Nel mare magnum delle Biennali, delle Fiere d’Arte, dei Saloni del Contemporane, c’è ancora qualcosa che riesce a stupirmi, che risveglia la mia attenzione, ed i miei sensi, e forse provoca la stessa reazione in alcuni di voi.

A Praga per il terzo anno consecutivo, dal 25 settembre al 15 ottobre 2008, si è svolto il Festival dell’Arte Contemporanea che ha fatto della “sottrazione” il proprio cavallo di battaglia. «Questa non è un’altra Biennale», parafrasi dell’acronimo che ne compone il titolo, Tina B (This is not Another Biennial) si propone come progetto artistico internazionale che tenta di far convergere l’attuale scena creativa del centro-est Europa con la produzione di giovani talenti emergenti provenienti da tutto il mondo.

E fin qui, pur apprezzandone l’intento propositivo e la volontà di distaccarsi dal mero circuito commerciale per proporre i migliori risultati della ricerca creativa, niente di straordinario. È quando ci si immerge nel programma delle diverse sezioni del festival – sparse in varie sedi prestigiose della capitale ceca tra cui l‘Italian Cultural Institute, la Gallery of Art Critics, il Laterna Magika Theatre ed il CKD Elektrotechnika – che ci si accorge di alcuni elementi che emergono per originalità, capacità di sperimentazione, vocazione alla riflessione ed al confronto con la realtà.

“Billboard Text Art”, per fare un esempio, è un progetto site-specific che, per un anno, ha investito gli spazi aperti della capitale con testi, messaggi, scritte, concepiti per i pannelli pubblicitari, ripensati nella nuova veste di piattaforme per la riflessione sociale, politica, culturale post-guerra fredda e post-11 settembre.

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Un’altra interessante sezione, a cura di Francesca di Nardo, è “Mobile Video Art”, dedicata ai video creati esclusivamente attraverso i cellulari. Il progetto – che ha come sottotitolo “The intimate life of the global village” – è ideato per essere un vero e proprio laboratorio che coinvolga il pubblico attraverso l’upload delle proprie produzioni, in un flusso dialogico sulla natura e l’essenza dell’arte e della cultura contemporanee, intese sempre in un’ottica di analisi e comprensione delle tendenze sociali, politiche, personali della vita nel ventunesimo secolo.

È “Videocracy”, però, il programma dedicato al video-video, alla video arte e alla sua natura e diffusione, curato da Micaela Giovannotti, a rappresentare per la sottoscritta il momento più interessante e per Digimag, data la natura degli argomenti che è solito trattare, la sezione più incoraggiante per capire l’interesse che i nuovi media suscitano nel pubblico, negli addetti ai lavori e negli appassionati, e per ribadire l’importanza di una costante ricerca su un mezzo che tutt’oggi, ben lungi dall’essere obsoleto, rappresenta un importante strumento di comunicazione oltre che un’interfaccia influente e potente tra l’artista ed il suo pubblico.

Il progetto, che vuol essere un’esperienza visiva dei nostri tempi basata sulla temporalità – così come l’ha definita la curatrice – ed ha come protagonisti i video degli artisti Tamy Ben-Tor, Regina Jose Galindo, Ragnar Kjartansson, Sigalit Landau, Domenico Mangano, Alex McQuilkin, Adrian Paci, Amparo Sard, Wooloo.org, Hank Willis Thomas e Kambui Olujimi, ed i progetti speciali di Stefano Cagol, Daniel Hanzlik, Martin Kocourek e Wooloo Productions, indaga la natura del video e le sue potenzialità partendo da quattro interrogativi fondamentali:

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•  In che modo la video arte influenza, o può influenzare, la nostra percezione di spettatori?

•  In che modo essa documenta e riflette, o può documentare e riflettere, sugli eventi recenti o passati?

•  In che modo sollecita, o può sollecitare, la nostra consapevolezza attraverso il suo stesso potenziale?

•  In che modo essa costruisce, o può costruire, una realtà non meno reale o fittizia di quella in cui ci troviamo a vivere?

Queste quattro domande, complesse questioni da indagare, che fanno parte della modalità di costruzione e di visione del video, ed al tempo stesso della sua forza e della sua diffusione per i più svariati utilizzi socio-culturali, costituiscono un tracciato verso una “democrazia della visione”. La Videocrazia è un termine che identifica sia l’approccio idealmente democratico del mezzo, utilizzabile da chiunque e facilmente ed in grado di restituire fedelmente la realtà, sia il potere intrinseco che consta nella possibilità di raggiungere un ampio pubblico e di informarlo correttamente od in modo distorto sul mondo.

Proporre un programma video con queste premesse ha un peso non indifferente, se confrontato con il panorama di eventi culturali dedicati all’immagine audio video talvolta privi di linee guide per orientarsi ed inoltrarsi in un percorso di interrogativi e di risposte di senso che l’arte vuole e deve causare.

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Nel caso del video, poi, la necessità di porsi consapevolmente di fronte alla visione come spettatori coscienti e dentro la visione stessa come attori di un meccanismo di percezione/riflessione del significato che il mezzo incarna e trasferisce, si fa ancora più impellente quanto più le immagini riempiono e, talvolta, saturano il nostro vissuto quotidiano.

Ad un livello superiore di comunicazione, che è quello che all’arte compete, nell’aiutarci ad aprire gli occhi sulla realtà trasferendo temi e significati su un piano formalmente complesso ed affascinante, l’esperienza di Videocracy è un esempio di programma culturale sostanzioso, che mi auguro personalmente di poter ritrovare, in Italia come altrove, per conoscere in modo più consapevole le produzioni contemporanee e per guardare con gli occhi e con la mente nel flusso delle immagini. 


http://tina-b.eu/eng

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