Che cos’è la vita nelle profondità oceaniche? Come scorre il tempo là sotto, a quale ritmo, con quali cadenze? Quali sono i colori che abitano gli abissi marini e quali nuovi scenari inesplorati si schiudono per l’uomo in quegli spazi?

Sono gli scienziati, esplorando nuovi territori con strumenti di tecnologia avanzata, che svelano scenografie inedite e forniscono risposte a questi interrogativi. Ci sono anche scienziati particolari che attraverso l’espressione creativa riescono a raccontare le scoperte scientifiche in chiave nuova, usando l’estetica e la comunicazione come strumenti di conoscenza ed ispirazione, svelando percorsi armonici e narrativi, in un processo che spesso avvicina la scienza all’arte, fino a confonderne i confini. Qui trova margine d’azione lo stupore e affiorano il fascino dell’ignoto e la bellezza dell’armonia dei dati e delle proporzioni, concepiti all’interno della duplice natura di acquisizione scientifica e di mistero della scoperta.

Tra questi “creativi della scienza” si trova Marina Iorio che vive e lavora a Napoli ed affianca l’attività artistica al lavoro di ricercatrice all’IAMC-CNR ed in numerose istituzioni internazionali. Il lavoro che contraddistingue la ricerca della Iorio è interessante sia sotto il profilo scientifico che sul versante creativo: i dati delle onde acustiche che provengono dai fondali oceanici – “multibeam” – sono utilizzati per essere trasformati in visioni digitali, che si collocano al confine tra la visualizzazione scientifica di una realtà sconosciuta o inaccessibile e la visione concettuale e astratta di una realtà lontana, frammentata e composita che trova nuova vita sulla superficie della stampa digitale su light .

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Ho parlato direttamente con Marina Iorio di questa ricerca singolare ed unica nel suo genere per capire come nasca in una scienziata l’istinto creativo e quali significati voglia trasmettere attraverso la potenza visiva delle sue opere.

Silvia Scaravaggi: Come sei arrivata ad unire le due grandi passioni della tua vita: la scienza e l’arte?

Marina Iorio: Attraverso la stessa modalità con cui procedo nella mia ricerca scientifica, un giorno, in maniera inaspettata, è arrivato il balzo dell’intuito cognitivo e poi la vertigine che ti risucchia verso una realtà inesplorata, dove diventi pura emozione, perché calpesti un terreno vergine, dove altra mente o corpo non è mai arrivato ed in quell’attimo eterno ti ricongiungi o forse diventi Dio. In una collocazione di logica narrativa, passavo distrattamente davanti al computer sul cui schermo vi era un taglio particolare di alcune morfologie profonde del Tirreno, ed improvvisamente mi sono sentita librare nel buio, ma senza più paura, perché lì morivo (in realtà morivano due delle mie personalità, dando così un senso alla loro sofferta coesistenza fino a quel giorno) e rinascevo. In altri termini la cultura scientifica, sviluppata fino ad allora, mi permetteva di accedere a quelle immagini e il training artistico mi offriva la capacità di leggerne le potenzialità espressive e mi spingeva a voler far mio questo nuovo linguaggio, affinché potessi dare voce a quelle pulsioni violente che in me urlano.

Silvia Scaravaggi: Come realizzi i dipinti digitali che possiamo ammirare nelle ultime mostre che hai realizzato a Napoli ed in Sicilia?

Marina Iorio: Traslo immagini virtuali, ma altamente fedeli, di inesplorati fondali oceanici, da uno spazio geografico ad uno spazio cartesiano. Ossia nel processo scientifico i valori numerici di profondità, ottenuti dal rimbalzo delle onde sonore sui fondali marini, sono posizionati rispetto alla superficie terrestre in coordinate geografiche; io utilizzo gli stessi valori numerici e li riposiziono rispetto ad un sistema di riferimento cartesiano, in base al mio linguaggio espressivo che segue un processo di astrazione/virtualizzazione dell’immagine.

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Silvia Scaravaggi: A livello metaforico come spiegheresti l’interazione che si crea tra “invisibile”, le frequenze oceaniche, ed il “visibile”, le visioni dei tuoi quadri?

Marina Iorio: Come ho dichiarato in una recente intervista, l’interazione consiste nel lasciar parlare la Natura in una visione non più antropocentrica ma sintonica dell’universo. A noi infatti arrivano, tramite onde sonore, invisibili echi di tessuto marino, che sono frutto di antichi processi di erosione, d’improvvisi moti tettonici, di lenti scivolamenti del mare. La loro posizione in uno spazio geografico non è casuale ma obbedisce a leggi che la natura instancabilmente detta da milioni di anni. E questi echi che sono molto più antichi dell’uomo, ci parlano dell’ignoto e della vita ancestrale della terra. Io li accolgo nel mio spazio mentale come dono, con colori che obbediscono solo al moto immemorabile dell’inconscio. Ma il segno originale, che non è astrazione matematica, ma oggettività fisica, permane e attraverso la tecnica che l’ha decodificato, la natura che l’ha modellato, la mia Psiche che l’ha modificato, impone il suo impatto visivo come sintesi del noto e dell’ignoto, del conscio e dell’inconscio.

Silvia Scaravaggi: Come reagisce il pubblico alle tue opere?

Marina Iorio: Si emoziona. Ho riscontrato in molte persone questo sentimento, in particolare molti mi hanno riferito di percepire una sensazione fisica di vibrazione.

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Silvia Scaravaggi: In che modo ti sono vicine le istituzioni in questa tua attività?

Marina Iorio: Contrariamente ai soliti luoghi comuni, ho riscontrato nelle istituzioni coinvolte e in particolare presso la Città della Scienza di Napoli ed Il Consiglio Nazionale delle Ricerche Italiano, un’apertura verso il “nuovo”, un entusiasmo ed una competenza eccezionali.

Silvia Scaravaggi: Esiste un aspetto didattico nella tua arte oppure soltanto un intento estetico?

Marina Iorio: Certamente l’artista contemporaneo oggi ri-sensorializza e rende accessibile al pubblico le nuove esperienze estetiche che le avanzate tecnologie ci propongono. E cosi facendo apre nuovi mondi e realtà, rivalutando, nell’età della Tecnica, una dimensione propria dell’Uomo: “penetrare l’ignoto”. Inoltre il mio processo creativo risponde pure all’esigenza di dare un proprio contributo alla sperimentazione di nuove forme di comunicazione scientifica e di didattica informale della scienza. Risponde, inoltre, al bisogno, da più parti avvertito, di una più attenta riflessione sulle divergenze e convergenze di arte e scienza.

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Silvia Scaravaggi: Come si relaziona il tuo lavoro artistico con le opere di altri artisti italiani alla scoperta dell’ignoto e dell’infinitamente piccolo (penso alla nanoarte di Scali e Goode)?

Marina Iorio: Al di fuori di un’apparente similitudine nell’impiego di alte tecnologie per esplorare spazi infinitamente grandi ed infinitamente piccoli, non vi è per me una vera relazione tra questi due processi creativi. Infatti i microscopi elettronici costituiscono un potenziamento della capacità visuale dell’occhio umano, ma non producono, come i multibeam, immagini virtuali di mondi inesplorati. Ed è nella possibilità di produrre immagini virtuali che si riflette la nostra condizione post-moderna, condizione in cui l’esperienza ed il reale, passano attraverso la griglia dei nuovi media tecnologici, che provocano il trionfo della simulazione. Quindi nel mio processo creativo è la Tecnica stessa che come Poiesis crea degli universi radicalmente nuovi e sono questi stessi universi di immagini e forme – che non esistono se non entro flussi di energia – a creare un nuovo linguaggio artistico post-moderno, in un gioco permanente di deformazione e trasformazione. 


www.marinaiorio.com

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