L’essere umano, ossia l’uomo in quanto essere ed essere uomo, è sempre stato al centro di indagini, studi e attrazioni filosofiche di natura etica e morale. Come parte delle diverse “storie”, si pensi a quella dell’arte, della filosofia o dell’architettura, anche la storia dell’uomo si è spesso sviluppata all’interno di una dialettica. Abbiamo analizzato le “norme”, le “forme”, le caratteristiche di uno “stile” artistico o architettonico, ora avvicinandolo, ora allontanandolo da quell’imponente significato racchiuso nella parola “classico”. Termine spartiacque, categorico, divisorio. Ecco quindi il barocco, il gotico, il rococò riuniti nel nome comune di “anticlassico”.

L’uomo ancora di più è stato indagato, messo in rapporto dialettico con la Natura, il Divino, il Nulla; magnete accentratore accusato di antropocentrismo e antropomorfismo. Oggi i termini di questi contrasti sono cambiati ma l’uomo è sempre il termine di riferimento di ogni contrasto. L’incessante sviluppo tecnologico ha portato discipline come la biologia, la genetica e la medicina, a progressi vastissimi e ancora indefiniti che però minacciano di cambiare l’uomo, di trasformarlo in qualcosa d’altro, di alieno. Un manifesto cinematografico del 1997 ha affrontato questa tematica: Gattaca – La porta dell’universo di Andrew Niccol. Questo film è ambientato in un futuro prossimo in cui sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato programmato geneticamente e chi è nato con un patrimonio genetico naturale. Questo film, in modo forse involontario, propone una sintesi di molte domande attuali: il post-umano inteso come l’assenza di demarcazioni nette e di differenze essenziali tra umani e macchine, e in generale tra meccanismo cibernetico e organismo biologico, può esistere perché scopriamo che l'”uomo” dopo l’uomo è ancora umano.

Un umano certo diverso, incerto, indefinibile o ancora da definire. Un uomo incerto che vive in un’età di incertezza, la stessa che il Dr. Andy Miah descrive nel suo libro ” Human Futures – Art in an age of uncertainty”.

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Andy Miah, insegnante di Nuovi Media e Bioetica presso l’università di Scozia, membro della fondazione per l’arte e la tecnologia creativa (FACTS), ha focalizzato i suoi studi sulle culture tecnologiche emergenti, concentrandosi in particolar modo sulle tecnologie di potenziamento umano. I suoi lavori coprono un ampio ventaglio di discipline, dalla giurisprudenza, alla filosofia, all’arte, alla sociologia e numerose scienze. Autore di numerosi saggi e articoli sul post-umano per giornali internazionali come The Observer e Le Monde, con lui abbiamo discusso del suo ultimo lavoro per comprendere la metodologia e i contenuti alla base delle sue ricerche.

Stefano Raimondi: Vorrei iniziare questa intervista partendo dal tuo ultimo libro: ” Human Futures – Art in an age of uncertainty “. Una delle peculiarità di questo testo è di essere stato pubblicato con quattro copertine diverse, che rimandano e si riferiscono ai “futuri” indicati nel titolo. Come è nata questa idea e cosa rappresentano le diverse copertine?

Andy Miah: Le quattro copertine anticipano la divisione del libro in sezioni diverse: Visioni, Corpi Contesi, Economia Politica e Finzioni/Frizioni Creative. Questi nuclei vogliono rappresentare una tematica unica piuttosto che creare delle distinzioni, spesso inefficaci e dispersive, tra discipline diverse. Questo tipo di approccio è possibile solo con il superamento della prospettiva individuale e con l’erosione delle rigide barriere di appartenenza di ciascuna disciplina. La parte testuale e iconografica, presente in tutte le sezioni, è essenziale per supportare il vasto numero d’interpretazioni che il lettore potrebbe ricavare dalla lettura; inoltre permette di arrivare a un livello più profondo di collaborazione che è alla base del libro. Per esempio, all’interno del capitolo realizzato dall’esperto di Nanotecnologie Richard A.L. Jones, possiamo vedere il lavoro Nanotopia di Michael Burton, che è stato direttamente influenzato dalle tesi sostenute dallo stesso Jones.

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Stefano Raimondi: Il libro stesso si avvale del contributo e delle prospettive di diversi esperti. Qual’è il background alla base del testo?

Andy Miah: Il libro è sociologicamente pratico, eticamente rigoroso, artisticamente informato, bio-politicamente bilanciato e mira a creare una serie di interrogativi sul futuro dell’umanità. Durante gli anni ho parlato e scritto con e per studenti di diverse discipline e spesso ho trovato utile trasportare le idee da una disciplina all’altra; per questo ho voluto realizzare un testo dove tutto convergesse. Il libro emerge da un programma ambizioso, elaborato nel 2008 dal FACT’s (Foundation for Art and Creative Technology), che ha trattato il modo in cui la nostra mente, il nostro corpo e il mondo stesso, dovrebbero essere re-interpretati nel XXI secolo. Il suo contesto è la duplice problematica riguardante il radicale cambiamento tecnologico che si sta verificando e la nostra incapacità di soddisfare tutt’oggi i bisogni e le necessità di un numero ancora vastissimo di persone.

Per questo il libro prende il via dalla collaborazione collettiva proposta dal FACT. Questo permette agli esperti di spiegare quello che conoscono dalla loro posizione privilegiata ma anche di apportare qualcosa in più, esterno al loro tipico raggio d’azione. Per esempio, c’è un capitolo scritto da William Sims Bainbridge, senior advisor presso l’USA’s National Science Foundation, che si dispiega come una narrazione in prima persona vista dalla prospettiva del suo personaggio nel popolare gioco online World of Warcraft . Mi sento molto fortunato ad avere questo contributo all’interno del libro a fianco di un altro lavoro creativo realizzato da George J. Annas, personaggio di primissimo piano nell’ambito della bioetica, che permette di comprendere gli aspetti e le possibilità offerte dal trans-umano, e come queste potrebbero essere male utilizzate da alcuni governi.

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Stefano Raimondi: Il libro è focalizzato anche sul lavoro di artisti visuali. Qual’ è il contributo che questi artisti hanno apportato al testo e quali sono i contenuti che hai visto nelle loro opere?

Andy Miah: I testi sono integrati con inserti visivi provenienti sia da designer sia da artisti come AL e AL, Pipilotti Rist, e diversi bioartisti come Yann Marussich, Stelarc and Orlan. Molti di questi artisti hanno partecipato al programma annuale di esposizioni progettate dal FACT. Sono particolarmente orgoglioso di aver messo in relazione questi lavori con i contributi di Dunne & Raby, Michael Burton & Revital Cohen. Ritengo queste connessioni alla base di quelle nuove relazioni che permettono al libro stesso di presentarsi con un manifesto del post-umano.

Stefano Raimondi: La società stessa sembra cercare un nuovo paradigma di conoscenza condivisa e collettiva, dove il prodotto non è semplicemente il risultato di un punto di vista multidisciplinare ma piuttosto di una compenetrazione di conoscenze. Wikipedia, Facebook e altri Social network, ma anche il processo di creazione artistica sembrano indirizzati a questo modo di pensare. Alla luce di quanto hai detto possiamo forse affermare che il tuo libro contiene e trasmette questa forma di “conoscenza collettiva”?

Andy Miah: A livello teorico il libro è trans-disciplinare, questo non significa semplicemente avere contributi provenienti da diverse discipline, ma anche attuare una contaminazione trasversale di idee all’interno del testo stesso. Per esempio la seconda sezione del libro “Contested Bodies” parte dagli spunti di George J. Annas, Sandra Kemp, Marilene Oliver, Gregor Wolbring ed Eduardo Kac. Tutti condividono un comune interesse di ricerca che si basa sulla visione del corpo umano come luogo di contrasto e frizione. Annas discute dell’importanza che potrebbe avere, sia per gli scienziati sia per gli artisti, la visione del proprio corpo come strumento di sviluppo della conoscenza. Kemp analizza il volto umano come costrutto che racchiude e dà senso alle trasformazioni biologiche susseguitesi fino ad oggi. Oliver si pone domande sul significato della fisicità, partendo da un’indagine della virtualità. Come teorico dell’ “infermità” Wolbring considera come le protesi fisiche abbiano effetto sulla nostra nozione di abile e disabile. Kac e Osthoff indagano i contributi dell’arte transgenica. Come si vede sono davvero numerosi i costrutti teorici presenti.

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Stefano Raimondi: L’incertezza stessa è una parola trasversale. Nel tuo libro essa affiora in differenti modi e in contesti diversi; quali sono le “incertezze” che hai voluto portare alla luce?

Andy Miah: L’incertezza è intesa in numerose venature. Per prima cosa è importante che il libro non definisca la nostra come “l’età” dell’incertezza ma come “un’età”, perché sarebbe fazioso affermare che i nostri tempi sono così radicalmente distinti dagli altri. Attualmente ciò che caratterizza la nostra epoca è il passaggio dalla possibilità alla scelta; la nostra incertezza dipende da una realtà in cui conosciamo molto più di quello che conoscevamo una volta. Soprattutto la difficoltà non dipende dalla troppa informazione ma da una crisi esistenziale. Naturalmente non possiamo ignorare il fatto che dobbiamo affrontare crisi sistematiche, legate all’instabilità politica ed economica.

In secondo luogo il libro presenta l’incertezza riferendosi alle principali conseguenze morali che mette in moto: dobbiamo, su scala globale, accettare uno stile di vita senza porre limiti alle trasgressioni biologiche? Dobbiamo, allo stesso modo, cercare di aumentare artificialmente le potenzialità naturali dell’uomo, come la nostra abilità di muoversi o di percepire? Cosa dire a riguardo di alterazioni fisiche non direttamente funzionali, come quelle che possono riguardare la bellezza?

In terzo luogo il libro tratta l’incertezza di un approccio disciplinare univoco. A chi dovremmo affidare la nostra visione del futuro? Ad uno scrittore di fiction scientifiche, un scienziato, un bioetico o ad un artista? Esiste, infine, un vantaggio nel sottolineare queste distinzioni? Nel ricevere il libro inoltre bisogna confrontarsi con un’altra incertezza relativa alla domanda: “quale copertina si preferisce tra le quattro previste?” Certamente non si avrà possibilità di scelta poichè il sistema di distribuzione attraverso la rete non prevede la soddisfazione di queste preferenze individuali. E qui troviamo l’imprevisto: in un mondo di sistemi chiusi, complessi e sofisticati, come la distribuzione digitale dei libri, non si ha la libertà di scegliere la copertina che si preferisce; il lettore deve venire a patti con questa incertezza e rassegnarsi ancora una volta al fato.

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Stefano Raimondi: Nel tuo testo ti soffermi spesso su concetti universali. Qual è la tua opinione a riguardo di una conoscenza globale e di una locale?

Andy Miah: Un commento finale sulle principali premesse teoriche del libro deve tenere conto del suo essere intimamente connesso alla comunità all’interno del quale è stato concepito, e questa è molto importante. Il testo tratta una moltitudine di concetti globali ma la sua composizione emerge da un ambiente locale ben definito: Liverpool. E’ stato molto importante per me considerare come avremmo dovuto curare un libro che si rivolge contemporaneamente al locale e al globale. Nella mia testa la relazione tra globale e locale è un argomento affascinante che riguarda anche lo sviluppo intellettuale. Spesso i progressi intellettuali e quelli sociali sono disconnessi tra loro o sono visti come territori distinti. Da questa esperienza io mi chiedo se non ci sia un’altra possibile via di lavoro. Non dovrebbero forse tutte le forme di ricerca intellettuale basarsi sulle attività di una comunità locale?


www.andymiah.net/

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