno sguardo nei fenomeni astronomici ed elettromagnetici?”. Dopo molti anni che conduci questa ricerca, quali risultati pensi di aver ottenuto?

Honor Harger: Tu vorresti saperlo, ma anche il mio supervisore vorrebbe saperlo. Come tutte le ricerche di Phd, quando chiedi a qualcuno come sta andando, appare un grande punto di domanda sulla faccia. E’ difficile da spiegare, anche se è una domanda semplice. La ricerca presso lo Z-Node è un ibrido di discipline: un gruppo di ricerca è più orientato alla scienza, il gruppo di Roy Ascott è più aperto alla filosofia, un altro è più aperto al design e uno è sicuramente più tecnologico. La mia ricerca è profondamente radicata alla mia attività con Radioqualia e una delle cose più importanti che ho scoperto è che c’è sicuramente una relazione tra il modo in cui riceviamo i segnali astronomici e il suono. Le onde non sono onde sonore all’inizio, come detto, ma le convertiamo in onde in cui ci sia qualcosa di udibile, che non potremmo sentire in altri modi.

Quello che sto imparando è più una domanda filosofica: spesso le informazioni non sono usabili in modo scientifico, ma sono usabili in modo più sensoriale. Quello che capiamo ascoltando i suoni, non possiamo capirlo osservando le onde sonore o passando queste informazioni ai computer. Storicamente negli anni Cinquanta, prima dei computers, i radio astronomi lavoravano come ascoltatori professionisti: sedevano in una stanza, con un radio telescopio di fianco, con degli amplificatori, e ascoltavano i segnali monitorando ogni cambiamento del suono che proveniva per esempio da Giove. Quando arrivarono i computers, ci fu sempre meno bisogno di loro e così noi tutti perdemmo un importante processo di ascolto profondo: la mia idea con la mia ricerca, è di tornare indietro a questo ascolto profondo. Faccio lo stesso con il pubblico quando suono come Radioqualia.

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Marco Mancuso: In un tuo testo che ho trovato online, tu affermi: “Faccio riferimento alla tassonomia della sonificazione sviluppata nelle ricerche sull’Auditory Display, e ho anche sviluppato una personale ontologia della radiofrequenza”. Ecco, in conclusione, puoi spiegarmi quale è la tua ontologia di questo strumento così affascinante?

Honor Harger: Io penso che la radiofrequenza sia uno spazio, un ambiente, e che le tecnologie radio permettano 5 o 6 modi di interrogare questo spazio: alcune di loro sono conosciute, altre no. Se interroghiamo lo spazio, scopriamo che esso è un sistema di distribuzione. E’ un modo di trasporto, un meccanismo di ricezione. La radio può essere un agente di audificazione come detto: rende udibili cose che non lo sarebbero in altro modo. Le radiofrequenze possono essere usate come strumento per mappare lo spazio: lo vediamo quando creiamo visualizzazione/cartografia dello spettro delle radiofrequenze, come ha fatto l’artista Marko Pelijan. Come artista quindi, io uso la radio come meccanismo di ricezione, come carrier, come agente di audificazione. Come curatore, sono interessata alle radiofrequenze come strumento per mappare lo spazio. Questa è la mia filosofia, la mia ontologia della radio. 


www.radioqualia.net/

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