Alcune pratiche sviluppatesi recentemente nella rete hanno dato vita a nuovi tipi di comportamenti fra gli utenti. La condivisione dei contenuti rappresenta oggi una di queste tendenze, che col suo sviluppo rende necessaria una ridefinizione della proprietà intellettuale.

Nell’era della messa in discussione del copyright, la conoscenza assume un valore nuovo, e in una società dove si innescano tali dinamiche i contenuti devono essere accessibili a tutti.

Ridisegnare le leggi che regolano i flussi di informazioni, con una nuova economia dello sharing, diventa necessario; e nel corso dell’edizione 2008 del festival Ars Electronica, celebre manifestazione di arte e cultura digitale di Linz, città austriaca che si prepara a diventare nel 2009 capitale europea della cultura, sin dal titolo della manifestazione “A New Cultural Economy – The Limits of Intellectual Property”, si è cercato di delineare alcuni dei possibili tratti di base di una nuova società basata sulla conoscenza.

Il curatore dei simposi di quest’anno è stato Joichi Ito, studioso delle nuove tecnologie e manager brillante della new economy. Ito, co-fondatore di Creative Commons, fondatore della società di venture capital Neoteny, vice presidente della divisione International Business and Mobile Devices della Technorati e molto altro, è una figura controversa i cui progetti stanno sicuramente influenzando le sorti di Internet.

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Nel corso degli incontri in programma per il festival, Joichi Ito ha parlato di temi relativi alla proprietà intellettuale, evidenziando l’attuale diffusione di una generazione di users creativa, le cui caratteristiche richiamano i fondamenti della “cultura di Internet”: cioè la tendenza all’autoespressione, alla condivisione dei contenuti, all’azione collettiva; fenomeni questi che ancora sfuggono alla comprensione del marketing tradizionale.

Sussiste di base un problema pratico che riguarda la formulazione di regole che governino queste nuove realtà, e secondo Ito l’industria culturale invece di continuare a ribadire l’importanza della tutela del copyright, limitando la libera circolazione della conoscenza, dovrebbe cercare di adattare le proprie leggi all’innovazione culturale, sociale, e tecnologica che stiamo vivendo.

Ito incoraggia quindi un dialogo con le nuove realtà, che possa portare a comprenderne i meccanismi interni spontanei, che si manifestano per esempio all’interno del circuiti dei blog e di altri tipi di comunità online, secondo nozioni totalmente differenti di proprietà.

Oltre i simposi, come ogni anno Ars Electronica ha avuto in programma una serie di eventi: mostre, concerti e performance, in diverse location della città. Presso OK Center for Contemporary Art si è tenuta la consueta mostra che ospita una selezione dei progetti artistici più interessanti del panorama internazionale delle CyberArts, assieme ad alcuni dei progetti vincitori del Prix Ars Electronica, concorso articolato in più categorie che prevede l’assegnazione di sei Golden Nicas.

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Fra le opere in mostra “Image Fulgurator” di Julius von Bismarck , ha vinto il Golden Nica nella categoria Interactive Art. Esso è un dispositivo che può venire utilizzato in qualunque situazione in cui ci sia nelle vicinanze una macchina fotografica che utilizzi il flash. Il Fulgurator interviene esattamente nel momento in cui viene scattata una foto, senza che il fotografo abbia modo di accorgersene, e produce una modifica visibile sull’immagine solo a posteriori, dopo che la foto è stata scattata. Il dispositivo agisce grazie ad un sensore che registra e reagisce ai flash delle macchine fotografiche presenti nelle sue vicinanze, e proietta un’immagine su un soggetto esattamente nel momento nel quale qualcun altro lo sta fotografando.

L’intervento non dà nell’occhio perché impiega solo pochi millisecondi, e inoltre il Fulgurator come apparecchio non si nota, presentandosi come una comune macchina reflex, ma che in realtà opera secondo un processo inverso rispetto a una macchina fotografica tradizionale. Nel Fulgurator viene infatti caricato un rullino già esposto, le cui immagini vengono proiettate su qualunque oggetto verso il quale l’apparecchio sia puntato.

La proiezione risulta sincronizzata nell’esatto momento in cui scattano le altre macchine presenti, e la manipolazione ha effetto su ogni foto scattata da altri. Von Bismarck sottolinea che l’intervento di tale dispositivo è particolarmente d’effetto, se messo in atto in location dal forte potere simbolico, come luoghi sacri o popolari, o luoghi che possiedono una connotazione politica. In un video esposto alla mostra, l’artista ha per esempio proiettato una colomba bianca sulla foto di Mao, in piazza Tienanmen..

Uno dei motivi che l’hanno spinto a sviluppare questo progetto è la grande fiducia che la gente dimostra nei confronti delle proprie riproduzioni fotografiche, suggerendo egli che una macchina fotografica può venire usata come strumento di memoria personale, solo fino a quando le persone non cominciano a dubitare della veridicità verità delle loro proprie fotografie.

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Un’altra opera interessante è “Touched echo”, che si è guadagnata una menzione onoraria sempre nella categoria di Interactive Art. Touched echo è un’installazione site specific, progettata dall’artista Markus Kison per la Brühlsche Terrasse , celebre terrazza situata sopra le mura della città di Dresda. L’intervento è visivamente poco invasivo rispetto allo spazio pubblico che lo ospita, ma sicuramente ha un forte impatto emotivo sullo spettatore.

Il progetto vuole narrare una storia riguarda questo luogo, e per raccontarla riporta lo spettatore indietro nel tempo, alla terribile notte fra il 13 e il 14 febbraio 1945. Dresda è città tristemente nota infatti per aver subito durante quella notte uno dei più devastanti, quanto ingiustificati, bombardamenti della storia dell’umanità: il raid aereo durò 14 ore e tutto il centro della città in quell’occasione andò bruciato.

Un’icona posizionata sulla balaustra suggerisce all’utente la modalità di interazione. Seguendo l’indicazione si è invitati ad assumere una specifica postura, con i gomiti appoggiati alla balaustra e le mani a tappare le orecchie, in una posizione molto simile a quella che dovevano aver avuto i cittadini di Dresda quella notte, mentre osservavano impotenti la distruzione della propria città, con le mani che coprivano le orecchie per il fragore dei bombardamenti. Ed ecco che in quella posizione l’utente comincia a udire prima piano, come in lontananza, e poi via via sempre più forte, il rumore dei motori degli aerei e delle esplosioni.

I rumori sono prodotti da quattro conduttori di suono integrati nella balaustra, e vengono trasmessi attraverso le braccia, dalla balaustra direttamente all’orecchio interno, sfruttando la conduzione ossea che consente di trasferire le vibrazioni sonore attraverso le ossa anziché via “etere”. Questi rumori non possono essere uditi da nessun altro che non si trovi nella medesima posizione. Gli utenti si trovano quindi a rivivere in qualche modo i terribili momenti di quella notte, diventando essi stessi testimoni dell’accaduto.

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Passando ad un’altra opera in mostra, “Pollstream” di Helen Evans ed Heiko Hansen (HEHE) ha vinto il Golden Nica nella categoria Hybrid Art, e consiste in una serie di progetti, ideati dal 2002 a oggi, che cercano di rendere visibili varie emissioni di fumo generate dall’uomo, come per esempio i gas di scarico di ciminiere industriali.

L’interesse del duo per questo tipo di forme deriva dalle loro intrinseche proprietà fisiche, il movimento delle “nuvole” è cangiante e indefinito, ma anche per la possibilità che esse offrono di coinvolgere un grande numero di persone, con la possibilità di creare una consapevolezza ambientale diffusa.

Pollstream prevede per il suo sviluppo la collaborazione con molti partner diversi, provenienti dai campi della fisica, della scienza, dell’ingegneria, ma anche con organizzazioni che monitorano la qualità dell’aria, e attivisti ambientali. Attraverso un numero di progetti realizzati e non, le emissioni gassose sono state usate come metafora visiva per estetizzare produzioni spesso nocive; dimostrando come l’arte può essere anche utilizzata per scopi informativi ed educativi da un punto di vista ecologico.

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Quattro erano i progetti della serie esposti, e fra questi di particolare interesse è stato Nuage Vert, presente in mostra sotto forma di documentazione fotografica vista la sua natura performativa. Nuage Vert è un’azione che è stata messa in atto a Helsinki, in una performance della durata di una settimana, nel febbraio 2008.

In quell’occasione una nuvola laser verde veniva proiettata direttamente sulle emissioni di una centrale elettrica, ed era usata per visualizzare il consumo locale di energia. Agli abitanti nei dintorni della città era stato chiesto di partecipare abbassando il loro consumo di energia entro un dato lasso di tempo, con la conseguenza che minore fosse l’energia consumata, maggiore sarebbe stata l’entità della proiezione.

Un altro progetto della serie Pollstream, sempre presentato in fotografia, è Champs d’Ozon: una nuvola cromatica, commissionata dal Centro Pompidou di Parigi per la mostra “Airs de Paris”, installata al sesto piano del Centro. La nuvola sintetica che volava sui cieli parigini, reagiva alle misurazioni delle tossine provenienti dalle stazioni locali di monitoraggio dell’aria.

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A parte la seguitissima mostra presso l’OK Centrum, nel corso del festival diversi eventi hanno particolarmente incuriosito gli spettatori. Una performance live molto attesa, e che ha vinto un Award of distinction nella categoria Hybrid Art, è stata “Bleu Remix” del ballerino di danza contemporanea Yann Marussich .

Bleu Remix è il sequel di Bleu Provisoire, la sua prima performance in totale stasi, del 2001. Da allora egli ha sviluppato il suo lavoro attorno all’introspezione e all’autocontrollo, mettendo il suo corpo a confronto con stimoli diversi, spesso violenti. E proprio da questo concetto parte la poetica di Marussich, dal contrasto fra il corpo messo alla prova e l’assoluta impassibilità dell’essere. Il suo è un lavoro sicuramente molto vicino alla Body Art.

In quasi un’ora di performance, accompagnata da un soundscape di Andreas Kurz, l’artista immobile, chiuso in una teca di vetro, cola liquido blu dal naso e dalla bocca, e trasuda liquido blu dai pori della pelle, fino ad essere totalmente coperto dalle proprie cromaticamente innaturali secrezioni.

Marussich in questo modo, proiettando l’interiore sull’esteriore, rende percepibili i movimenti invisibili che portano dall’inconscio al conscio, dando vita a un live ipnotizzante privo di narrazione, che è in grado di scuotere i sensi nella sua immobilità scultorea. Sembra un’allucinazione.

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Altra interessante performance live è stata quella di Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand (Portablepalace) che con “10000 Peacock Feathers in Foaming Acid”, usano la luce laser per esplorare la superficie di grappoli di bolle di sapone, che si aggregano e si dissolvono. Il raggio laser, a differenza della luce normale, è in grado di insinuarsi attraverso le micro e nano strutture della membrana delle bolle, e quando questa luce viene puntata con una specifico angolazione, essa è in grado di generare una proiezione su larga scala di flussi ionici che normalmente sono invisibili.

Durante questa performance è possibile constatare come il laser da solo, senza l’utilizzo di un microscopio o di qualunque altro dispositivo di ingrandimento, permetta un enorme salto di scala, evocando le dinamiche delle cellule viventi attraverso la semplice osservazione dei comportamenti delle bolle di sapone. L’ambiente sonoro che accompagna questi movimenti, è stato creato da Bas van Koolwijk.

Tecnicamente questa installazione performativa funziona in maniera affine al “Buran’” di Leon Theremin. Il Buran è un dispositivo sviluppato nel 1945 per il KGB, che consiste in uno scanner a microonde in grado di rilevare vibrazioni acustiche sulla superficie dei vetri delle finestre, e che veniva impiegato a Mosca per la sorveglianza delle ambasciate di Stati Uniti, Gran Bretagna, e Francia. In 10000 Peacock Feathers però, invece di impiegare un raggio a microonde, viene utilizzato un raggio laser, non ancora impiegato nel 1945, poiché esso si dimostra uno strumento molto più accurato per questo tipo di applicazione.

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Rispetto alle precedenti edizioni c’è stato quest’anno un cambiamento per quanto riguarda la consueta mostra del “featured artist” di Ars Electronica, che ha luogo presso il Lentos Museum of Modern Art. In questa edizione anziché il lavoro di un singolo artista è stata presentata una selezione di opere di una “featured art scene”.

La mostra intitolata “Ecology of techno mind” ha offerto una panoramica sul lavoro di un gruppo di artisti, in gran parte provenienti dalla Slovenia ma non solo, legati alla Galleria Kapelica di Ljubiana; la selezione di opere comprendeva una serie di progetti molto diversi fra loro, che spaziava dalla bio art, alla robotica, alle azioni performative.

Fra i vari lavori esposti, era presentato sotto forma di documentazione “Noordung Kosmokinetik Cabinet” di Dragan Zivadinov , regista sloveno che a fine anni Ottanta ha dato vita a questo progetto di teatro “a gravità zero”, che si sviluppa in diverse tappe nel corso di cinquant’anni. Attualmente Zivadinov si trova alla seconda tappa del suo lungo percorso: lo scorso 20 aprile, nel centro di addestramento per cosmonauti Yuri Gagarin di Star City, vicino Mosca, sedici attori hanno messo in scena la prima replica del primo spettacolo. Altre quattro repliche sono previste ogni dieci anni, fino al 20 aprile 2045. Se in quest’arco di tempo qualche attore morirà, esso verrà sostituito nella replica successiva da un simbolo meccanico. Nel 2045, il regista si ripromette di raccogliere i sedici simboli meccanici e di portarli con sé nello spazio, dove verranno liberati come satelliti stazionanti nell’orbita terrestre.

Il Noordung Kosmokinetik Cabinet deve il suo nome a Herman Potocnik Noordung, ex ufficiale sloveno dell’esercito austriaco, che nel 1929 calcolò l’orbita dei satelliti geostazionari e progettò la prima stazione spaziale.

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Un altro lavoro, esposto in una serie di fotografie, è “BIOplay: Bacteria Cultures” , che fa parte di un progetto più ampio, dal titolo InsideOut: Laboratory Ecologies, di Jennifer Willet . La Willet è artista, ricercatrice, e co-fondatrice di Bioteknica, un collettivo di artisti che lavorano in un’ottica interdisciplinare fra arte e scienze biologiche .

InsideOut: Laboratory Ecologies consiste in una serie di progetti e ricerche, relativi alla nozione di “ecologia di laboratorio” e alla contaminazione di sistemi chiusi. Performance, installazioni, foto, e scritti teorici realizzati dalla Willet per questo lavoro, mirano a riconnettere l’ecologia chiusa del laboratorio con l’ambiente esterno, attraverso una serie di interventi, che mettendo in connessione il corpo dello scienziato con i campioni presenti nel laboratorio, e che modificano gli equilibri esistenti in quest’ambiente chiuso.

Fra gli altri progetti esposti c’erano inoltre le documentazioni di “Brainscore” e “Brainloop” di Janez Jansa. L’artista sloveno con Brainscore aveva creato una piattaforma performativa nella quale due operatori interagivano in un ambiente virtuale gestendo un flusso di informazioni e comandi attraverso tecnologie di neurofeedback ed un sistema di eye-tracking. In Brainloop invece, Jansa, attraverso un’interfaccia cervello-computer (BCI system) faceva in modo che un soggetto operasse su dispositivi elettronici, attraverso la semplice immaginazione del movimento dei propri arti. Il soggetto era in grado di viaggiare attraverso vari paesaggi in Google Earth, selezionando locazioni e cambiando l’angolazione della camera, semplicemente attraverso l’immaginazione motoria dei propri arti.

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Come ogni anno dal 2002, Ars Electronica ha invitato un’università a presentare i lavori dei propri studenti in una mostra presso la University of Art di Linz, e per questa edizione sono stati esposti una serie di progetti sviluppati all’interno della University of Tokyo.

La mostra dal titolo “Hybrid Ego” aveva senz’altro un taglio diverso rispetto alle esposizioni degli anni passati, forse anche per il fatto che la University of Tokyo è la prima scuola ospitata a non essere un’accademia d’arte, ma una facoltà di scienze e di ingegneria. L’approccio di questi studenti alle nuove tecnologie non è stato quindi, come in passato, secondo uno sguardo artistico e poetico, quanto invece secondo un’ottica di realizzazione di dispositivi high-tech tanto sofisticati quanto spesso sterili e poveri di contenuti.

Fra le opere di qualche interesse, “Ephemeral melody” di Risa Suzuki , Taro Suzuki , Seiichi Ariga , Makoto Lida e Chuichi Arakawa, è uno strumento musicale non convenzionale che utilizza le bolle di sapone. Azionando una manovella posta sul dispositivo, ci si potrebbe aspettare che scaturiscano suoni da una serie di sottili tubi di rame; e invece vengono prodotte bolle di sapone, che producono suoni solo nel momento in cui vanno a collidere con i tubicini, scoppiando. Tramite questo bizzarro strumento è possibile ascoltare melodie irripetibili, o secondo la definizione degli artisti stessi “once-in-a-lifetime music”.

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Nel suo complesso, questa edizione di Ars Electronica, se confrontata con quelle degli ultimi anni, è apparsa sotto tono. Anche se sicuramente presso l’OK Centrum sono stati esposti diversi progetti di valore, la mostra è sembrata meno curata del solito; forse anche per qualche scelta infelice nell’allestimento, come il presentare troppe opere, interattive e non, esclusivamente attraverso documentazioni fotografiche e video, oppure il decidere di esporre alcuni progetti in posizioni improbabili, tipo sulle scale secondarie dell’edificio.

Inoltre una scarsa varietà tematica offerta nel corso delle conferenze, la quasi assenza di grandi progetti a scala urbana sul territorio cittadino, e in generale una minore affluenza di pubblico, portano a farsi alcune domande riguardo al futuro del festival.

C’è da chiedersi se la città stia immagazzinando tutte le sue energie (e risorse), in vista dell’anno a venire, il 2009 che la vedrà capitale europea della cultura; o se non siamo invece arrivati a una vera e propria fase di declino della grande manifestazione austriaca, che rischia di perdere la sua unicità nel fiorire di eventi dislocati su tutto il territorio europeo e oltre. 


www.aec.at

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