Nel numero 36 di Digimag dello scorso Luglio-Agosto (http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1232), Digicult aveva avuto l’occasione di parlare, tramite Bertram Niessen, con Derek Holzter, uno dei curatori coinvolti nel progetto Tuned City. E’ stato questo uno degli appuntamenti più ineteressanti della sound art Europea dell’anno; svoltosi a Berlino la scorsa estate, ha riunito una serie di teorici e artisti che hanno analizzato in maniera critica l’uso del suono all’interno dei contesti urbani mediati nei quali viviamo.

Ebbene, l’ideatore e organizzatore di quell’evento è stato Carsten Stabenow, che se forse in Italia non suona così noto come altri teorici internazionali invitati nei nostri salotti della cultura, rappresenta uno dei motori culturali underground più attivi e inesauribili della scena Berlinese. Quella scena che da oltre 15 anni si muove sul confine tra sound art, musica elettronica di ricerca e contesti urbani e che ha dettato i confini della ricerca teorica in quest’ambito artistico, interfacciandosi costantemente con i principali media centers del Nord Europa.

Secondo membro del collettivo Staalplaat Soundsystem, quindi artisticamente legato all’utilizzo e riutilizzo di strumenti di uso quotidiano e macchine per generare suono, per espandere i confini creativi e fisici della percezione sonora, Carsten Stabenow è stato per anni direttore del Garage Festival e di molti altri eventi e performance di musica elettronica di ricerca e sound art.

Abbiamo avuto modo di contattare Carsten Stabenow via email in occasione della pubblicazione del libro riassuntivo dell’evento, edito da Anne Kockelkorn, Doris Kleilein, Gesine Pagels e lo stesso Carsten Stabenow, e abbiamo parlato sia della sua esperienza attuale con Tuned City che della sua storia come fondatore del Garage Festival e come membro del Staalplaat Soundsystem. Abbiamo spaziato da alcune importanti teorie della sound art fino agli sviluppi più attuali del suono come elemento di progettazione in rapporto allo spazio urbano che ci circonda. E stata una lunga chiacchiarata, che sottopone al lettore il punto di vista di uno dei più fini teorici del suono, in rapporto agli altri media digitali, in circolazione. Buona lettura…

.

Marco Mancuso: Il libro sulla conferenza Tuned City è stato appena pubblicato. Il titolo “Tuned City, between sound and space speculation. Vorrei partire proprio da questo punto: cosa intendi realmente con “speculazione dello spazio”: pensi che lo spazio sia un problema urgente nelle nostre città, in termini di spazio pubblico per processi urbani liberi, in termini di mancanza di spazio per dinamiche di city-making realmente indipendenti? Pensi che il “suono” possa essere considerato come una pratica artistica che possa essere usata per rafforzare i processi con cui si vive una città?

Carsten Stabenow: “Between sound and space speculation” deve essere inteso come un sottotitolo polemico che rimanda a una speculazione reale che innanzitutto ha una connotazione negativa. Ma andando all’interno dell’etimologia della parola, come viene usata normalmente oggi, essa descrive qualcuno che osserva un oggetto, evento, o situazione e sviluppa una certa azione in relazione a ciò che viene osservato, a prescindere che conosca o meno tutti i fatti o i fattori relativi a ciò che osserva. Questo arriva molto vicino alle nostre intenzioni con la conferenza Tuned City, specialmente con il topic del suono in architettura e nella pianificazione della città, sebbene le sue potenzialità rimanevano un territorio vago per noi.

Ciò nonostante, esso gioca con il doppio significato, allo scopo quindi di fornire una prospettiva critica sullo sviluppo attuale delle città, dei processi di gentrificazione, della commercializzazione e costrizione degli spazi pubblici (e culturali). Il suono è, prima di essere una “pratica artistica”, prima di tutto un fattore costituente dello spazio e un parametro altamente rilevante per descrivere (e creare) uno spazio. Questo è stato noto per anni e Barry Blesser o la gente dal Cresson Institute ha reso ciò molto chiaro nei loro contributi per le nostre letture. Tuned City è stato quindi un tentativo di fornire un buon esempio di perché tutto questo dovrebbe essere ri-considerato.

Marco Mancuso: Dalla tua esperienza con la conferenza Tuned City, sei d’accordo con me che il “suono” dovrebbe probabilmente essere mixato o mescolato maggiormente con altre pratiche artistiche o di design, legati ai processi di media architecture o alle pratiche sociali ICT o ancora ai locative&mobile media o alle teorie di interaction desing, allo scopo di creare un valore profondo all’interno delle nostre città? In altre parole, hai percepito dagli artisti invitati, il desiderio di andare un po’ oltre il concetto di “sound landscape”, utilizzando magari anche il mix tra tecnologie analogiche e media digitali?.

Carsten Stabenow: Naturalmente non bisogna mai isolare alcuni aspetti dei media dall’impressione generale. Noi abbiamo cercato di fare proprio così, focalizzandoci sugli aspetti acustici allo scopo di creare una consapevolezza per questa problematica. Molto spesso questo topic è discusso infatti da un solo punto di vista, come il problema di “inquinamento acustico” per esempio, proponendo soluzioni allo scopo di isolare o tagliare via il rumore. Dichiarando che il rumore è un prodotto di condizionamento culturale, il rumore stesso potrebbe avere una funzione non rilevante. Si può essere in grado di eliminare il rumore di un’autostrada costruendo un muro di isolamento, senza prendere in considerazione il taglio alle emissioni di Co2 dovute alla costruzione di questo stesso muro.

E come il pioniere della sound art Max Neuhaus disse “…rendere silenzioso il nostro ambiente pubblico è l’equivalente del dipingerlo di nero…”, che rende il tutto ancora più chiaro: la complessa interazione dei nostri apparati percettivi, la connessione tra occhio e orecchio in costante modulazione è il risultato di una logica che abbiamo imparato.

.

Nella vita di ogni giorno siamo circondati da suoni di diversa natura e di varie origini. Il linguaggio, i suoni della natura e della civilizzazione, il suono come portatore di informazione o come fattore di disturbo, creano un denso tappeto acustico che circonda costantemente le nostre coscienze, processato e filtrato inconsciamente in un costante processo percettivo.

Lo spazio e il carattere comunicativo del suono sotto gli aspetti della psicologia percettiva e della psicoacustica tratteggono un potenziale creativo che è spesso negato nella nostra percezione dominata dall’aspetto visivo. Se il suono è compreso non solo come strumento fenomenologico ma anche come strumento comunicativo, l’integrazione concreta dell’aspetto acustico nello sviluppo urbano può essere interessante almeno quanto la capacità del suono di sottolineare esplicitamente certe situazioni e condizioni, allo scopo di espandere o manipolare gli spazi percettivi. Il suono è un sistema sociale aperto, è analizzabile, riproducibile, può essere moltiplicato, salvato e richiamato. Può essere tecnicamente e architettonicamente amplificato, distribuito multidirezionalmente, ma può essere anche focalizzato e controllato.

Questo è uno spettro ampio di possibilità di utilizzo del suono in questo spettro interdisciplinare, mediato, digitalizzato, mobile o semplicemente caratterizzato dall’uso di certi materiali di costruzione di spazi pubblici conoscendone la lunghezza d’onda, la diffusione e la riflessione. Risolvere un problema non ha come punto di partenza la scelta di una tecnica o di un medium: nasce con la consapevolezza. Le “media facades” o le “tecnologie mobili” sono spesso fine a se stesse, utilizzate come strumenti per generare modernità e progresso e non mi interessa se qualcuna di queste “potrebbe essere dipinta di nero”, non c’è comunque contenuto.

.

Marco Mancuso: Sei stato fondatore e direttore di uno dei più interessanti festival di sound art e musica sperimentale in Europa, il Garage festival. Ci vuoi raccontare come mai il festival si è fermato, in quale forma sta proseguendo ora, se lo rilancerai in futuro e quanto ti è servita quella esperienza per la direzione di Tuned City?

Carsten Stabenow: Il Garage si è fermato nel 2005 dopo 9 anni per diverse ragione. Quando eravamo partiti nel 1997 in un sito industriale vecchio e vuoto al porto di Stralsund, era già un’estensione della situazione Berlinese dei primi anni Novanta. Noi sapevamo che era solo una situazione di tempo prima che la situazione cambiasse. Tentammo sin dall’inizio di non abituarci troppo al lusso di avere uno spazio: ma sperimentammo questa vaga situazione intermedia, tentando il più possibile di interagire con la città e i suoi sviluppi culturali. Sfruttammo le circostanze per creare una situazione tipo laboratorio flessibile, senza parametri fissi e senza l’obbiettivo di fondare la nostra struttura inamovibile. Dovevamo ricostruire lo spazio ogni anno: e questo era motivo di interesse per noi. Ma l’area che utilizzavamo venne infine sviluppata; noi non volevamo metterci nella condizione dei poveri lavoratori culturali che vengono cacciati fuori dai processi di gentrificazione, per cui decidemmo di fermarci in modo autonomo.

Una seconda ragione, fu poi che il festival era cresciuto un po’ troppo, rendendo quindi difficile procedere nel modo in cui volevamo, cioè come un luogo di incontro piccolo ma intenso. Diventò troppo difficoltoso e certe routines e meccanismi cambiarono il carattere del luogo: dovevamo decidere o di farlo crescere e trovare una fondazione o tagliarlo. Sono felice di aver fatto la seconda scelta. Tuned City e altre attività sono in linea diretta con le idee del Garage e il risultato di esperienze, networks e collaborazioni che abbiamo costruito nel tempo.

.

Marco Mancuso: Ricordo un’edizione del Garage (forse quella del 2004) in cui il focus era incentrato sul concetto di uso-misuso-utilizzo di uno strumento o di un’interfaccia. Teneva conto degli aspetti sociali dei progetti artistici da un lato e di come le dinamiche sociali/urbane possano influenzare un progetto artistico dall’altro. Come sono cambiate, secondo te, queste dinamiche negli ultimi anni, con una nuova generazione di ragzzini che preferiscono magari dinamiche in Rete di social networking e piataforme virtuali piuttosto che vivere gli spazi urbani, magari in un modo diverso grazie al “suono”? Quale è inoltre l’approccio degli artisti a questi fenomeni, secondo te?

Carsten Stabenow: Il topic quell’anno fu “l’interfaccia”, ma il topic può essere interpretato in più di un modo. Esso può significare l’interfaccia uomo-macchina che ci consente l’accesso ai dati binari del mondo dei computer. Ma esso specifica anche il medium, per esempio l’interfaccia utente. In senso più basico, esso consente la comunicazione tra vari sistemi. L’interfaccia lavori come traduttore chemedia tra due parti e aiuta a renderle comprensibili l’una all’altra E’ facile estendere l’analogia digitale a un livello più generale: user e contenuti, individuale e società, pubblico e artista.

Tra i vari campi, le interfaccie vengono usare per consentire il flusso di informazioni e comunicazione. I principali interessi dei Garage erano anche quelli di indagare questi campi di transizione: quali sono i limiti dei modelli classici di mediazione? Come il concetto di interfaccia può essere ulteriormente sviluppato? Come può essere aperto il cubo bianco? Quale è l’appeal delle interfacce tecniche?Quanto consciamente ci interfacciamo con esse? Quanto facilmente ci lasciamo manipolare da esse? Come dovrebbero essere create le interfacce allo scopo di generare comunicazione e interazione, senza cadere nel classico stereotipo dell’interazione? Come forse avrai visto, sto citando dal testo del progetto del 2004, ma gli argomenti sono ancora oggi gli stessi, anche se i gadgets tecnologici possono essere un po’ più soisticati e i social networks un po’ più avanzati.

.

Marco Mancuso: Quella edizione del Garage era concettualmente legata anche alle teorie dell’hacking. L’uso e il misuso di strumenti, dinamiche e tecnologie. Qualcuno che conosce la tua storia, può facilmente comprenderlo, specialmente per le tua esperienza con la Staalplaat Soundsystem. Allo stesso tempo, mi sembra che ci sia un gap crescente tra hackers, media attivisti, programmatori, tecnici da un lato e musicisti, sound artists e creativi in genere dall’altro. In altre parole, sembra che le potenzialità delle tecnologie pervasive/mobili/locative/opensource siano sempre più codici oscuri che appartengono più al mondo dei tecnici e non a quello degli artisti, magari maggiormente focalizzati sul processo creativo piuttosto che sulle potenzialità tecniche del loro lavoro. Sei d’accordo con me? Pensi che possa essere importante una maggiore convergenza di professionisti e backgrounds, un po’ come sta avvenendo soprattutto nel mondo del design?

Carsten Stabenow: Se consideri l’”hacking” in un senso più ampio come sinonimo per analizzare a rimodellare un sistema, si può affermare che il Garage cerco di fare hack all’interno dell’ambiente culturale. Ma non mi piace usare questi termini di moda o queste etichette. Ma ha a che fare con queste teorie dal 2001, quando ci domandavamo se l’idea del open source potesse essere un modello interessante per la pratica culturale, principalmente motivato da interessi sociali (non vorrei mescolare l’esperienza di Staalplaat Soundsystem con questo). Non posso dire se c’è questo gap crescente come dici tu, ma nemmeno che queste parole siano assolute, semplicemente non lo so. Di sicuro la specializzazione sta crescendo soprattutto per i dettagli e quasi nulla su un certo modello di scala è possibile senza collaborazioni interdisciplinari; al contempo è vero che spesso l’arte (e specialmente la media art) si avvicina più al carino, al decocativo e al divertente perdendo molto del suo potenziale da un punto di vista della teoria e della scienza proprio per la sua mancanza di traduzione nella realtà. Sono d’accordo con te nel dire che sarebbe molto interessante incoraggiare più commistioni amichevoli.

Marco Mancuso: A cosa stai lavorando come curatore al momento? Quali sono i tuoi piani per le prossime edizioni del Tuned city? Quali sono gli argomenti su cui ti stai focalizzando? E, quanto il tuo background come communication designer è importante nel tuo lavoro?

Carsten Stabenow: Al momento sto lavorando con Tim Tetzner e Jan Rohlf su una conferenza, mostra e workshop per la 10ima edizione del Club Transmediale a Berlino nel Gennaio 2009. Questo programma, dal titolo “Structures – Backing up Indipendent Audiovisual Cultures, si domanda come le costanti trasformazioni per via della digitalizzazione con conseguente crisi dell’industria musicale, influisce sulla scena della media art e della musica indipendente. Stiamo cercando indietro nella storia della cultura (musicale) indipendente cercando di riflettere sulle differenti strategie, le pratiche artistiche, le forme di organizzazione, i modelli per rimanere indipendenti, i loro impatti culturali e sociali e la loro rilevanza e trasformazione al giorno d’oggi. Insieme a Carsten Seiffarth, sto invece lavorando a un follow up per il TESLA di Berlino, un nuovo spazio di produzione e un punto di raccolta per la media art di Berlino. Il concept propone una forma di organizzazione molto più flessibile, legandosi a strutture e risorse già esistenti, invece di costruire e avviare un apparato istituzionale apposito. Questo dovrebbe consentire di concentrare sulla produzione i singoli progetti, per accordarli più velocemente ai bisogni e agli sviluppi di questo campo, rispetto a quanto possono fare le pesanti strutture istituzionali.

.

Questi sono quindi i topics e le domande su cuo mi sto concentrando al momento, la produzione di condizioni e circostanze per la produzione culturale e di contenuti, la rilevanza e il potenziale della pratica artistica nella società, le domande di accesso e i metodi di intermediazione. Questo è il punto in cui tutto si riconduce al communication design, perché ci puoi vedere come una costante ricerca di strumenti e metodi per generare scambio e comunicazione nella società (e rendere quindi possibili i progetti interessanti). Tuned City non è stato sviluppato per essere un evento annuale e non mai stato nemmeno pensato per esserlo. Volevamo iniziare un dialogo tra le persone di differenti backgrounds e professioni e naturalmente sarebbe interessante spingersi oltre, ma potrebbe essere noioso concentrarsi solo su questo punto. Quello che possiamo immaginare è di sviluppare altri aspetti del topic, che possano essere ricercati nella pratica. Ciò che abbiamo imparato da Tuned City è che c’è ancora molto discorso accademico attorno al tema, ma c’è anche bisogno di più esempi pratici descrittivi che spieghino alle persone il ruolo importante del suono nelle nostre vite. 


www.tunedcity.de/

www.staalplaat.org/site/about/

www.garage-g.de/

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn