Qualche giorno fa, chiaccherando con Eva De Groete, la curatrice della mostra annuale del Vooruit di Gent “Almost cinema”, le avevo promesso che avrei scritto una recensione dell’evento. Lei mi aveva fatto giurare però che avrei visitato “tutta” la mostra, sottolineando che non tutti si prendono sempre la briga di farlo, prima di sentenziare giudizi. Detto fatto.

Aiutata anche dal fatto che la mostra è molto compatta, e quest’edizione di più rispetto all’anno passato, ho accontentato Eva senza però seguire tutte le performances che fanno parte dell’evento. Questa visita virtuale di “Almost cinema” parla quindi solo della mostra, ma fa riferimento anche all’edizione dell’anno passato che avevo visitato con in mente l’idea che immagini in movimento e spazi per l’arte contemporanea non sempre vanno d’accordo.

Da quattro edizioni, “Almost cinema” accompagna il Film Festival di Gent (in Belgio) con una mostra, una serie di performances ed un simposio, che indagano le possibilità del cinema nella sua intersezione con l’arte. Per spiegarla meglio – come recita il sottotitolo della manifestazione – “Almost cinema inizia dove i film tradizionali finiscono”. Lontana dal cinema narrativo, dal documentario giornalistico ed anche dalla videoarte tradizionale, la manifestazione esplora il territorio ampio (immenso, che rischia anche di scivolare nel vago) che si colloca nell’intersezione tra ambiente, immagine, suono e movimento. Il tutto sconfinando nelle possibili multipli accezioni dell’idea stessa “cinematicità”.

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Decostruendo l’idea tradizionale del cinema come meccanismo di narrazione di una vicenda (in cui tutti gli elementi, compresa la troupe, operano all’unisono nella messa in scena fittizia di un fatto, come in “Effetto notte” di Truffaut), “Almost cinema” da oramai quattro edizioni indaga come gli elementi essenziali del film possano essere riproposti per approdare a un prodotto diverso, che implica l’osservazione e la partecipazione dello spettatore ma in forma astratta e non lineare.

Nel 2007 ho visto la mostra dopo aver visitato la Biennale di Venezia e durante un intenso periodo di riflessione sui black box dell’arte contemporanea, in particolare ragionavo sui video lunghi tre ore presentati nelle grandi mostre internazionali, sull’assoluta inutilità di usare gli spazi dell’arte per presentare films che non hanno spazio nei cinema commerciali e sul perché critici e curatori raramente si pongono il problema che un video su supporto DVD proiettato su un muro in una stanza scura non è curatorialmente una bella mossa. All’epoca ricordo ero ancora scioccata dall’esperienza devastante e frustrante del video di Yang Fudong “Seven Intellectuals in Bamboo Forest”, presentato alla Biennale di Robert Storr: la pellicola, originariamente girata su 35 mm, veniva presentata divisa in 5 parti riversate su DVD in cinque piccoli box di legno in mezzo alla sterminata mostra negli spazi dell’Arsenale. Durata totale 110 minuti. Perché presentare in mezzo a una mostra un video che sarebbe meglio in una rassegna? A cosa dovrebbero pensare artisti e curatori quando tentano di riflettere su cinema e dintorni? Quali strategie dovrebbero interrogare?

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La visita di “Almost cinema” mi aveva un po’ rimessa in pace con il mondo. Qualcuno, finalmente, ci pensa. Ma come di consueto, la riflessione avviene nel contesto della “media art”, ambito normalmente abituato ad analizzare e speculare sul medium, a differenza dell’arte contemporanea tradizionale, giacché Eva de Groete è proprio la responsabile della programmazione dedicata alla media art del Vooruit, spazio polivalente aperto normalmente anche alle arti dello spettacolo e performative più tradizionali.

In particolare ero rimasta molto intrigata da alcuni lavori. L’austriaco Gebhard Sengmüller in “Slide movie” aveva tagliato in stills un b-movie poliziesco, riproponendolo proiettato sulla stessa porzione di parete da 24 proiettori di diapositive che operando in sequenza riproponevano una porzione del film: un omaggio al meccanismo del cinema, che crea nella mente dello spettatore l’astrazione dell’azione e del movimento attraverso l’accostamento di una sequenza di immagini fisse. Con “Stereorama”, in cui “l’effetto cinema” è dato da cinque visori stereobox in cui lo spettatore sbircia come si spia da un buco della serratura di duchampiana memoria, gli italiani ZimmerFrei inducono vivere momentanee tracce di eventi connettendo le immagini al suono ambientale riproposto da un paio di cuffie: una riflessione sull’immersività del cinema. Un’altra artista austriaca, Julia Willms, nella proiezione “Passageway” detournava uno spazio di passaggio del Vooruit, proponendo il tromp l’oeil di un tunnel infinito proiettato su uno schermo posto a chiusura di un corridoio: giocando ancora con l’effetto immersivo del cinema, che è in grado di far “vivere” allo spettatore una realtà immaginaria, l’installazione giocava perfettamente con lo spazio che la ospitava.

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L’edizione di quest’anno era forse meno da manuale. Le due installazioni assolutamente più in sincronia con la ricerca di “Almost cinema” le avevamo già visitate lo scorso febbraio alla mostra “The cinematic experience” durante Sonic Acts XII ad Amsterdam (di cui scrisse una recensione critica Marco Mancuso per il numero 31 di Digimag del Febbraio 08 (http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1094)e sono forse i pezzi più riusciti. Ulf Langheinrich con “OSC” stordisce lo spettatore con una serie di forme astratte tremolanti che bombardano la retina: giocando con l’apparato percettivo dello spettatore, l’ex Granular Sintesis opera un’astrazione del funzionamento del cinema tradizionale, che suggerendo fuori campo, salti temporali, associazioni mentali cattura e mette in scacco la mente dello spettatore che accetta come “esperienza reale” tutto quello che vede e che sente. Boris Debackere con “Probe” (intervista su Digimag 35 del Giugno 2006http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1212) gioca con lo spazio del cinema con un’installazione audiovisiva generativa ed astratta che reagisce al movimento dell’osservatore, che è quindi obbligato a mettersi in gioco fisicamente avanzando ed operando uno zoom nel film.

La presenza di questa parte della mostra “The cinematic experience” non va però letta solo come un cut & paste da Sonic Acts, ma più come la continuazione di un percorso già avviato nel 2007 con il simposio intitolato proprio “Cinematic experience” in cui artisti, critici e producer erano invitati a riflettere sul cinema, sul suo funzionamento, sui suoi spazi e sul suo significato più ampio, che non può essere risolto solamente con l’idea di una narrazione lineare e verosimile di una storia. In quel caso, erano stati particolarmente interessanti gli interventi dell’artista Marnix De Nijs (Run Muther Ficker Run e Beijing Accelerator per ricordare solo un paio di esempi), del teorico sempre olandese Arjen Mulder (colonna portante del V2_ ed autore di uno dei libri più chiari secondo me su media e arte, “Understanding Media Theory”) e dell’artista Joost Rekveld.

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Una piccola scoperta di questa edizione, il lavoro dell’artista iraniano Ali Momeni, che “Almost Cinema” ha ospitato con due lavori: “Smoke and hot air” e “Animal Warmth (#28)”. In particolare, la prima installazione gioca con suono, immagine ed ambiente. Quattro scatole di legno reagiscono a una serie di frasi che vengono diffuse nell’ambiente, producendo anelli di fumo ed un rumore assordante, che da lontano somiglia a una serie di spari, prodotto dalle scatole produttrici di fumo che si aprono e chiudono aritmicamente. Le frasi, scaricate da google news, sono rilette da un sintetizzatore vocale e ripropongono tutto ciò che le autorità israeliane, Usa e Uk hanno dichiarato sull’Iran.

Un’installazione sinestetica, in cui l’audio viene ritmicamente visualizzato dal fumo che lentamente riempie l’ambiente. Ma anche una metafora: “parole parole parole” cantava Mina, fumo, privo di sostanza che annebbia però la vista la propaganda politica conservatrice che vede nell’Iran il nuovo nemico contro cui l’Occidente si deve scagliare.

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