L’edizione di Invideo 2008 ha visto come ospite centrale un artista tra i più rappresentativi della storia del video e del cinema di sperimentazione degli ultimi decenni, Zbigniew Rybczynski.

Nato in Polonia nel 1949, fin dagli esordi negli anni ’70 si fa notare come uno dei più notevoli e originali sperimentatori di immagini. Concentrandosi sul mezzo e le sue potenzialità espressive e “poetiche”, Rybczynski ha elaborato nuove soluzioni di ripresa e sviluppo delle immagini, fino a divenire lui stesso un ricercatore di nuove tecnologie video e a collaborare a progetti di ricerca (vedi l’esperienza per la Imatte e la Ultimatte). Per Invideo si è presentato al pubblico in due differenti contesti, dividendo gli incontri in un seminario allo IED-Isituto Europeo di Design e in una conferenza introduttiva al al cinema Oberdan, sede principale di Invideo. Le aspettative per un nome del suo calibro erano altissime. Abito nero, sguardo teso oltre il pubblico, non orientato a nascondere una sicurezza che poi si è manifestata immediatamente nelle spiegazioni del suo lavoro e a brevi inserti sul sistema dell’arte attuale. Una personalità di tale altezza lascia sempre un certo distacco. La differenza tra il pubblico e Rybczynski si è avvertita fin da subito, fin dalle prime parole.

Una prima parte, che ha avuto seguito in tutti e due gli incontri, ha riguardato la sua idea generica di immagine a priori, ovvero la realizzazione di ciò che lui definisce come “immagine mentale”, al principio di ogni creazione artistica. Lo sviluppo di quest’immagine lo ha portato a frantumare i limiti del mezzo tecnico artistico, per “creare un mondo narrativo immaginario costruito attraverso le immagini in movimento”.

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La sua esperienza con il cinema, ha spiegato lo stesso artista, è stata un perenne confronto con i limiti di un medium, che pospone i suoi confini ai continui cambiamenti tecnologici. A questa breve e sorvolata introduzione, ha fatto seguito una parte dedicata all’idea di artista e al mondo della sua formazione. L’artista secondo Rybczynski deve riabbracciarsi alla tecnologia, deve conoscerla profondamente per cambiare le cose. Il riferimento più diretto è quello dell’artista rinascimentale dalla cultura universale e totalizzante. Partendo da questa “utopia”, Rybczynski ha espresso il suo dissenso su quelle accademie che non premettono la totale consapevolezza della tecnica alla base della loro formazione.

Il momento più felice dei suoi interventi è stato dedicato alla disciplina con cui ha realizzato i suoi lavori più recenti.
Nell’ incontro allo IED di Milano, per una questione tempistica l’incontro più approfondito, l’artista ha mostrato, partendo da esempi diretti, quali la proiezione di un breve estratto di “kafka” (1992), i “precetti” con cui realizza i suoi lavori. L’elemento forse più importante è il luogo in cui avvengono le riprese, il set, che si divide tra dimensione accessibile e totale controllo del suo volume.

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Qui, Rybczynski pianifica l’intera produzione del suo lavoro, senza differenze spaziali tra interno ed esterno: ogni cosa si realizza dentro questi piccoli sets, che attraverso le tecnologie (tutto è ricostruito in blue screen, come dice Rybczynski, “every things in my studio is blue”) piegano l’ambiente alle esigenze della narrazione. Per quanto i suoi ultimi lavori siano costituiti per la maggior parte da tecnologie digitali, la loro creazione avviene rigorosamente “live”, senza grandi passaggi in post-produzione, garantendo il totale controllo e la verifica del girato fin dalle prime riprese.

Un dato molto interessante è la modalità con cui realizza quella cifra stilistica tipica dei film più recenti (il sopra citato Kafka ma anche il più famoso “the orchestra”), quell’effetto “circolare” che rende la camera libera di accedere ad ogni dettaglio dello spazio di ripresa. Per far ciò, Rybczynski ha costruito un set a superficie circolare rotante, accompagnato da una struttura a croce di binari che lo procede. Seguendo dei calcoli prospettici ben precisi che relazionano tra loto lo spazio della ripresa, il soggetto inquadrato, lo spostamento e la posizione della m.d.p, Rybczynski realizza ogni movimento possibile entro lo spazio del set, senza ricorrere a scavalcamenti di campo, e senza interferire con la superficie della ripresa.

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Da come si è capito, la presenza di Rybczynski ha deluso quei molti che si aspettavano dai suoi interventi alcune concessioni oltre che stilistiche, anche tematiche. Ci si è resi conto che molto del tempo che Rybczynski impiega nel suo lavoro, e queste sono sue parole, ha una forte appartenenza al mondo della ricerca tecnica, sempre più stretta tra evoluzione e sperimentazione.

Alla fine però, la presenza a Invideo di Zib Rybczynski ha lasciato perplessi i più. Questo non significa che la grandezza di uno dei massimi sperimentatori di immagini in movimento debba essere riconsiderata, ma che forse certe gratificazioni di ricerca e di intuizione tecnica, possono anche non completare il quadro di un artista, che per quanto decida di lavorare al massimo della ricerca possibile intorno al mezzo, si trova a trascurare un aspetto a mio avviso molto importante nelle sue presentazioni: una panoramica sulle tematiche e sulle soluzioni poetiche dei suoi lavori, che gli elementi che ci consentono di farci trasportare dall’immaginazione, un po’ fuori della vita. Che poi è quello che ci colpisce di più all’interno dei suoi film… 


www.zbigvision.com/

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