“Un museo nella tua tasca, recita uno degli slogan dello Streaming Museum, progetto nato il 29 gennaio scorso su idea di Nina Colosi, critica e curatrice new media di base a New York.

I-pod, I-phone, computer, ma anche piazze, edifici, spazi pubblici dei 7 continenti: lo Streaming Museum, con la sua forma ibrida e dislocata, ha una presenza multipla che si pone perfettamente sul crinale tra offline e online, nella connettività “cross-reality” che sempre di più sta avvolgendo le nostre vite. L’ambiente curatoriale ed espositivo sembra quindi cominciare a ripensarsi e ridefinirsi sulla base di nuovi dispositivi e ambienti tecnologici, trovando nel dialogo tra spazi e culture differenti la vera forza espressiva e propulsiva.

Ultima interessante proposta cresciuta sul terreno delle pratiche di rete, lo Streaming Museum sembra affrontare la grande sfida che i nuovi media ci pongono con urgenza: creare spazi complessi, connessi e ibridi che siano in grado di collegare realtà differenti in un dialogo prolifico sul contemporaneo.

Ne abbiamo parlato proprio con lei, Nina Colosi, fondatrice e direttrice creativa, che ci ha spiegato istanze iniziali e progetti futuri di un’iniziativa a cui molti guardano con curiosità e interesse.

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Giulia Simi: Com’è nata l’idea dello Streaming Museum? A quale bisogno risponde e come pensi che possa evolversi nell’immediato futuro?

Nina Colosi: L’ispirazione per lo Streaming Museum è venuta nel 2004, quando stavo lavorando con l’artista e curatore Cinese Zhang Ga alla presentazione newyorkese della sua opera di partecipazione pubblica globale, “People’s Portrait”. In varie città del mondo venivano scattate fotografie di passanti che venivano poi diffuse da una rete internazionale di megaschermi. Fu un progetto molto simbolico e di grande successo a vari livelli. Sicuramente fu molto divertente per il pubblico vedere volti di persone normali, di ogni età e provenienza geografica, proiettati nel loro spazio cittadino.

Così pensai: perché non usare quest’idea di network per un programma artistico in progress, dove potrei coinvolgere gli artisti e i vari professionisti internazionali con i quali lavoro come curatrice new media, riuscendo così ad occuparmi della produzione e della cura, che è quello che amo fare?

Lo Streaming Museum è stato concepito per essere una fonte di mostre multi-media che possono essere viste liberamente da un vasto numero di persone on demand, sia attraverso il computer sia attraverso dispositivi mobili, oppure fruite come veri e propri spettacoli integrati nell’architettura del luogo.

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L’idea si espande poi a presentare mostre e performance live del lavoro in collaborazione con istituzioni culturali. Il potenziale di sviluppo del Museo è accresciuto inoltre come screenings all’interno di contesti urbani e mega schermi, attraverso la collaborazione di un nostro partner, Mirjam Struppek, fondatrice e presidente dell’International Urban Screens Association, che compie un lavoro pionieristico nel campo emergente della media architecture e dei urban media landscapes.

Streaming Museum è simbolicamente un ibrido, mischia elementi che guidano la nostra società contemporanea e riflette così la nostra interdipendenza globale. I temi delle mostre cercano di coniugare le prospettive dei vari continenti esprimendo la complessità stratificata delle simultanee realtà esistenti, e accostando così l’arte alla cultura popolare.

Un importante aspetto del museo è quello di essere basato su un modello di organizzazione e sostentamento non tradizionale. Per esempio non dobbiamo mantenere una sede operativa, riuscendo quindi a spostare i fondi sugli artisti con più facilità, mentre tutto il team di produzione può lavorare direttamente dal proprio paese via internet.

Riguardo al futuro, sono in programma numerose mostre, così come lo sviluppo di un corpo di lavoro che utilizzi la piattaforma “cross-reality” del museo per incorporare la partecipazione pubblica. Più aumenta il numero di luoghi internazionali che partecipano al progetto, così come quello dei curatori, più vengono scoperti artisti straordinari.

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Giulia Simi: Il museo ha una peculiare forma ibrida che coinvolge curatori internazionali e istituzioni culturali, così come artisti e fruitori. Sembra quindi aver trovato la giusta modalità di fare rete compiendo inoltre un ottimo collegamento tra “first life” e “second life” (il progetto ha ovviamente una sede anche nella celebre piattaforma di realtà virtuale). Ma qual è secondo te il significato e l’importanza del fare rete nelle pratiche artistiche?

Nina Colosi: Il museo sta usando le pratiche di rete per trasmettere cultura ai propri visitatori e mostrare un’arte che esprima la connettività intrisa nella nostra società contemporanea. Offre inoltre agli artisti una piattaforma per la sperimentazione di pratiche artistiche che comprendano interattività, database, partecipazione degli utenti, collaborazione globale, networked marketplace, social networking e tecnologie o software di sorveglianza, solo per nominarne alcune.

La collaborazione internazionale via network porta una grande energia, anche attraverso la prospettiva di curatori esperti nei vari luoghi d’origine, elemento essenziale al concept del museo. E’ un piacere vedere come questa piattaforma porti dei vantaggi ai nostri collaboratori – per esempio, recentemente un artista in Sud America è stato invitato a partecipare a un’esibizione in Asia da un curatore del posto e un altro ha venduto uno dei propri lavori ad una galleria.

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Giulia Simi: La mostra in corso, Artists and Innovators for the Environment, ha una forte connotazione politica e sembra cavalcare l’idea di un connubio vincente tra arte e scienza per la costruzione di nuovi ambienti possibili. Pensi che questa connessione sia effettivamente in atto o che in realtà artisti e scienziati abbiano ancora molta strada da fare per aprire un dialogo prolifico ed elaborare nuovi modelli di interpretazione della realtà?

Nina Colosi: Il dialogo tra artisti e scienziati esiste ed è in crescita. Molti scienziati dicono che gli artisti sono in grado di interpretare i loro dati reali e i loro avvertimenti in un modo che riesce a comunicare con i non addetti ai lavori a livello emotivo. Ci sono studi scientifici e di mercato che provano che l’arte può influenzare la coscienza collettiva. La questione è piuttosto come il mondo sviluppato possa esere motivato a cambiare le proprie preoccupazioni in modo conveniente e costruire nuove strutture di vita attraverso un cambio radicale che gli scienziati ad oggi ritengono necessario e al quale allude anche il lavoro degli artisti.

O forse la specie umana finirà per soccombere al mondo naturale per come lo conosciamo e creerà un altro tipo di mondo sostenibile che adesso leggiamo solo nei romanzi di fantascienza. Marchall McLuhan citava il pensiero di Ezra Pound parlando di come gli artisti siano le antenne della specie e siano quindi in grado di predire il futuro per metterci in guardia su ciò che abbiamo davanti.

L’antropologa Margaret Mead disse: “Non c’è dubbio che un piccolo gruppo di cittadini illuminati e impegnati possa cambiare il mondo. Anzi, è l’unica cosa che possa veramente accadere.”

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Giulia Simi: Un’ultima domanda sul mercato dell’arte, che sta ancora affrontando le sfide imposte dall’avvento dei nuovi media. Quale può essere secondo te la ricetta giusta in questo senso? Come pensi che lo Streaming Museum possa rappresentare un nuovo modello di produzione e distribuzione dell’arte contemporanea?

Nina Colosi: Prima di tutto devo dire che lo Streaming Museum è focalizzato egualmente a raggiungere chi non è abituato a frequentare musei e gallerie e chi invece colleziona arte ed è quindi ben informato.

Comprendo l’esitazione che i collezionisti d’arte hanno nell’acquistare i nuovi media. I collezionisti vogliono per la gran parte comprare oggetti e il concetto della longevità della tecnologia, nonché la sua capacità di mantenersi intatta, può essere vista come un ostacolo al valore di investimento. Ma ho visto con le “Lectures for Collectors” , una serie di incontri sull’arte dei nuovi media che ho presentato al Chelsea Art Museum a New York dove sono curatrice per la sezione New Media and Performing Arts, che l’educazione sull’arte dei nuovi media e sulle questioni ad essa connesse possono realmente aiutare i collezionisti a compiere un salto. Anche i galleristi possono aiutare i loro clienti a superare queste preoccupazioni, scegliendo per esempio opere che facciano da ponte tra gli oggetti e i nuovi media. Gradualmente verranno accettati anche i lavori più complessi.

Lo Streaming Museum da modo ai collezionisti di scoprire un nuovo tipo di lavoro – presente nel cyberspazio ma anche in luoghi pubblici attraverso partnership con istituzioni culturali. La distribuzione attraverso il cyberspazio, tra l’altro, rende possibile il raggiungimento di un consumo di massa affiancandolo ad uno di tipo esclusivo.

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Stiamo inoltre progettando la creazione di un corpo di lavoro che includa oggetti cross-media e “composizioni” di performance il cui palco consisterebbe nei 7 continenti. Mostre o nuovi lavori possono essere presentati e creati usando prodotti innovativi come schermi flessibili, cellulari avanzati e tutta la tecnologia presente nell’architettura degli edifici, negli abiti o in altri prodotti nati come non tecnologici.

Allo stesso tempo però, questi “oggetti magici” che saranno disponibili in un futuro più o meno prossimo devono essere accompagnati da innovazioni che utilizzino fonti di energia rinnovabile, in modo che possano essere realizzati e fruiti da persone che vivono in un pianeta abitabile. 


www.streamingmuseum.org

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