Paul D. Miller, meglio conosciuto come DJ Spooky that Subliminal Kid è un artista multimediale che vive e lavora a New York, uno delle poche figure veramente conosciute nell’ambito dell’arte, della cultura e della musica sperimentale contemporanea, di cui è senza dubbio uno dei personaggi più affascinanti e complessi.

Il suo background accademico in Letteratura Francese e Filosofia, e la sua immensa conoscenza musicale gli hanno permesso di fondere dj culture, hip-hop, jazz, Jamaican roots, musica e film sperimentali, testo ed arte contemporanea, con alcuni dei più sofisticati pensatori, tra i quali Deleuze e Guattari, Artaud, Lefebvre, Virilio, Adorno e molti altri. E’ pressochè impossibile tracciare l’intera lista dei lavori e delle collaborazioni di Paul; essi sono apparsi in diversi contesti come la Biennale di Venezia, il Festival di Spoleto, l’ Andy Warhol Museum di Pittsburgh, la Whitney Biennial a New York, ed i suoi saggi ed articoli sono stati pubblicati su Ctheory, The Source, Artforum e The Village Voice. Nel 2003 ho avuto l’occasione di assistere alla prima mondiale di “Rebirth of a Nation” all’ Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washinton DC. Questo progetto cinematografico, che è stato presentato ormai quasi in tutto il mondo, si basa sul remix di “Birth of a Nation” di D.W. Griffith, un film del 1912 perlopiù utilizzato come strumento per recrutare adepti nel Ku Klux Klan.

Il suo più recente lavoro è ” Terra Nova, The Antartica Suite” un progetto multimediale che rappresenta un ritratto acustico della rapida trasformazione di un continente composto da ghiaccio e condensa. La prestigiosa MIT Press ha pubblicato i suoi due libri, Rhythm Science (2004) e Sound Unbound (2008). Il primo è una raccolta di riflessioni sulla cultura contemporanea, filtrata attraverso l’esperienza e il ruolo del deejay. Il secondo è invece un’eclettica raccolta di saggi sul tema dell’arte del remix, nella sua multiplicità di contesti ed ambienti. Tra i più di trenta autori coinvolti in Sound Unbound troviamo Steve Reich, Bruce Sterling, Scanner aka Robin Rimbaud, Saul Williams, Brian Eno e Jonathan Lethem. Il cd che accompagna il libro ci regala pezzi remixati dall’archivio dell’etichetta discografica Sub Rosa, nei quali appaiono come per magia Nam Jun Paik, Jean Cocteau, Marcel Duchamp, William Burroughs, ed anche Sonic Youth, Matthew Herbert e Pamela Z.

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Leggendo Sound Unbound si evince, come è ormai noto ai più, che l’arte del remix, o del plagio, che in questo contesto acquisisce una connotazione positiva, non è nuova nel campo della letteratura, dell’arte e della musica. Lo scrittore Jonathan Lethem racconta che persino Nabokov, prese in prestito (per così dire) il personaggio di Lolita che era stato inventato e pubblicato quarant’anni prima dallo scrittore Heinz von Lichberg. Quello che mi sembra interessante in Sound Unbound è il collage tra storie in cui i software e i bits sono onnipresenti, e storie di vinile e di componenti analogici, come nell’intervista ad Alex Steinweiss, considerato il pioniere della grafica e del packaging degli LP; o il racconto di Brian Eno sulla genesi e la storia delle campane.

Il libro offre uno spunto per riflettere su come l’avvento delle nuove tecnologie e la facilità di accesso a milioni di informazioni e dati disponibili sulla rete, contribuiscano alla creazione ed alla trasformazione della cultura contemporanea, portando con se connotazioni positive e negative. Se una delle più accese discussioni nel mondo dei new media riguarda i limiti della proprietà intellettuale e del copyright, in Sound Unbound il contributo di Daphne Keller, avvocato glamorous di Google, tratta proprio gli aspetti legali del sampling, che oggi non possono essere regolati da leggi obsolete concepite per regolare oggetti materiali piuttosto che sequenze di numeri.

Da questo punto di partenza ho iniziato una conversazione virtuale con Paul, per comprendere meglio il lavoro che sta dietro Sound Unbound e per conoscere i suoi pensieri sullo scenario dell’arte contemporanea oggi…Check this out.

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Donata Marletta: Sound Unbound è un progetto ibrido, presenta uno spettro completo di pensatori contemporanei, che spazia da Manuel DeLanda, Jonathan Lethem, Brian Eno, Scanner, Steve Reich, Chuck D e Saul Williams etc…mixa e remixa storie e vite vecchie e nuove. Come hai concepito il progetto? O meglio, hai seguito un percorso o un criterio per preparare ed assemblare insieme persone e saggi cosi’ differenti tra loro?

Paul D.Miller: Sono le otto di mattina quì a Stoccolma, e finalmente trovo il tempo da dedicare a questa intervista. Sound Unbound è un omaggio alla casualità – è come un giradischi impazzito che suona molti brani in modi differenti. Alcuni dei migliori risultati vengono fuori da interventi inaspettati, casuali. Volevo mettere insieme un libro che rispecchiasse il modo complesso, ibrido e spesso totalmente frammentato in cui percepiamo il suono, l’arte e il testo scritto nel 21° secolo. Playlists, risultati di ricerca, frammenti di codici inclusi in una email…non sai mai da dove proviene la prossima immagine o il prossimo suono. C’è un ordine nascosto nel modo in cui l’informazione si forma nel 21° secolo – tutto è gestito da algoritmi. Immagino Sound Unbound come un progetto che incorpora qualcosa come “il dj come motore di ricerca”. Arte, letteratura, testo, suono – per me tutto è collegato, ecco perché volevo ottenere una situazione ibrida nel libro. E’ simile al modo in cui viviamo il presente, un’era in cui la situazione economica si basa sull’informazione.

Donata Marletta: Artisti e musicisti hanno utilizzato il concetto di remix sin dagli inizi del XX secolo. Ti chiedo allora cosa permette al remix di essere un concetto radicale oggi? E’ solo dovuto all’avvento e all’affermazione della tecnologia digitale che stabilisce e crea un nuovo linguaggio e un nuovo sapere?

Paul D.Miller: In realtà il remix è in giro da molto più tempo di quanto la gente voglia ammettere – per me il remix è una critica al linguaggio stesso. La ragione per cui il brano di William S. Burroghs è l’ultimo pezzo del cd che accompagna Sound Unbound è che lui ha semplicemente detto che “il linguaggio è un virus”. Io aggiungerei: il linguaggio funziona da codice, incorporato nella struttura profonda di come gli esseri umani creano significato, aggiungono valore – e i remix sono una specie di unità di trasformazione. Esistono in termini di riflessione dell’originale. Ma l’originale non è altro che un’altra riflessione, e tutto lo scenario continua fino al punto in cui non c’è nulla di realmente originale. Tutto è una cover version. Questa è la metafisica del soundsystem. La Jamaica ha reso questa unione esplicita. Estrapolare, mixare, masterizzare è un’estetica ereditata dalla tradizione del dub Jamaicano, la quale a sua volta proviene dalla tradizione Africana di chiamata e risposta. Tutto è connesso. L’ Africa digitale è la cassa di risonanza del network globale digitale. Il saggio che si basa su questa idea è un remix della piece che Erik Davis scrisse poco tempo fa. Sound Unbound è una rivisitazione di questo tipo, con saggi di Ron Eglash (un matematico studioso della poliritmia Africana) e Daphne Keller, consigliere legale di Google. Il suo saggio si basa su come il sampling riflette il modo in cui il materiale digitale si sposta attraverso i networks. Per me, la musica non è musica, è informazione.

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Donata Marletta: Premetto che sono totalmente a favore dell’idea di remix come principio universale, del sapere comune e condiviso e dell’open source. Ti chiedo se questo processo senza fine, che e’ stato definito da Peter Lunenfeld “hyperaesthetics in real time”, tramite il quale le persone aggiungono strati su strati di significati, ci porterà ad una specie di caos dei contenuti, o in una situazione estrema, all’annullamento del contenuto. Qual’è la tua opinione su questo argomento?

Paul D.Miller: Non credo che il caos sia veramente qualcosa che gli esseri umani siano in grado di percepire in maniera profonda. E’ l’ordine universale, il quanto, la struttura profonda, il frattale…per me, la musica è il nostro modo per provare a dare un senso a quanto bizzarro sia essere vivi in questo strano universo che esiste nella nostra immaginazione. Stiamo sognando il mondo, oppure è il mondo che sta sognando noi? Sound Unbound ha un impulso che è simile a quello di Borges nel suo modo di vedere livelli su livelli, riflessioni su riflessioni. Ho anche chiesto a Jaron Lanier, lo scienziato che ha contribuito alla creazione del concetto di Realtà Virtuale, di scrivere la postfazione di Sound Unbound. Campionare è la rivisitazione digitale di come le persone si relazionano nei confronti della natura “discorsiva/ricorsiva” del sapere umano.

Donata Marletta: In Sound Unbound gli aspetti digitale ed analogico sembrano coesistere e aver bisogno l’uno dell’altro. Sei d’accordo con il fatto che l’aspetto analogico é parte della nostra cultura e tradizione e debba essere preservato e mantenuto?

Paul D.Miller: Tutto quello che posso dire è che il materiale analogico è molto più complicato di quello digitale. Prova a chiederlo agli scienziati.

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Donata Marletta: Sembra che tu viva un una specie di zona liminale, un’area grigia che si trova in transizione. Come percepisci il collasso dello spazio e del tempo?

Paul D.Miller: Tutto è collegato. Kool!!!

Donata Marletta: Come contestualizzi e traduci i tuoi riferimenti teorici nello scenario contemporaneo? E come li remixi nel tuo lavoro?

Paul D.Miller: La vita dovrebbe essere divertimento! Se non è divertimento, allora è meglio lasciar perdere!!! Ho voluto occuparmi di libri ed arte in quanto rendono le cose più interessanti! La musica è arte, l’arte è letteratura, la letteratura è musica. Lascia che il cerchio scorra!!! E’ il modo in cui viviamo nel 21° secolo. Negli ultimi dieci anni ho assistito a tante innovazioni che inducono le relazioni umani tramite sistemi dinamici. Dato che Internet si è esteso ed ha cambiato il rapporto che la gente ha con il processo sociale tramite il quale si forma la cultura, la tecnologia ha cambiato ancora più velocemente l’abilità della nostra società di assorbire il cambiamento. Il Governo (letteralmente in tutte le sue forme) e le leggi di molti secoli di colonialismo hanno condizionato il modo in cui l’intera massa della specie umana si relaziona all’idea del “futuro”.

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Donata Marletta: Oggigiorno gli artisti stanno cercando di sperimentare nuovi modi di interagire con il pubblico. Qual’é la tua relazione con l’audience? E come percepisci, e probabilmente trasformi, l’energia ed il feedback che proviene dal pubblico?

Paul D.Miller: Il Web cambierà quasi tutto quello che si può descrivere come “fisso e focalizzato”: prospettive multiple, versioni e contesti in ogni angolo, in ogni momento. Va bene, questo è il modo in cui i bambini stanno crescendo!!! L’idea è che la musica sia una specie di ammortizzatore che ha subito il colpo: abbiamo interiorizzato il processo di pensare al futuro così tanto che praticamente vediamo tutto come se fosse un “copione” (ecco che ritorna il già citato brano di William S. Burroghs!). Sono parecchio influenzato dagli argomenti che hanno avanzato i poeti della Beat Generation – William S. Burroughs, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Amiri Baraka – ma riadattati dal punto di vista del mezzo digitale che ha preso il posto di quello che nei loro lavori era il metodo di scrittura non-lineare, e quel tipo di irriverenza che li ha resi così affascinanti. Amiri Baraka è l’ultimo tra di loro rimasto in vita. Questa è una cosa bellissima.

Gli artisti che sono cresciuti nel mondo contemporaneo sotto il modello di YouTube, Facebook, Myspace o roba simile a Mixi in Giappone (www.mixi.jp), hanno trasformato l’intero modo in cui la gente pensa alla “produzione dello spazio sociale”. Questo è fantastico, ma è anche una situazione aperta, dove qualsiasi cosa può venire fuori. Io incoraggio le persone ad aspettarsi l’imprevisto dai miei mix, musica, arte e saggi. Rende le cose divertenti. Il feedback è kkkooooolllll!!!

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Donata Marletta: Parlami un po’ della tua esperienza come membro della giuria durante l’edizione di quest’anno di Ars Electronica, nella sezione Digital Musics. E’ ormai noto che stiamo attraversando una crisi nel mondo dell’arte. Da quello che hai visto e sentito, qual’é la situazione dell’arte oggi?

Paul D.Miller: Ars Electronica è stato divertente! Certo sono stato contento di vedere alcune cose, ma annoiato da altre. Questo è il modo in cui funziona il mondo. La “crisi” del mondo dell’arte tradizionale è un po’ come John McCain: molti nel mondo dell’arte sanno a stento come funziona un computer e non sono in grado di giudicare questo tipo di cose. Il mondo dell’arte tradizionale non ha idea di come funzionino i media digitali. Si può notare una situazione del genere più di una volta nel modo in cui vengono curate le mostre da un decennio a questa parte. Come McCain, proprio non capiscono. 


www.djspooky.com/

www.soundunbound.com/

www.rhythmscience.com/

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