Scrive Zygmunt Bauman ne “La società individualizzata”, su come sta cambiando il nostro modo di fare esperienza al giorno d’oggi: “Tutti i punti di riferimento che davano solidità al mondo e favorivano la logica nella selezione delle strategie di vita…sembrano in piena trasformazione. Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno”.

Questo breve passo postmoderno su responsabilità e scena sociale, su sensibilità e nuovi meccanismi d’interazione planetari, sembra rispecchiare un po’ la logica e la poetica artistica della performer spagnola Rosa Casado, interprete fascinante e leggera di un’arte che attraverso azioni esplora nuovi modi di pensare e di fare, nuove partecipazioni sentite dove il pubblico è invitato prima ad apprendere, poi a liberarsi delle abitudini e infine a ricostruire esperienze e/o frammenti-modelli di società oggi considerati invasioni barbariche.

Rosa è attenta e vive il mondo in cui abita coscienziosa di sé e degli altri, desiderosa di comunicare sentite esperienze e magari di poter manipolare in qualche modo questo mondo che sempre più decontestualizzza, soffocato, disillusione simbolica e profonda dove si gioca ancora ma su serio. Vuole aprire nuove pratiche d’intervento più innovative e neutrali, nuovi spiragli qualitativi e solidali con il corpo e con spirito; un approccio artistico in un nuovo mondo di valori pedagogici, umanistici e soprattutto morali. Le sue opere fotografano il mondo da una prospettiva non egoistica, lo incanalano in strade pulite e autentiche.

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Fin da quando in “Las sin tierra. 7 intentos de cruzar el estrecho” si basa su due concetti fondamentali, l’identità e la divisione delle risorse nel pianeta, e inizia una riflessione sui grandi spostamenti umani; sui processi migratori dalle zone rurali alle città e dai paesi in via di sviluppo a quelli industrializzati, sulle nuove dinamiche e sulle relazioni che si creano tra le comunità che ricevono e quelle che si sono insediate recentemente. In scena qui un’attrice ed una performer con due linee di azione parallele strutturate in intervalli di 3 minuti dove la prima riflette sopra l’identità e sulla sua biografia e la seconda è basata nella divisione delle risorse del pianeta, contestualizzata a livello locale e globale.

Anche in “Paradise 2. The incessant sound of a fallen tree“, nato dalla collaborazione l’artista visivo inglese Mike Brookes, si riflette sui concetti di turismo e migrazione, descrivendone interazioni e differenze. La performer descrive la sua vacanza in Mali, giustapponendola alla migrazione dal Senegal alla Spagna di un uomo, il signor Boyé. La piece si sviluppa attorno ad un’isola di cioccolato, dove Rosa disegna i viaggi descritti, il sistema solare, i grandi spostamenti umani. Nel contempo l’isola di cioccolato viene a poco a poco mangiata, a simboleggiare i profondi cambiamenti mondiali. Questi ultimi sono rappresentati anche nell’installazione “Some things happen all at once”: un bosco abitato da decine di alberi in ghiaccio che riflette sui concetti di sostenibilità e trasformazione, la cui refrigerazione è alimentata da alcune biciclette azionate dagli spettatori, dove il progressivo sciogliersi ben rappresenta le attuali e radicali metamorfosi globali.

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“Well-being & welfare” è un’ azione site specific sul progresso, le sue regole, i suoi effetti, l’accumulo che il suo incedere produce, è un gioco collettivo che coinvolge il pubblico in prima persona, rendendolo attore dei cambiamenti, dimostrandone la forza di intervento sull’ambiente. Rosa ha creato un meccanismo di messa in scena che lavora sulla dimensione percettiva ed intuitiva della ricezione teatrale, rappresentando l’influenza che l’uomo ha sulla realtà attraverso l’uso di oggetti quotidiani: i piccoli giocattoli di cui si serve (macchine, treni, alberi, case..) vengono posizionati e continuamente spostati secondo regole dettate dall’artista; il pubblico ha la possibilità di interagire con la scena ed aggiungere, cambiare e trasformare la performance, le sue dinamiche ed i suoi elementi. Da questo lavoro presentato al Festival Inteatro a Polverigi è nato un naturale coinvolgimento e una viva partecipazione con l’artista di Madrid, un dibattito acceso e un legame professionale che mi ha portato tra le altre cose a porgergli alcune domande e riflessioni attinenti all’opera in considerazione.

Massimo Shiavoni: Parliamo di “Well-being & Welfare”, come è nata e quali dinamiche sociali e ambientali intendeva sviluppare?

Rosa Casado: Questo lavoro è lo sviluppo di una vicenda che ho usato in uno spettacolo chiamato “7 tentativi di attraversare gli stretti” ( Las sin tierra. 7 intentos de cruzar e estrecho) , un lavoro sull’emigrazione e sulla distribuzione della ricchezze sulla Terra. La mia intenzione con questa vicenda era di catalizzare una conversazione collettiva e una riflessione sul paradigma del progresso che sperimentiamo e su come le nostre azioni e decisioni possano accumularsi e creare una realtà diversa.

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Massimo Shiavoni: Gli oggetti quotidiani che hai usato per occupare lo spazio pubblico da dove vengono e che significato hanno?

Rosa Casado: Gli oggetti che uso sono giocattoli economici che ho comprato negli ultimi 7 anni. Mi piacciono molto i giocattoli, mi piace la loro semplicità e chiarezza come oggetti che rappresentano la realtà, abbastanza semplici da lasciar capire intuitivamente a un bambino esattamente cosa essi sia.

Massimo Shiavoni: All’inizio della performance le persone passavano quasi senza fermarsi e senza capire cosa fossero quegli oggetti (macchinine, treni, alberi e casette) disposti sulla stradina che porta a Villa Nappi. Poi invece che cosa ha innescato l’interesse e una partecipazione di massa a capire cosa stesse accadendo?

Rosa Casado: La vicenda che ho sviluppato era basata sul concetto di storia, di qualcosa verificatosi in un arco di tempo e come la cosa stessa potesse cambiare e trasformare la realtà circostante. La vicenda ottenuta, che aveva a che fare con il tempo e su cosa potesse significare essere un singolo inspiegabile evento, cominciò a realizzarsi quando le persone iniziarono a vedere che essa aveva una storia, che aveva una struttura che essi potevano riconoscere. che potevano associare a ciò che stavano osservando e a ciò che era accaduto il giorno prima.

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Massimo Shiavoni: Quante regole avevi preparato all’inizio del gioco?  Con quante e di quali tipo poi si è arrivati all’atto finale?

Rosa Casado: All’inizio avevo 4 regole, 4 semplici regole su come i giocattoli potessero muoversi e su come le regole potessero essere modificate. Alla fine ottenemmo 12 regole; riguardavano la ridistribuzione della ricchezza e la possibilità di dar vita a nuove comunità con nuove regole e un differente paradigma di progresso

Massimo Shiavoni: L’interazione con il pubblico è sempre stato un elemento importante per te?

Rosa Casado: Si, perchè considero il mio lavoro un catalizzatore di conversazioni e riflessioni collettive.

Massimo Shiavoni: Perchè parli di “gioco dello stare bene”?

Rosa Casado: Perchè per me è davvero paradossale che questo sia il modo in cui noi chiamiamo “sistema/stato” il posto in cui viviamo. A volte mi sembra difficile capire e percepire che il modo in cui la struttura della società e le politiche sociali si sviluppano non abbiano niente a che fare con il concetto di benessere. Per cercare di capire ho voluto chiedere alla gente cosa significa per loro star bene.

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Queste sono le definizioni di star bene e benessere:

1.buono stato di salute;

2.le condizioni finanziarie, sociali e fisiche grazie alle quali si può vivere in modo soddisfacente;

3.aiuto finanziario e altri benefici per disoccupati, al di sotto di uno specifico livello soglia o per tutti coloro i quali richiedano assistenza, specialmente se fornita da un ente governativo;

4.progetti per aiutare persone povere, senza lavoro o bisognose di assistenza in qualsiasi modo;

5.ricevere aiuti finanziari dal governo o benefici per la disoccupazione o altre condizioni che comportino necessità di assistenza.

Massimo Shiavoni: Rosa, tu hai creato un meccanismo di messa in scena che lavora sulla dimensione percettiva ed intuitiva della ricezione teatrale rappresentando l’influenza che l’uomo ha sulla realtà attraverso l’uso di oggetti quotidiani. Alla fine l’opera non sarà più tua ma del pubblico giusto? E’ questo ,in conclusione, il fine delle tue opere?  

Rosa Casado: Il mio progetto può essere realizzato solo se incontro l’ approvazione del pubblico. Lo immagino interlocutore, attore e protagonista di un cambio di realtà. Il mio lavoro sarebbe praticamente impossibile senza il coinvolgimento delle persone e perciò quello che accade nei miei spettacoli corrisponde a ciò che insieme creiamo.

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L’ultimo lavoro di Rosa insieme a Mike Brookes, “Snapshots/Something burning”, sarà al Festival Temporada Alta di Girona in Spagna il 17 Ottobre prossimo dove Mike genera un evento intimo che qualcuno potrebbe aver voglia di ricordare; Rosa lega quest’evento all’impossibilita’ di fissare un momento vissuto, ai tentativi e alle strategie che si attuano per sostenere quei momenti e al desiderio istintivo di conservare una reliquia “materiale” degli stessi. Gli spettatori saranno chiamati a partecipare alle immagini che verranno realizzate e all’evento. 


http://centrohuarte.es/

http://festivalmapa.com

http://www.temporada-alta.net

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