A Santarcangelo, sede del più importante e storico festival del teatro di ricerca, un tempo solo Festival del teatro di piazza, c’eravamo. Anche (e soprattutto) in quest’edizione precaria, priva di direzione artistica per la prima volta nella sua lunga storia. Dobbiamo registrare così la bella resistenza dei teatranti, quelli della ormai celebre e storica “generazione Novanta” (Teatrino clandestino, Fanny & Alexander, Motus) ma anche quelli della “generazione 80” (in primis Socìetas e Le albe).

La clamorosa ritirata dalla direzione artistica di Oliver Bouin infatti, eletto due anni fa con un discutibile bando e che ha disatteso le aspettative e prima ancora, l’uscita di scena volontaria di Paolo Ruffini (vicedirettore), ha lasciato il Festival a poche settimane prima dell’inizio, in uno stato di impasse, a rischio annullamento: una parte della programmazione era già stata fatta all’epoca delle doppie dimissioni ma mancava il coordinamento generale, la direzione organizzativa e tecnica e soprattutto a quel punto bisognava intervenire tempestivamente per capire che fare del festival, quali le strategie di rilancio, quali i criteri per la scelta di una nuova direzione.

Il sindaco di Longiano, Sandro Pascucci eletto presidente del CDA di Santarcangelo si è preso sulle spalle assai coraggiosamente il fardello della direzione: in questa situazione di transitorietà ha cercato egregiamente di coinvolgere il territorio e soprattutto di non far venire meno la presenza affettiva e di supporto del Festival a gruppi teatrali che stavano lavorando da mesi a progetti di produzione e coproduzione per Santarcangelo. E Pascucci è stato un eccellente padrone di casa, ben voluto dagli artisti e dagli intellettuali, dai critici e dai giornalisti accorsi mai così numerosi da tutt’Italia a soccorrere un monumento dell’avanguardia teatrale italiana quale è Santarcangelo. Tutto questo in un’edizione in cui si rievocava il 1978, annata storica e terzoteatrista di Santarcangelo con la direzione di Roberto Bacci.

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La tenace operazione di resistenza sul campo da parte dei gruppi ha avuto come primo effetto quello di far schierare dalla loro parte dunque, i giornalisti che si sono prestati a intervenire in una forma insolita di “urlo” contro le logiche delle istituzioni e delle pastoie burocratiche, quelle che avrebbero decretato una fine ingloriosa a Santarcangelo.

In una sezione denominata “Potere senza Potere” e ribattezzata con tono divertito “rilascio lento” prima di ogni spettacolo nelle due settimane di programmazione veniva aperto il microfono e critici di fama o artisti davano una loro personale opinione sul che fare di un Festival, sul suo senso, e su come lavorare per una nuova direzione artistica. La voce dei critici, la loro presenza ha influenzato più di quanto non ci si potesse immaginare questa edizione. E’ stato anche il loro Festival in qualche modo.

Oliviero Ponte di Pino prima dello spettacolo del Teatrino clandestino “Candide”, affermava che nell’Italia festivaliera, quella delle kermesse di scienza, matematica, arte, mente, Santarcangelo dovrebbe ospitare al suo interno un Festival delle “libertà”…. E polemicamente sosteneva che poiché si assottiglia sempre più l’ammontare del budget per i festival veri, importanti come Santarcangelo, arrivati in alcuni casi a tagli del 70%, bisognerebbe avere il coraggio di chiudere quelli inutili, “almeno uno su 5, sarebbe già un risultato”. Roberto Latini nel suo rilascio lento a Piazza Ganganelli affermava invece come non ci sia più bisogno di una direzione intesa nel vecchio senso della parola, cioè un potere concentrato nella mani di un uomo solo che decide motu proprio, le sorti di un Festival. La collettivizzazione delle funzioni direzionali come alternativa al potere accentratore certo è una bella utopia che viene da lontano, non so quanto realizzabile per un Festival teatrale. Si apre un bel dibattito esteso alla grande rete web con una diretta radio, Santarcangelo è così on line da Piazza Ganganelli grazie all’attivissimo gruppo che si firma Altre velocità e che segue da vicino i più importanti Festival di ricerca. Certo, viene da dire, che guerra puoi fare con questi mezzi tecnologici se confrontati con certi colossi mediatici! Eppure anche questa è resistenza.

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In questa situazione, a che serve l’avanguardia, chiedeva polemicamente Ponte di Pino all’incontro pubblico santarcangiolese, quando la cultura alternativa che noi seguiamo, sosteniamo e rappresentiamo si sta avviando a diventare sempre più quella di una minoranza silenziosa, di una nicchia intellettuale autoreferenziale? Quando Festival “festivi” ospitano spettacoli che non potranno mai vedere la luce dei grandi palcoscenici nei periodi “feriali”, quando le produzioni nascono e muoiono nel giro di pochi mesi, quando i teatri cittadini stentano a trovare il loro pubblico, quando i direttori hanno obiettivi incentrati ormai quasi esclusivamente sulla quantità di biglietti venduti, quando l’economia di mercato è diventata la regola, visto poi che il sistema continua a perpetuare metodi discutibili per l’assegnazione di fondi e direzioni artistiche, che certi privilegi e certi privilegiati restano tali, considerato che osserviamo impotenti al fatto che l’uguaglianza di opportunità non è mai contemplata. Il principio è passato e dunque è evidente che occorrono nuovi modelli di riferimento.

Da domani bisognerà cercare di capire, rimboccarsi le maniche, salvare il salvabile e affrontare di petto al questione della memoria del Festival ma anche del suo senso attuale. Gira voce che un’ipotesi possibile potrebbe essere quella di affidare la direzione ai gruppi principali anno per anno, a rotazione: ma basterà un anno per avviare un serio progetto di festival? Ne dubitiamo fortemente, così come dubitiamo che un gruppo possa essere super partes nella scelta dei lavori e delle compagnie da ospitare; personalmente credo ancora nella figura del direttore con le giuste competenze, con un’esperienza magari più da critico militante e organizzatore che non da teatrante per sfuggire alle ovvie tentazioni del conflitto di interesse. Certamente dovrebbe essere una figura che accetta di conoscere realtà esterne e nuove, avviare ponti di collaborazioni con festival internazionali, garantire continuità e vita agli spettacoli selezionati al di là e oltre il Festival. L’impegno riguarda anche la visibilità delle produzioni nelle residenze nelle aree limitrofe di immediato coinvolgimento territoriale, da Ravenna a Mondaino a un’ora da Santarcangelo. Certo, si tratta di isole felici che hanno pochi eguali in Italia: residenze lunghe, disponibilità economica per le compagnie, foresteria e ogni genere di appoggio logistico e tecnico.

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L’Arboreto di Mondaino che ha un suggestivo teatro nel bosco costruito apposta per questo progetto, è stato determinante nella costituzione di nuove realtà teatrali nazionali. Cresciuto in maniera esponenziale in questi anni quanto a offerta di laboratori, residenze e proposte di programmazione,il teatro dell’Arboreto di Mondaino nasce su espressa volontà e passione di Fabio Biondi, un direttore davvero impegnato in prima linea ad affrontare con passione la questione delle co-produzioni, della formazione continuata, delle collaborazioni territoriali ed extraterritoriali. Personalmente è la persona che vedrei meglio come direttore di Santarcangelo. La presenza di giornate di incontro, dibattiti (tra cui quella sulle residenze moderata con straordinaria bravura da Piersandra Di Matteo di Art’ò) e tavole rotonde ha ampliato l’offerta di questo festival di “transizione”. L’incontro sulle residenze ha messo in luce un bel modello di ospitalità produttiva e di condivisione artistica tra Longiano, Mondaino, Santarcangelo: “React! che sostiene Aksè” coordinato dal gruppo Nanou e “Emerald City” dei Fanny & Alexander.

Al di là del giudizio sulle singole produzioni presentate al Festival, abbiamo riscontrato un pubblico numeroso e partecipe, una piazza ritrovata che ha cantato con Gianni Casali le canzoni dell’impegno e del Sessantotto. Uno spettacolo quello di Casali privo di retorica derivato da una intelligente reinterpretazione in chiave di teatro-canzone del libro di Mario Capanna “Formidabili quegli anni” arricchito con le canzoni di Boris Vian, Giorgio Gaber, Fossati. Nei due giorni della mia presenza al Festival di Santarcangelo Motus, Teatrino clandestino, Mk e Simona Bertozzi, Pathosformel, Ooffouro sono i gruppi che hanno riscosso maggior successo.

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Ma tutto il programma a dispetto della precarietà della situazione, era di grande interesse, con i Fanny & Alexander che debuttavano con un nuovo lavoro, i Kinkaleri, Paola Bianchi, con le videoinstallazioni di Carloni e Franceschetti e con le sculture della Mutoid Waste Company.

Segnaliamo la continuità di Motus nel lavoro di creazione teatro-filmica ICS, una lacerante storia di rabbia generazionale che è anche l’urlo non solo simbolico di questo Festival, orfano di direttore ma non di idee, di vitalità e di energia positiva. Lunga vita al Festival!. 

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