Lo sfasamento tra piano reale e illusione, tra abitudini percettive e un nuovo modo di guardare attraverso la macchina. Un passo falso che interrompe il ritmo normale di percezione e lascia intravedere altre possibili ri-costruzioni di ciò che vediamo. Un altalenare giocoso tra questi due piani è la traccia che lega il lavoro di Julien Maire, artista francese trapiantato a Berlino, che attraverso performance e installazioni, apparentemente molto diverse tra loro, crea momenti e spazi di compressione, sovrapposizione e illusione percettiva.

Piccole sezioni spazio temporali nelle quali decompone la visione ottica e la sua interpretazione. Piccole, perch’è il formato ridotto, sia temporale che spaziale, è utile all’artista per isolare il gioco creato e indurre nello spettatore una fruizione intima, un’osservazione che annulli la distanza tra l’evento artistico e lo inserisca il più possibile nella percezione abituale, per smontarla dall’interno.

In alcune performance la sorpresa e la manomissione del reale è diretta, semplice, e per questo ancor più sorprendente. Come nella performance “Digit”, presente anche all’ultima edizione di Trasmediale e Sonic Acts, scarna nel mostrare una situazione fin troppo banale, un uomo, l’artista, che scrive seduto al suo banchetto tra il pubblico, ma magica nel celare il trucco grazie al quale il dito nudo scorre sul foglio lasciando tracce di inchiostro al semplice tocco. In altri lavori è l’illusione stessa ad essere decostruita, quella creata dal medium, inteso come struttura e meccanismo di costruzione di realtà, metabolizzato ormai inconsapevolmente nei nostri meccanismi abituali di visione, una delle realtà che quotidianamente esperiamo.

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Julien Maire guarda al medium con lo stesso approccio dada con il quale guarda al reale, smonta, decostruisce il funzionamento della percezione come quello della macchina. Nel caso del medium cerca macchine, quasi sempre analogiche, perchè gli permettono di poter agire artigianalmente sul proprio funzionamento.

Come nel live cinema del bellissimo lavoro “Demi-Pas”, una ricostruzione del flusso narrativo di un breve film costruito attraverso la sequenza di diapositive meccaniche composte dall’artista come piccoli teatrini trasparenti sovrapposti. L’illusione del movimento cinematografico nasce non dallo scorrimento di moduli fissi orizzontali, come nella pellicola, bensì da singoli moduli che celano in essi stessi il movimento attivato in tempo reale dall’artista. Mentre il piano spaziale, instaura un’altra illusione, quella della profondità di campo, una tridimensionalità fittizia, prodotta dalla sovrapposizione di livelli compressi e bidimensionali.

Infine in installazioni come “Exploding Camera” e “Low resolution cinema“, Juliene Maire non si limita a smontare e ricostruite ma letteralmente disseziona e amputa strumenti di uso abituale, e propone allo spettatore questa anatomia della macchina per spingerlo a cercarne un nuovo funzionamento, non crea il medium ma attua quel processo che Rosalid Krauss (teorico e autore del seminale “Reinvetare il medium” edito in Italia da Bruno Mondadori, co-fondatore e co-direttore della rivista October, veterana di Artforum negli anni 60 e 70) definisce come “re-invenzione” del mezzo.

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Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Julien, quale è il tuo background artistico e culturale? E quale la tradizione artistica alla quale fai riferimento?

Julien Maire: Ho iniziato i miei studi facendo una scuola d’arte classica, conclusa nel 1995, non legata all’ambiente dei nuovi media ma più legata a discipline come la pittura, la scultura, ecc…un scuola piccola, a Metz, in cui c’era molta libertà per sviluppare le proprie idee e progetti. All’inizio ero focalizzato sul concetto e sull’idea della prospettiva, come cioè rappresentare il mondo in 3 dimensioni in modalità a 2 dimensioni. Un’idea semplice ma molto importante per me: come comprimere e riprodurre il mondo reale in un altro modo, con un altro sistema bidimensionale. Sono quindi partito nella mia ricerca con il disegno e la scultura, per poi passare velocemente alla meccanica e infine alla sua integrazione con i computer.

Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Come lavori sulle tue macchine? Sia il “Low resolution cinema” che in “Exploding camera” che in “Demi-Pas”, c’è un’attenzione maniacale alla costruzione dei tuoi apparati. Dove hai imparato e come nasce una nuova idea, come ci lavori sopra?

Julien Maire: Ho imparato tutto quello che so semplicemente rompendo le macchine e gli strumenti meccanici che poi utilizzo. Ho iniziato a lavorare con i meccanismi e l’elettronica circa 10 anni fa e ho imparato tutto guardando dentro le macchine e i vari pezzi di ricambio e cercando principalmente di capirne il funzionamento. Le tecnologie moderne sono molto complesse e difficilmente comprensibili, a differenze di quelle meccaniche che si possono comprendere e replicare e modificare. Io lavoro in maniera analoga a quello che faceva Leonardo da Vinci, quando per disegnare al meglio l’interno del corpo umano aveva semplicemente bisogno di guardarci dentro per capire come era fatto. Nascono molte idee su come lavorare, nel momento in cui comprendo il funzionamento profondo di una macchina.

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Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Quando comprendi che un determinato meccanismo è importante per te? O meglio, nasce prima l’idea e dopo di che cerchi una modalità per realizzarla, oppure comprendi la potenzialità di un sistema e a quel punto nasce in te un’eventuale idea di utilizzo?

Julien Maire: Dipende. A volte nascono in me delle idee completamente per caso e cerco quindi un modo per realizzarle, a volte in modo efficace altre volte no. E’ un po’ lo stesso approccio del cinema sperimentale, anche se io sono molto più interessato a produrre un vero e proprio film, magari con tecniche sperimentali, che sperimentare con varie tecniche per vedere se l’effetto finale è interessante o meno. A me piace controllare le cose, essere sicuro che una cosa accade perché io lo voglio, lavorando ovviamente in modo sperimentale: è un processo che richiede molto lavoro e può essere anche piuttosto frustante. Cerco costantemente modi diversi per fare le cose, tecniche differenti con le quali mi piace sperimentare. Se guardi alla quotidianità di Internet, molti artisti condividono oggi informazioni, aumentano le proprie competenze e skill su un determinato software: è un modo diverso di relazionarsi alle tecnologie. Io amo le componenti meccaniche, amo la dinamicità del approccio che esse richiedono

Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Quindi, come mai secondo te, alcuni artisti totalmente analogici e meccanici come te, sono invitati sempre più spesso all’interno di festival che parlano di media art in generale se non di arte digitale nello specifico?

Julien Maire: Perché principalmente provengo dal mondo dell’arte classica. Nella media art, molti protagonisti sono ex programmatori o tecnici che si ritrovano a trattare con il mondo dell’arte. Penso che questo possa essere un po’ un problema a volte, spesso lo senti nella presentazione di molte installazioni, tecnicamente perfette, complesse, che sono cool, ma non sono propriamente delle opere d’arte. Non comunicano questo.

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Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: L’idea di “magia” sembra essere molto importante nei tuoi lavori. Penso che per esempio “Digit” sia una delle più semplici ma al contempo soprendenti performance a cui ho assistito negli ultimi anni. Quale è la relazione per te tra la “magia” e le teorie di realtà aumentata, così come quelle del cinema sperimentale o dei trucchi dell’epoca del pre-cinema?

Julien Maire: Quando guardi un film in realtà esso è una sorta di illusione, una magia: si tratta di molte immagini in movimento che producono un effetto complessivo. Il cinema è illusione di per se, ed è interessante domandarsi come mai gli spettatori in una sala siano così profondamente coinvolte in questo processo bidimensionale, che in fondo non è la realtà ma la sua rappresentazione spesso irreale. Il cinema è un processo magico, secondo me, e la magia che sta alla base dell’illusione è ciò che mi ha ispirato da sempre. Qualche volta sono spaventato dalla parola “magia”, preferisco la parola “prestigio”, che fa riferimento a qualcosa di maggiormente meccanico, ottico, quasi manuale. In Demi-Pas al contempo tutto è però molto chiaro, non c’è illusione, trucco, tutto funziona nel modo in cui lo vedi. In “Digit” (o anche in Piece de Mennet), invece, la magia si crea solo se lo spettatore è presente fisicamente alla performance, perché si deve necessariamente creare una relazione tra me e il pubblico. Il mio scopo è quello di creare un gioco con lo spettatore, che deve guardare a me non tanto come un performer quanto come un’immagine, come un film, immerso nella realtà. In “Digit” uso una tracking camera e l’effetto è molto semplice, ma riesco a portare una determinata proprietà dell’immagine all’interno della realtà: e questa è l’illusione che creo

Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Il fattore sorpresa nello spettatore è quindi per te molto importante, così come la relazione con il pubblico, con lo spazio che ti circonda. Tu provochi il pubblico, modificando quello che loro percepiscono normalmente come realtà

Julien Maire: Dietro alla tua domanda c’è l’idea di interazione, ma la sola interazione che mi caratterizza è quella tra me e le mie macchine. Penso al contempo di amare molto l’idea in “Digit” che il pubblico sia così vicino a me, mi piace provocare la loro curiosità alla comprensione di un meccanismo piuttosto semplice e sottile, preciso, certo non eclatante. Penso che in futuro lavorerò ancora in questa direzione. Per me è una sorta di ricerca estetica, amo questo tipo di approccio.

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Photo by Marco Mancuso

Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Questa tensione si ritrova anche all’interno delle tue installazioni, che sembrano vive, e che consentono al pubblico di guardare dentro il meccanismo, capirne il funzionamento, il mondo in cui riesce rappresentare la realtà. Stiamo pensando a lavori come “Exploding camera” o “Low resolution cinema” per esempio

Julien Maire: Infatti questo è il motivo per cui non amo le registrazioni, ma tutto avviene sempre dal vivo, di fronte al pubblico presente, sia di fronte a un’installazione che in un live. In “Exploding camera” la stanza è completamente buia, e il pubblico è incuriosito e spinto a muoversi attorno all’installazione per comprenderne il meccanismo

Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Tu sei stato definito un archeologo dei media, ma secondo noi è da specificare che sei di un tipo speciale. Sei cioè di quel tipo di artisti che non sono solo in grado di replicare un media analogico, ma letteralmente di re-inventarlo, trovando nuove modalità di utilizzo. Secondo le teorie della Krauss, tu crei un nuovo uso di quel determinato media, rappresentando la realtà attraverso la decostruzione di un meccanismo conosciuto. Come ti rapporti a queste teorie, che spesso rimangono solo parole ma che nel tuo caso trovano applicazione pratica?

Juliene Maire: Personalmente sono molto interessato a mostrare una nuova realtà mediante un uso alternativo di un determinato media. Se vuoi rappresentare un film su un certo soggetto, devi sviluppare il tuo proprio medium che si adatti al meglio con quel soggetto. In “Demi-Pas”, per esempio, per raccontare la storia che racconto, uso un media specifico in modo particolare e sicuramente decostruito, allo scopo di sviluppare quella precisa idea e narrativa. “Exploding Camera” è un’opera perfetta in questo senso, è l’esempio ideale di questo discorso: in questo caso il film è ottenuto dall’esplosione di luci e da un uso alternativo e decostruito di un media conosciuto come la videocamera.

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Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: “Exploding Camera” ha un concept politico piuttosto forte, riproducendo gli orrori reali della guerra mediante un uso assolutamente alternativo e decostruito del medium tradizionale della videocamera. Pensiamo che questa sia un corto-circuito molto interessante…

Julien Maire: Ho avuto l’idea di “Exploding Camera” quasi 2 anni dopo gli eventi dell’11 Settembre. Ero piuttosto shockato dal fatto che la video camera avesse iniziato ad essere uno strumento primario per registrare eventi delittuosi e di morte, una vera trasformazione per un oggetto che amo tantissimo e che normalmente viene usato in modo artistico e interessante. Sono stato molto sorpreso dal fatto che pochissime persone abbiano parlato di questo tema. E’ molto importante quindi per me che il pubblico comprenda l’idea che sta dietro “Exploding Camera” e per questo motivo sto in genere molto attento a spiegare l’installazione, a dare informazioni anche se non amo tantissimo parlare dei miei lavori. Mi piace al contempo che il pubblico veda l’opera e poi magari ne comprenda l’idea portante anche molto tempo dopo, magari prendendo informazioni da Internet o da altre fonti

Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Consideri il concetto di illusionismo come una vera forma d’arte e non come semplice intrattenimento?

Julien Maire: In parte ho risposto prima. Io amo lavorare su piccola scala, in modo performativo, creando una relazione anche con una piccola audience, in un’atmosfera speciale. Amo lavorare su piccola scala, in posti piccoli, che contrastano con le fantasmagoriche atmosfere tipiche degli spettacoli di illusionismo. In questo senso sì, penso che l’illusionismo possa essere considerato come una forma d’arte.

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Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Come lavori sulla narrativa dei tuoi lavori, per esempio “Demi-Pas”? Costruisci cioè una storia sulla base dei meccanismi ottici che hai a disposizione, oppure costruisci ogni volta un sistema apposito per un passaggio speciali del tuo storyboard?

Julien Maire: In generale, amo costruire tutta una serie di processi meccanici che uso quando mi servono, anche se ovviamente posso sviluppare oggetti specifici che vengono usati in momenti precisi della storia che racconto. Ognuno dei moduli che vedi in Demi-Pas ha richiesto moltissimo tempo per essere realizzato, per poi alla fine usare una parte molto più piccola di quelli che ho effettivamente costruito. Alcuni di essi sono usati anche in un altro film (un lavoro non ancora finito, con un vero e proprio storyboard, dei dialoghi e una sceneggiatura) che si chiama “The Empty”, in cui vengono usate molte idee di Demi-Pas ma in modo più semplice…mi sto muovendo molto in questa direzione, nell’essere cioè via via sempre più focalizzato su precise meccaniche, per essere sempre più preciso, con sempre maggiore semplcità

Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Questa attenzione alla narrativa, si ripete anche nelle tue installazioni?

Julien Maire: Sì, in “Low Resolution Cinema” per esempio, la narrativa è sviluppata sull’idea della città di Berlino. Il progetto nacque in seguito a una residenza che feci qualche anno fa qui a Berlino, per una rappresentazione della città in contrasto con le immagini che normalmente i turisti catturano di essa. Ho quindi speso un anno a raccogliere fotografie e immagini: amo le vecchie fotografie, le colleziono e alcune le ho anche pagate molto, amo il loro essere a bassissima risoluzione. Lo schermo, nell’installazione, è diviso in due parti, c’è un orizzonte che divide l’inquadratura in due parti: per fare questo il videoproiettore è stato decostruito come accade in altri miei lavori. Ho lavorato quindi quasi come un fotografo, un pittore: decostruendo la potenzialità del sistema nel momento in cui ho tagliato la lente dell’LCD, ho operato in modo analogo al modo in cui i fotografi lavorano con cura sui loro negativi. La linea sull’LCD è presente fisicamente, come nel caso della pittura, consentendo una geometria astratta e minimale all’immagine finale, facilitata anche dall’utilizzo di una risoluzione bassissima che mi consente di aumentare la prospettiva della proiezione.

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Marco Mancuso e Claudia D’Alonzo: Come ti rapporti al suono e alla musica presente nei tuoi lavori? In alcuni di essi, essa sembra essere un aspetto secondario. In altri, è una presenza di commento quasi. Hai mai pensato di sviluppare un vero progetto audio-video con un musicista, come può essere per esempio Pierre Bastien che ha un approccio alla musica molto simile a quello che tu hai con le immagini?

Julien Maire: Penso di avere seri problemi con il suono, non ne so moltissimo. Al contempo per Demi-Pas ho chiesto a un altro regista di occuparsi del suono: mi piace che il suono non prevarichi l’immagine su cui bisogna concentrarsi, che sia quindi di commento alle immagini. In Demi-Pas ci sono appunto tracce di Pierre Chaffer, Pierre Bastien e molti altri. In Low Resolution Cinema invece, la musica è di un musicista giapponese che ha sviluppato un’interfaccia con Max Msp che genera il suono connesso con il movimento del proiettore. Sto pensando da tempo comunque a una performance legata a Low Resolution Cinema, così come ad alcune idee con il musicista Pierre Bastien, che è un caro amico, che sento molto vicino e con cui condivido un approccio sicuramente simile all’esperienza audiovisiva. Per ora abbiamo performato insieme una sola volta a Londra, quando ci siamo conosciuti, improvvisando: lui suonava la tromba su una mia proiezione, ma è chiaro che potremmo sicuramente sviluppare qualcosa di molto più complesso. Vedremo in futuro. 


http://julienmaire.ideenshop.net/

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