Se tre indizi fanno una prova, come Agatha Christie e la credenza popolare sostengono, allora ci sono buoni motivi per ritenere che le interazioni tra arte e nanotecnologia, dove per nanotecnologia si intende quel ramo della scienza applicata e della tecnologia che si occupa del controllo della materia su scala dimensionale inferiore al micrometro, occuperanno un ruolo importante nelle discussioni sulle pratiche artistiche emergenti.

Prima di addentrarci nel corpo del reato partiamo proprio dagli indizi rilevati. Primo indizio: la Terza Biennale di Siviglia (BIACS 3), dal titolo “Youniverse”, tricurata da Peter Weibel, Wonil Rhee e Marie-Ange Brayer, che dal 2 ottobre 2008 all’11 gennaio 2009 prenderà corpo nella duplice sede del Centro Andaluz de Arte Contemporáneo di Siviglia (CAAC ) e a Granada, ha invitato a partecipare artisti come Giuliana Cuneaz, Alessandro Scali & Robin Goode. Allo stesso modo, il MOMA di New York, giocando d’anticipo, ha realizzato la mostra “Design and the elastic Mind”, curata da Paola Antonelli, invitando a partecipare Michael Burton, James King, Mikael Metthey, Chris Woebken. DigiMag ha avuto modo di trattare l’argomento tramite il report di Giulia Baldi per il Numero 34 di Maggio 2008: http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=1158

Anche l’Italia attraverso mostre, come quella svolta al MIIAO di Torino o a Palazzo Frizzoni in Bergamo, e pubblicazioni, che hanno portato ulteriori contributi all’argomento. Il comune denominatore delle opere esposte in queste manifestazioni è l’utilizzo, da parte degli artisti, delle nanotecnologie, siano esse usate come fonte di riflessione per un futuro ipotetico o come mezzo artistico per produrre istallazioni, sculture, quadri, musiche.

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Secondo indizio: numerosi poli scientifici europei, specializzati nelle nanotecnologie, hanno messo a disposizione degli artisti, sotto forma di residenze o collaborazioni, le conoscenze e le strumentazioni di cui dispongono per realizzare opere d’arte e progetti artistici.

Terzo ed ultimo indizio: un numero sempre maggiore di informazioni – siano esse approfondite in cataloghi d’arte o inserti, esposte in mostre, mediate in convegni o semplificate nei mezzi di informazione di massa – dedica attenzione al rapporto tra arte e nuove scienze.

L’intersezione tra la sfera degli artisti, mostre, convegni, biennali, curatori, pubblico, stampa con quei rami della scienza che si occupano di nanotecnologie è alla base delle manifestazioni artistiche che sono riunite sotto il nome eloquente di Nanoart. Il termine Nanoart definisce quindi una disciplina artistica nata dall’integrazione dell’arte con la nanotecnologie che utilizza le proprietà, le caratteristiche, le immagini e i saperi sull’universo nanotecnologico per realizzare delle opere artistiche.

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Una volta formulati gli indizi ci rendiamo conto di trovarci nel bel mezzo di un processo che richiede altre domande per arrivare a una visone completa dell’evento. Innanzitutto bisogna capire quale accusa sostengono questi indizi, quale il delitto, quali le parti opposte, chi il colpevole. Per arrivare a queste risposte bisogna ripercorrere rapidamente alcune tappe della storia dell’arte contemporanea utili per una definizione del problema.

Nel 1904 il filosofo Ernst Haeckel, apprezzato da artisti come Paul Klee e Wassily Kandinsky, pubblica Forme d’arte in natura” e realizza, come disegnatore, piante che sembrano obbedire a un’estetica da Art Nouveau. Estetica come scienza del bello, intenta a comprendere la natura in rapporto all’arte, ed estetica come teoria della percezione sensibile, legata all’uso di immagini adatte a trasmettere visivamente la conoscenza della realtà naturale. In quegli stessi anni Klee si occupa della natura e dei suoi processi attraverso la rappresentazione del giardino. Azioni naturali come “crescita”, “sviluppo”, “morte”, vengono applicate al fare artistico. Per Klee il mondo dell’invisibile coincide con l’ordine naturale stesso, con la sua relatività e la sua complessità, che risultano insondabili ai nostri sensi limitati.

In artisti come Kandinsky l’invisibile appare in conseguenza a un avvenimento puramente scientifico: la divisione dell’atomo. La scoperta produce in lui la sensazione che “tutto il mondo materiale fosse stato distrutto alla base” . Non rimane, dunque, che rappresentare, dopo la distruzione della materia, il contenuto interiore, spirituale .

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Pochi anni più tardi, nel 1928, Karl Blossfeldt pubblica “Le forme originali dell’arte”. Blossfeldt non era un fotografo ma un appassionato di botanica che realizzò 6000 fotografie con l’intento di rendere visibili forme e simmetrie naturali allora invisibili all’occhio umano.

Questi pochi esempi, a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri, permettono di individuare alcuni sintomi su cui si basa la Nanoart ; il rapporto tra visibile e invisibile, interiore e interno, arte e natura .

Il rapporto tra visibile e invisibile deve, nella società occidentale, essere messo in relazione a un legame di secondo livello, quello secolare tra visione e verità. La società occidentale si è infatti sviluppata all’interno del bisogno del visibile, ossia quel bisogno di vedere tutto per conoscere tutto, per dominare tutto. Nel corso del XX e XXI secolo questo bisogno si è però trasformato nel suo opposto, ossia nella disperazione di vedere tutto. Come se l’invisibile fosse l’opposto del visibile, per cui all’aumento di questo non possa che corrispondere la diminuzione di quello. Un anno dopo la pubblicazione di Le forme originali dell’arte, l’occhio diventa il protagonista indiscusso del film surrealista “Un Chien Andalou”, di Luis Bunuel. Nella ormai celebre sequenza iniziale il regista ci fa “vedere”, in primissimo piano, il disincantato taglio di un occhio; è un primo segnale che ci mette in guardia dalla potenza e dai limiti dello sguardo. Con un poetico gesto grafico lo spettatore, accecato, dovrà fare affidamento su altri sensi, o meglio, su altre sensazioni, per fruire del film.

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E’ curioso che sia stato il cinema, sin dall’inizio a mettere in discussione questo paradigma della vista: si pensi alla fuga del pubblico durante “L’arrivo del treno alla stazione della Ciotat”, dei fratelli Lumiére, o alla luna, di nuovo resa cieca, nel primo film di immaginazione fantastica, “Viaggio nella luna”, di Georges Mèliés.

Per la Nanoart l’invisibile è la promessa di altro da vedere che il visibile stesso porta sempre con sé. Le opere di Alessandro Scali & Robin Goode (di cui DigiMag ha parlato tramite l’intervista di Silvia Scaravaggi per il Numero 28 di Ottobre 2007: http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=972) ad esempio, parlano di questo bisogno. “Oltre le Colonne d’Ercole”, non è tanto un viaggio alla scoperta dell’infinitamente piccolo, quanto l’invito a esplorare una terra oscura che nasconde nuove conoscenze; “Dimensione Attuale”, allo stesso modo, giocando sulla possibilità di rendere invisibile l’Africa arricchisce di significati quell’ altro da vedere che l’occhio si porta con sé.

Il problema dell’interiorità del corpo non è cosa nuova, per rimanere in tempi recenti è del 1977 il video girato da Charles Eames per Ibm, dal titolo “Powers of ten”. In questo video una telecamera virtuale riprende, dall’alto, la scena di un pic-nic su un prato di San Francisco. Con uno zoom-out graduale la telecamera inizia ad allontanarsi, passando da un’altezza di 10 metri a quella di 1024 metri, ossia verso uno spazio infinitamente grande, per poi tuffarsi a terra ed entrare, con uno zoom-in , nel corpo di una delle persone che partecipavano al pic-nic, fino a una grandezza infinitamente piccola di 10 -15 metri..

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L’invisibile di cui la Nanoart si occupa è quello dell’infinitamente piccolo; la dimensione in cui si trova è spesso quella in (interna). David Cronenberg, nel film “Inseparabili” , del 1988, sviluppa il tema chiedendosi e chiedendoci: “Come potete trovare ripugnante il vostro stesso corpo? È ciò che voi siete! Abbiamo bisogno di una nuova estetica per l’interno dei corpi”.  La non percettibilità di ciò che è interno è alla base del progetto artistico “Blue Morph”, sviluppato da Victoria Vesna (il cui lavoro è stato presentato su DigiMag sempre da Silvia Scaravaggi per il Numero 20 di Dicembre06/Gennaio07: http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=668). Attraverso una serie di strumentazioni tecnologiche l’artista indaga sui rumori prodotti, da cellule nanometriche che rivestono le ali della farfalla, durante la sua metamofosi. Udire, il non udibile, ascoltare i rumori del silenzio, John Cage, 4.33″

Mikael Metthey nell’istallazione “Minutine Space” riflette sul significato sociale, ma anche rituale, della malattia. Ipotizzando un futuro in cui la ricerca scientifica ha debellato i virus più comuni, eliminando quindi la percezione della malattia nelle sue componenti fisiche e culturali essenziali, l’artista progetta un’installazione che permette allo spettatore di in -spirare, da appositi contenitori, dei batteri di alcune malattie che saranno poi rimossi dall’interno da agenti nanometrici.

Sulle relazioni tra arte e natura, ossia tra due universi di significato vastissimi, abbiamo già avuto modo di sottolineare come, fin dal 1900, alcuni artisti si rifacessero alle parti e alle forme più invisibili della natura, viste attraverso il microscopio ottico, per l’elaborazione di opere artistiche.

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Il progetto “Occulta Natura” di Giuliana Cuneaz, insiste sulle similarità formali che esistono tra gli elementi dell’universo nanometrico e l’ambiente direttamente percepibile dall’occhio umano. Partendo, dunque, da immagini nanomolecolari, l’artista ha realizzato animazioni video in 3D, che ricordano mondi  vegetali o, in taluni casi, paesaggi primordiali. Su questi sfondi visionari, in continua mutazione, è intervenuta aggiungendo elementi pittorici con colori a smalto direttamente su schemi al plasma. In tal modo si creano relazioni con le immagini sottostanti che generano una sensazione straniante. La fissità della pittura si interfaccia con il dinamismo e la mobilità della dimensione virtuale. La videoinstallazione intitolata “Birth Tree”, mostra, partendo da un’immagine in nanoscala di una sinapsi, il ciclo di nascita e morte di un albero, per sottolineare l’inquietante ipotesi di Nietzche attorno al dibattuto tema dell’eterno ritorno.

L’artista inglese James King si chiede cosa e come sarebbero le nanotecnologie a grandezza d’uomo, come si rapporterebbero con la nostra esperienza e come potremmo lavorarle e pensarle.

Il rapporto tra nanotecnologie e natura organica è invece predominante nell’opera “Nanofutures, Sensual Interfaces” di Chris Woebken. L’artista, piuttosto che concentrarsi sull’attuale sviluppo delle nanotecnologie, cerca di esplorarne ulteriormente le potenzialità, creando nuovi prototipi di manipolazione, come l’elettronica organica, basata sulla capacità dei semi di riprodursi e di “programmarsi”. Con queste premesse Michael Burton, nel videoclip “Nanotopian”, presenta una visione che riguarda le persone collocate alle estremità della classe sociale. Il progetto si riferisce a come oggi alcune persone utilizzino il proprio corpo come una fonte di guadagno, vendendo capelli, sangue, reni e come potranno usare la fusione tra corpo e nanotecnologie per aumentare il loro guadagni e arrivare a una nuova definizione di estetica del corpo.

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L’arricchirsi degli indizi e il manifestarsi attraverso opere/sintomi eterogenei – l’opera d’arte, a differenza della scienza e in modo analogo alla malattia, implica una diagnosi sempre soggettiva – contestualizza la scena del crimine. Ma chi è il paziente malato? Chi ha iniettato questa malattia che si è resa manifesta attraverso le opere? E’ un incidente o un omicidio?

Per ora, citando Tristan Tzara, “dopo il massacro non ci resta che la possibilità di un’umanita purificata.”

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