Software art e sentimenti, Polaroid e information technology: i lavori di Jonathan Harris esplorano il mondo interiore degli uomini attraverso software, siti web, interfacce grafiche e fotografie, sempre alla ricerca di nuove modalità d’espressione.

I pensieri giornalieri e le relazioni interpersonali catturati sui siti più svariati, gli scatti di una caccia alla balena scanditi a intervalli regolari, le parole e immagini-chiave che ogni giorno, mese, anno invadono i media, e di conseguenza le nostre vite e le nostre coscienze: questa è la materia grezza, le informazioni primarie che Jonathan Harris raccoglie e organizza in database, per poi tradurle nelle più disparate interfacce grafiche. Nel vasto campo delle information aesthetics teorizzate da Lev Manovich – estetiche e tecniche di rappresentazione legate alla cultura dell’informazione e del data-base – il lavoro di Johnatan Harris si fissa più che mai sull’origine profonda di questa messe di dati che ogni giorno ci bombarda o ingorga la Rete: noi stessi e i nostri sentimenti, il desiderio di comunicare con il resto del mondo o di dargli un senso dando forma ai nostri pensieri.

Nella maggior parte dei suoi lavori, Harris utilizza programmi disegnati per passare al setaccio la Rete, trovare parole chiave ed organizzarle in un database per tracciare macro e micro sentimenti. Fin dai sui primi lavori, come ad esempio “10×10″ o in “Phylotaxis” , rappresentazioni grafiche delle immagini e parole più usate da diverse fonti di news , l’artista traspone quella che a prima vista sembra una mera e asettica collezione di dati in sentito “quadro” della società: che cosa facciamo, cosa ci piace, cosa ci spaventa, come ci poniamo nei confronti della scienza – il tutto in tempo reale e in maniera interattiva.

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Nei lavori successivi (“We Feel Fine”, “Lovelines”, e “I Want You To Want Me“, realizzati in collaborazione con Sepandar Kamvar), l’esplorazione e la rappresentazione dell’elemento umano diventa preponderante, più orientato alla persona. L’insieme delle informazioni – questa volta reperite su blog e siti di online dating – diventa una serie di universi con cui interagire attraverso parametri (e quindi raffigurazioni) diversi, su svariate piattaforme – dal sito interattivo al touch screen. E la ricerca di nuove interfacce narrative, interattive e votate all’esplorazione della persona non si ferma qui, ma sfocia in progetti come “Time Capsule”, “The Whale Hunt” o “Polaroid project” dove, una moltitudine di immagini o addirittura combinazioni di immagini, video, suoni, disegni vengono organizzati dal programma (o dall’artista) nelle più disparate sequenze grafiche.

Impegnato a realizzare il suo prossimo progetto, Jonathan Harris ha risposto alle nostre domande via email.

Monica Ponzini: Puoi parlarci del nuovo progetto a cui stai lavorando?

Jonathan Harris: Sto assemblando su un sito web il materiale di un progetto narrativo di cui mi sono occupato l’inverno scorso in Buthan, sull’Himalaya. Il Buthan usa la misura della “Felicità Nazionale Lorda” al posto del “Prodotto Interno Lordo” per misurare la qualità della vita, quindi il progetto ha a che fare con l’idea della felicità in maniera un po’ pazza, semiseria. Sto anche lavorando ad un libro basato sul progetto We Feel Fine e mi sto preparando per un viaggio in solitaria e “off the grid”, autosufficiente per quanto riguarda il reperimento di elettricità o acqua, ecc. Il viaggio inizierà nel 2009, attraverserò circa 30 paesi.

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Monica Ponzini: Sembri interessato a trovare nuove interfacce narrative, con una particolare attenzione ai tipi di narrazione basati sull’informazione – un’affascinante combinazione di database, software art e sentimenti umani. Da dove vengono tutti questi elementi?

Jonathan Harris: Mi sembra semplicemente naturale. La maggior parte delle idee vengono dall’unire i punti: programmazione, design, narrativa, e un generale interesse per le persone sono i miei punti.

Monica Ponzini: Nel descrivere il tuo lavoro “The Whale Hunt”, hai scritto: “Molti sforzi sono stati fatti per far capire ai computer cosa vuol dire essere umani (attraverso il data mining e l’intelligenza artificiale), ma raramente gli esseri umani tentano di vedere le cose dal punto di vista dei computer”. Pensi che questa sia un’estetica verso cui ci stiamo muovendo?

Jonathan Harris: Penso sia un bene capire ed immedesimarsi con le cose nella propria vita. Se i computer rappresentano una grossa parte della nostra vita, sarebbe una buona idea provare a vedere le cose dal loro punto di vista. Ma mi aspetto (e spero) che ci sarà un allontanamento dalla tecnologia nei prossimi anni, la gente si stancherà di scambiare la profondità per l’ampiezza di queste relazioni tecnologiche sempre più veloci e superficiali. Oppure la tecnologia dovrà migliorare nell’accrescere, piuttosto che diminuire, il senso di individualità delle persone. Questo potrebbe funzionare altrettanto.

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Monica Ponzini: Diversi tuoi lavori sono basati sul web: come vedi Internet? Come un inconscio collettivo dal cui prendere informazioni (o ispirazione), come un organismo in costante evoluzione, come un travolgente quantità di dati che tu cerchi di categorizzare… o altro ancora?

Jonathan Harris: Vedo il web semplicemente come un luogo dove molte persone si esprimono. Non lo vedo necessariamente come un cervello globale, un singolo inconscio o qualcosa del genere. E’ semplicemente un insieme di persone che si comportano come persone, e possiamo imparare molto osservando tutta questa attività nella maniera giusta. 


http://number27.org/

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