Le performance di manipolazione in tempo reale di materiale audiovisivo, hanno sorprendentemente una storia piuttosto lunga. Ma l’arrivo delle nuove tecnologie nel corso dell’ultimo decennio, ha accellerato ciò che un tempo era un processo oneroso e non molto diffuso. In molti casi, ottimi performers si sono dedicati allo sviluppo di nuovi softwares, per cui effetti un tempo faticosamente dipendenti da cumuli di attrezzature possono oggi essere messi in scena con un colpo di laptop.

E questo ha chiaramente favorito lo sviluppo di un certo tipo di sperimentazione. Non c’è ancora alcun manuale di istruzioni, ma un corpo crescente di conoscenza artigianale che si costruisce mano a mano tramite generazioni successive di VJs. La vecchia guardia troverà sempre clienti desiderosi per i loro slideshows e i loro giochi psichedelici, ma non c’è alcun dubbio che la manipolazione audiovisiva live possa oggi creare un senso e delle sensazioni in un modo controllato e manipolato, utilizzando delle logiche non riconducibili a quelle del cinema o della televisione.

Con una serie di praticanti che stanno ancora combattendo per operare con queste potenzialità quasi infinite, “Vjam Theory” spinge per tirar fuori anche dei frammenti teorici appropriati alle nuove tecnologie. VJ Theory (presentato da Silvia Bianchi Numero 25 di Digimag del Giugno 2007) è stata fondata nel 2005 da Brendan Byrne e Ana Carvalho, come risorsa virtuale per i media performers in tempo reale, i quali si trovano spesso a lavorare in isolamento e senza un riferimento comune per discutere la loro pratica. In “Vjam Theory”, la loro prima pubblicazione, il collettivo internazionale, esteso e diversificato, si cimenta con una discussione ampia e informale sulla definizione, la teoria e la pratica, nonché il futuro delle performance AV live.

.

Il tema di apertura è quello di una generale crisi di identità: definire la pratica attraverso l’elemento della performance o dell’interazione dal vivo, consente ai partecipanti di distinguerla dalla televisione o dal cinema, nonché dalla maggior parte delle installazioni artistiche audiovisive. Ma questa definizione di “liveness”, diventa immediatamente un problema. La domanda è che se da un lato il fatto che il VJ debba essere “visto” suonare live richiama problemi simili a quelli delle performance di musica elettronica dal vivo, dall’altro il fatto che uno sta portando avanti una performance dal vivo piuttosto che un playback, trasforma inevitabilmente l’esperienza del pubblico.

La difficoltà per i VJs, specialmente coloro che lavorano nei club, sembra quindi essere quella dell’ambiente, nella natura immersiva della dell’esperienza che loro stessi cercano di creare, del bisogno di avere un riscontro del pubblico sull’abilità e sullo stile delle loro performance: tra le sezioni più appassionate di Vjam Thoery, ci sono quindi le descrizioni entusiastiche delle varie esperienze di Vjing, l’immersione cioè in uno spazio di infine possibilità e connessioni virtuali, nonché l’immediatezza e l’urgenza di una “improvvisazione jazzistica” di visuals affilati [p.27]. Ma questo entusiasmo è accompagnato dall’incertezza su come tutto questa attenzione nei confronti del Vjng viene comunicata. Ambendo alla “pura magia” [p.27] che si verifica ad “alcuni picchi assoluti, quando tutto è in sincrono in profondità”,[p.12] i performers non sono mai sicuri di quanto il pubblico apprezzi e comprenda la combinazione unica di senso ritmico e intelligenza tecnica che confluisce in ciò che sta accedendo. (“are watching images the audience’s main idea?”[p.13]; “can the audience tell?”[p.45]).

.

Dopo di che seguono alcune discussioni su come l’ambiente dei club, e gli interventi visivi all’interno di esso, sono “letti” dai partecipanti. Come i DJs prima di loro (un paragone che ammanta tutto il dialogo), i VJs si sentono intrappolati tra l’auto-definizione di artisti creativi con uno stile caratteristico, e l’anonimato di un certo ambiente culturale. E ancora, l’ambivalenza nello spostare l’attenzione sul Vj come performer, potrebbe portare alle stesse incomprensioni riguardo al modo in cui un simile dilemma, nei primi tempi della musica “faceless” come la house e la techno, è stato risolto in favore dei DJs come “superstars”, con una corrispondente svalutazione della musica stessa. L’operazione teorica sembra consistere quindi nell’integrazione della fenomenologia in prima persona del performer con una comprensione di come il “prodotto finale” interagisce con una dinamica collettiva del pubblico; e inoltre, nel fornire un punto di vista speculativo sugli spostamenti soggettivi individuali che una performance audiovisiva può provocare, sia in tempo reale che dopo l’atto stesso.

La gran parte del libro vede i suoi partecipanti alla ricerca di varie componenti per questa teoria. Essa necessariamente incomincia con l’analisi di cosa è che loro esattamente fanno: come sono collegate agli artefatti originali le astrazioni create attraverso il sampling e il mixing di immagini? Quale è il ruolo del ritmo nei visual media? Come sono prese le decisioni “live” e che ruolo giocano le sequenze pre-programmate o gli algoritmi? Tutto questo suggerisce altre domande fondamentali sul medium in se stesso, sulla sua linearità e non-linearità, la sua dimensionabilità, se debba esser necessariamente letto come narrativo o se possa essere anche non-narrativo [p.33]; e su la tecnologia possa mai essere una piattaforma neutrale (se il medium è il messaggio, che tipo di messaggio il Vj è obbligato a trasmettere?).

.

Laddove Vjam Theory costruisce tentativi sistematici di definire le performance audiovisive in tempo reale in termini di paradigmi di performance già esistenti, riesce solo a confermare quanto siano malate queste ultime. Inoltre, i vari tentativi di applicazione di blocchi teorici già esistenti (Barthes, Deleuze, Guattari e altri…) sono meno aderenti rispetto alle posizioni multiple che emergono spontaneamente dalle personali esperienze dei partecipanti, e che esprimono la logica singolare della interazione umana viscerale con un medium time-based. Forse, il miglior riferimento in questo senso dovrebbe essere il Cinema Books di Deleuze, il cui obiettivo non era tanto la critica del cinema o l’analisi de contenuti dei vari films quanto l’espressione filosofica di una logica interna al medium, e degli spostamenti inconsci della soggettiva che questo medium rendeva possibile.

L’ultima parte del libro tende quindi a questo approccio più ampio, riflettendo su come la posizione anomala del VJ possa insegnarci qualcosa riguardo alla erosione contemporanea dei modelli tradizionali di autorialità. I veterani del postmodernismo degli anni Novanta, potrebbero diffidare delle varie affermazioni sulla sovversione tecnologica delle narrative dominanti, ma i partecipanti sono un buon esempio in questo senso a causa del loro potenziale nel provocare uno scarto sottile sia nell’ambito percettivo che nelle attitudini verso la proprietà e l’autorialità dei visual media.

La realizzazione di questi potenziali, comunque, potrebbe dipendere dal risolvere la contraddizione che è riportata inplicitamente nel libro: essendo cresciuta dagli anni Sessanta, sul confine poroso tra pratica artistica sperimentale e scena musicale undergrouns, le performance audiovisive dal vivo rimangono intrappolate tra l’esperienza del club, come divertimento immersivo ed edonistico, e i dubbi dell’arte concettuale di estetica deliberata. Questa tensione qui però svanisce in sottofondo, essendo i partecipanti comprensibilmente più interessati a costruire un’identità collettiva piuttosto che porsi domande sulle proprie basi. Ma al contempo ci si stupisce come l’agglomerato eterogeneo di pratiche descritto da Vjam Theory, sia destinato a divergere tra i nomi-superstar più commerciali (come Clodcut, Squareshare, ecc…) e gi sperimentatori che lavorano in spazi espositivi (e che vogliono prendere le distanze dall’associazione al “Vjing”). Uno scopo nobile per Vj Theory, potrebbe quindi essere quello di evitare questo scisma, mantenendo questa tensione a una sorta di plateu, permettendo la sperimentazione e non solo il mero movimento di wallpaper per club, ed evitando al contempo che essa non si ricollochi nell’ambito delle critiche tristi del mondo dell’arte.

.

Img by Arianna D’Angelica

Vjam Theory fornisce un fermo immagine di una cultura emergente. Ciò che potrebbe di primo acchito sembrare un peculiare retro esercizio, compilando ciò che era presente nelle discussioni online originali in un libro fisico, è invece ricco di valore proprio perché fornisce un’opportunità per una lenta riflessione su una pratica che prospera proprio grazie ai potenziali rapidissimi dei media digitali. La natura collettiva di Vj Theory rende tutto ciò possibile, con una serie di discussioni teoriche che riportano direttamente alla sperimentazione “sul campo”, che potrà a sua volta fornire materiale per ulteriori discussioni. Questo corto circuito, passando oltre la tecnologia e le sue possibilità intrinseche, arricchisce grandemente il potenziale della pratica del Vjing.


www.vjtheory.net/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn