Siamo abituati a concepire le droghe come sostanze alteranti le capacità raziocinanti degli individui, ma cosa succede quando la stessa razionalità, in certi ambienti istituzionalizzati del pensiero, come quello universitario, può diventare una sottile ma insidiosa forma oppiacea? La riflessione è proposta nell’ultimo numero della rivista Cultural Studies of Science Education (N.3, settembre 2008).

A scanso di equivoci, l’oppio è qui solo metafora: il tema sembra suggerire il classico scontro tra le modalità complementari del nostro cervello, quella logico-razionale (più analitica e deduttiva) e quella intuitiva-olistica (più sintetica e induttiva), ma il problema della razionalità in ambito accademico va ben oltre il piano cognitivo e coinvolge – e qui veniamo al vero argomento del numero in questione – lo stesso nostro modo di rapportarci alle altre culture anche e soprattutto quando trattiamo l’educazione della scienza.

Come chiarisce nell’editoriale Glen S. Aikenhead, professore presso la University of Saskatchewan in Canada, i contributi si occupano dei modi in cui il pensiero occidentale è stato influenzato nel riconoscimento delle culture indigene quando si tratta di insegnare argomenti di ambito scientifico e come ha legittimate – quando lo ha fatto – tali culture; un tema più che ventennale nella storia della rivista che però viene stavolta integrato con alcuni modelli teorici applicativi ed esperienze che hanno rispettato pienamente queste culture.

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La stessa Aikenhead auspica che in campo educativo-interculturale si raccolga l’appello lanciato da Myron Atkin nell’articolo “What Role for the Humanities in Science Education Research”? (Studies in Science Education, Volume 43, Issue 1 – 2007): bisogna agire molto di più nel dialogo interculturale per pensare meglio e non solo pensare per poi agire al meglio (Atkin riprende la differenza aristotelica tra una conoscenza orientata più al pensiero teorico, l’ episteme e una conoscenza più pratica, come la phronesis ).

La phronesis auspicata è sintetizzabile nel concetto di “saggezza pratica”, derivata quindi da situazioni contingenti con caratteri precipui e non universalizzabili. Tale concetto di wisdom-in-action ha acquisito una rilevanza sempre maggiore negli studi antropologici e pedagogici portati avanti dai partecipanti al progetto, tanto da poter affermare che essa è una delle pratiche della conoscenza che può avvicinare la nostra cultura tecnocratica a quelle indigene.

Ad esempio, il dizionario di G. Beaudet del 1995 (Nehiyawe mina Akayasimo, Akayasimo mina Nehiyawe ayamiwini masinahigan) realizzato a contatto con i Plains Cree nella regione di Manitoba, ha messo in evidenza la prossimità del concetto di phronesis con quello di yipwakawatisiwin dei nativi americani: il valore sociale della saggezza non è in questo caso un accumulo di conoscenze teoriche, ma un insieme di pratiche che permettono di vivere appropriatamente nel mondo, ma anche qui bisogna precisare che la conoscenza è meglio intesa come “modo di vita” o “modo d’essere” e non come sembra suggerire la radice latina e greca di “conoscere tramite la mente”.

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Alla base di queste apparenti questioni linguistiche c’è una grande differenza nel concepire la natura, soprattutto quando si parla di conoscenze scientifiche che la riguardano. Mentre la nostra civiltà occidentale tende ad accumulare le conoscenze che riguardano la natura in episteme , le culture indigene attribuiscono maggiore valore “scientifico” alle modalità di vita all’interno della natura.

Per favorire questo incontro, la redazione di Cultural Studies of Science Education ha recuperato una serie di programmi di ricerca che trattavano questo tema e che avevano come soggetti di studio studenti universitari di origini native (studenti Zulu in Sudafrica, Maori in Nuova Zelanda e Indiani americani negli Stati Uniti) e che normalmente rimanevano ai margini delle discussioni sull’educazione alla scienza (Science Education).

Queste diverse modalità di conoscenza presuppongono un dialogo e un pluralismo che non possono essere lasciati ai buoni propositi, ma vanno indagati con strumenti a metà strada tra le esperienze etnografiche e quelle sociologiche; così Carol Brandt ha voluto approfondire come alcune studentesse navajo intendono il discorso scientifico americano (iscritte presso la Southwestern US). Brand ha utilizzato tecniche di analisi del racconto autobiografico e ha sintetizzato i risultati nel suo concetto di “locations of possibility”.

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In estrema sintesi, la comprensione e la presa di coscienza dei discorsi scientifici da parte di queste studentesse navajo è conciliabile con la loro esperienza biografica grazie all’esistenza di spazi di dialogo all’interno dell’università in cui è possibile scambiare idee e pratiche che vanno a costituire comunità scientifiche orizzontali e omogenee; in questi spazi comunitari si sviluppano connessioni tra i saperi, la storia e le diversità culturali attraverso modalità extraintellettuali, quali le emozioni, la spiritualità e la fisicità e che permettono di superare le barriere normative e spersonalizzanti che talvolta il sistema universitario oppone.

Per concludere è utile citare il contributo “Science Education and Worldview” di Moyra Keane che sottolinea come nelle culture indigene esistano sistemi di pensiero che non solo comprendono la dicotomia tra episteme e phronesis , ma la superino. E’ questo il caso dell’Ubuntu, un’etica Zulu – non sconosciuta ai programmatori open source – che contraddistingue una sorta di umanesimo indigeno in cui il singolo conta solo in quanto parte di una comunità e contribuisce alla sua sostenibilità con responsabilità e con principi di equità e di ridistribuzione delle risorse.

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Un sistema che adotta una visione aperta anche alle altre culture meccanicistiche e pervase (e obnubilate, per riprendere la metafora oppiacea iniziale) da relazioni di causa-effetto come quelle dell’Occidente e che come principio è riuscito a conciliarsi in forme modernissime di comunitarismo come quello digitale dell’open source.

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