Incontri. Incroci a volte rapidi e fugaci, altre volte destinati a lasciare una traccia, un ricordo, un futuro. I giorni che precedono l’inaugurazione di una mostra o di un grande evento sono l’occasione ideale per immettersi in un circuito di conoscenze imbizzarrite, dove una serie di attori-particelle si animano per raggiungere velocità e tensione impensabili.

Poi avviene l’incontro, lo scoppio, il ballo. In questo modo ho incontrato Peter Weibel, curatore della terza Biennale d’Arte contemporanea di Siviglia (BIACS 3), dal titolo “Youniverse”, che fino all’ 11 gennaio 2009, mette in mostra i lavori di oltre centocinquanta artisti che utilizzano i “nuovi” media come principale mezzo espressivo. Organizzata presso le sale del Centro Andaluso di Arte Contemporanea, la mostra espone una serie di opere tenenedo fede al suo titolo ” Youniverse”, che è un gioco di parole che si riferisce all’interattività di ogni individuo con l’ambiente, per creare il proprio mondo personale ed esserne protagonista e responsabile nello stesso tempo. Un processo di democratizzazione e condivisione crescente che coinvolge inevitabilmente anche l’arte, perché nell’era del Web2.0, di Youtube, Flickr, e così via, ogni persona diventa un potenziale artista.

I complessi rapporti tra Arte, Scienza, Tecnologia, Architettura e Ambiente, nel contesto globale della società dell’informazione e della comunicazione, sono comunque alla base delle opere di 180 artisti invitati da tutto il mondo: grande attenzione è quindi rivolta a discipline nuove e sempre più sotto gli occhi dei critici e dei curatori, come ciclicamente avviene nel dinamico mondo della new media art. Robotica, Nanoarte, Bioarte, ma anche forme ibride di progetti artistici a cavallo tra scienza e nuove tecnologie, sono alcune delle discipline su cui Peter Weibel ha concentrato la sua attenzione per questa terza edizione della Biennale andalusa.

Peter Weibel è il prototipo di curatore che speri di incontrare in una città calda come Siviglia, attento alle richieste, a volte sopra le righe, di tutti gli artisti, libero di scegliere le opere che a suo avviso meglio si inseriscono in un discorso artistico ben definito, aperto alla conversazione, intrigato dal dialogo, pronto all’intervista improvvisa e improvvisata davanti a un caffè.

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Stefano Raimondi: Come curatore della BIACS 3, puoi spiegarci il titolo di questa manifestazione e i significati che sottointende?

Peter Weibel: Youniverse significa che tu, che significa tutti, sei al centro dell’universo. Allo stesso tempo Youniverse significa che tu sei una parte di un universo e che puoi quindi partecipare a ciò che avviene al suo interno, interagire con esso ma allo stesso tempo ne sei responsabile. Youniverse significa che la struttura dell’universo è partecipativa: tu sei parte dell’opera d’arte che stai osservando.

Stefano Raimondi: Più di 150 artisti di tutto il mondo espongono alla BIACS 3. Pensi che tra gli artisti di diverse nazioni si possa riscontrare un approccio originale alla media-art oppure gli artisti condividono e agiscono all’interno di un unico contesto?

Peter Weibel: La tecnologia è un universo culturale al di sopra delle differenze di etica e gender; così tutti gli artisti lavorano e si relazionano all’interno di questo universo. E’ come un volo che ha una meta da raggiungere, indipendentemente dalla nazione, dal sesso o dalla classe del pilota. Youniverse include allo stesso tempo un punto di vista individuale e uno collettivo. Tutti gli artisti usano un linguaggio diverso e specifico, ma quello che conta davvero è che tutti usino un linguaggio. Per questo non importa se lavorano in ambienti o in condizioni di lavoro diverse; dobbiamo rispettare la “diversità dentro l’unità”, perché senza questa diversità si correrebbe il rischio di aprire le porte alla Mitologia del Potere che pensa debba esserci un unico linguaggio o un unico obiettivo. La Mitologia del Potere ci trasporta rapidamente in espressioni politiche di supremazia basate però su queste false premesse.

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Stefano Raimondi: Numerosi artisti lavorano in stretta collaborazione con centri di ricerca scientifici e tecnologici. Questo può significare che le stesse opere d’arte stanno diventando il frutto di un processo di creazione collettiva e non più individuale?

Peter Weibel: Questo è uno dei principali argomenti dell’arte contemporanea. La tecnologia è un sistema di conoscenze e questo sistema è legato alla filosofia, alla scienza, all’arte. Potremmo parlare di un’arte “oltre il modernismo” per indicare questo processo di creazione.

Stefano Raimondi: I lavori degli artisti italiani presenti alla Biennale, come Alessandro Scali e Giuliana Cuneaz, sono ispirati dall’universo nanotecnologico e rappresentano la dualità tra visibile e invisibile, tra il percepibile e l’intangibile. Come le arti visuali si rapportano al tema della visione?

Peter Weibel: Abbiamo sempre considerato l’arte visuale in relazione con lo sguardo. Tuttavia il problema non dovrebbe essere su come gli occhi decodificano quello che noi possiamo vedere, ma come il cervello attualizza questa decodifica attraverso gli occhi. Non possiamo considerare gli occhi come un calcolatore; noi parliamo sempre attraverso i nostri sensi. Tutta la storia dell’arte era legata alla “storia dello sguardo” ma la media-art è la scatola nera del visuale. Bisogna guardare l’opera attraverso la propria interiorità e non attraverso gli occhi.

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Quando il caffè finisce e Peter Weibel, prima di andarsene, ti stringe la mano ringraziandoti per avergli spedito un paio di cataloghi di artisti che hanno poi partecipato alla manifestazione, ti senti contento e gratificato. E inizi a indagare e comprendere il passato della persona che ti ha sorpreso.

Il percorso curatoriale che ha portato Peter Weibel ad essere presidente dal 1999 dello ZKM di Karlsruhe, curatore dal 1993 al 1999 del Padiglione Austriaco della Biennale di Venezia e direttore artistico dal 1992 al 1995 di Ars Electronica, prende forma dalle ricerche artistiche che sin dal 1960 hanno condotto Peter Weibel ad interessarsi delle sperimentazioni artistiche.

Performance letterarie, cinema espanso, happenings, installazioni video e concept art sono i primi interessi di una carriera artistica che lo porta nel 1970 a partecipare al First International Underground Film Festival di Londra, al Concrete Poetry Festival di Hanau e nel 1971 ad Experimenta 4. Il primo film viene prodotto da Weibel in associazione con il gruppo Viennese di cinema sperimentale, di cui facevano parte Kurt Kren, Peter Kubelka, Hans Scheugl, Ernst Schmidt; la libertà culturale e tecnica offerta da questo nuovo media era presa in esame in questo lavoro. L’ immagine prodotta da una nuova tecnologia offriva a Weibel l’opportunità di approfondire una nuova sintassi, di analizzare le strutture linguistiche e le condizioni tecniche di comunicazione insite nei nuovi media.

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Alla fine degli anni 70′ Weibel approda nel campo musicale, fondando con Loys Egg la celebre band Hotel Morphila Orchester. Alla metà degli anni 80′ i suoi interessi si spostano sui computer e sui processi video e agli inizi degli anni 90′ lo troviamo intento a realizzare installazioni interattive tramite computer. In queste vaste ricerche il tema comune è la relazione che viene a crearsi tra il media e la sua partecipazione alla costruzione della realtà. Non stupisce quindi che oggi i suoi progetti curatoriali, come la Biennale di Siviglia o le mostre allo ZKM Future Cinema e Iconoclash, indaghino sulle nuove forme di immagine, narrazione, immaginazione.

Non stupisce nemmeno che l’attenzione di Weibel sia stata rapita da nuove forme comunicative, come la robotica, la biologia, la nanotecnologia o il web 2.0, che, applicate all’arte, sono in grado di produrre linguaggi e significazioni capaci di dialogare, interpretare e fondersi nella realtà. Ciò che davvero stupisce in Peter Weibel è invece la sua infinita voglia di aggiornarsi di conoscere l’emergente, il nascosto: l’underground. 


www.fundacionbiacs.com/biacs3/

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