Geoff Cox è artista, professore ed organizzatore di eventi legati alla sperimentazione digitale nel Regno Unito. All’interno del suo percorso curatoriale per la Arnolfini – una organizzazione che si occupa di arte contemporanea - ha sviluppato un interessante progetto che ha come oggetto le intersezioni tra teoria critica dei social networks e la pratica critica del mondo dell’arte.

Già dal nome, “AntiSocial NotWorking”, si comprende infatti quanto il progetto miri a mettere in discussione due dei termini cardine dell’immaginario web 2.0: “social” e “networking”. All’interno del ricchissimo portale, alcuni dei progetti in Rete più interessanti degli ultimi anni: dal <$BlogTitle$> di Jodi a Amazon Noir e Google Will Eat Itself di Ubermorgen-Cirio-Ludovico, da logo_wiki di Wayne Clements a Blue Tube e Friendster Suicide di Cory Arcangel, da web2dizzaster di sumoto.iki a Fake is a Fake di Les Leins Invisibles.

Con Geoff Cox abbiamo parlato di come, al di là dei facili entusiasmi e della retorica dei social networks, sia urgente e necessario sviluppare una teoria critica delle reti sociali, e di come la pratica artistica contemporanea possa rivelarsi indispensabile per l’esplorazione di nuove forme di partecipazione, di attivismo e di democrazia in rete.

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Clemente Pestelli: ll titolo del progetto è controverso e allo stesso tempo affascinante. Puoi spiegare sinteticamente cosa intende suggerire “AntiSocial NotWorking”?

Geoff Cox: Sono contento tu trovi il titolo affascinante . E’ deliberatamente giocoso, un hack se vuoi, e proprio perché sembra contraddire se stesso con una doppia negazione. La prima negazione è semplice da spiegare: parlando di “antisociale”, è il pervasivo utilizzo del termine “sociale” ad essere messo al centro della questione. Ne parlo nelle note introduttive al progetto, per sviluppare una critica dell’apparente amicizia delle interazioni sociali attraverso le piattaforme del web 2.0, ma allo stesso tempo per segnare una linea di demarcazione con i tentativi di piattaforme di networking “antisociali” come Hatebook che, a mio modo di vedere, non sono sufficientemente dialettiche.

Il punto cruciale è che sottolineando l’amicizia ed evitando l’antagonismo, è la stessa politica a mancare. Ciò che viene evocato è anche l’indispensabile tradizione della negazione associato alla dialettica. Ad esempio, una “dialettica negativa” può suggerire un certo numero di cose ma forse soprattutto in questo contesto può fornire più di uno spunto di riflessione sulla soggettività e sulle strutture di comunicazione.

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L’influenza della comunicazione nella caratterizzazione contemporanea del lavoro ci introduce al secondo termine “notworking”. Questo è un gioco di parole piuttosto comune – “notworking” (ndr. “non funzionante”, ma anche “non operativo” o “che non lavora”) opposto a “networking” – e un buon modo per avviare una discussione sul lavoro non retribuito e su come il tempo del lavoro è sempre meno distinto dal tempo fuori dal lavoro, il non-lavoro. Il lavoro sulla rete è un chiaro esempio di questa tendenza, mentre uno degli aspetti più significativi dei social networks è il modo in cui gli utenti offrono volontariamente il loro tempo lavorativo – e la loro soggettività.

Mi piace il modo in cui si mette insieme tutto questo – “antisocial” e “notworking” – i significati si moltiplicano e divengono contraddittori. C’è un ulteriore aspetto di contraddizione e negazione anche in questo caso, forse, a evocare il concetto di “negazione della negazione” per comprendere il titolo non come un doppio negativo o una semplice inversione di una cosa con un altra, ma come un più profondo impegno in corso.

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Clemente Pestelli: Nelle tue “Notes in support of antisocial notworking” scrivi di come nel momento di ascesa dei social networks , le relazioni sociali siano state svuotate da ogni forma di antagonismo e quindi, in definitiva, da ogni forma di politica. Penso che l’analisi sia giusta. Ma se pensiamo alla prima fase del world wide web non possiamo non rimanere  impressionati dal fatto che proprio internet è stato il terreno privilegiato di sperimentazione politica sfruttato da movimenti e attivisti di tutto il mondo: un esempio su tutti è la “battaglia di Seattle” del ’99 e il ruolo di Indymedia. Oggi le piattaforme di comunicazione corporate come Google, Microsoft, Yahoo, permettono oggi di condividere e far circolare ancora più informazioni di allora, ma nonostante questo non riesco ad intravedere un approccio conflittuale altrettanto efficace. Cosa è successo secondo te? E’ qualcosa che dipende da una precisa strategia delle corporation globali o è qualcosa che ha a che fare con la salute dei movimenti?

Geoff Cox: Credo entrambi i motivi. Vorrei insistere però su come la produzione di relazioni sociali non antagoniste sia divenuta centrale per il controllo sociale. Nelle note cito Rossiter il quale sostiene che senza una identificazione dell’antagonismo la politica semplicemente non può esistere. Per quel che riguarda le culture delle reti questa è tanto una verità  tanto tecnica quanto sociale. Certamente non c’è nulla di nuovo in questo, e le precedenti iterazioni della rete sono pieni di esempi di tattiche antagoniste.

Riguardo la tua domanda principale, ovvero cosa è accaduto recentemente, non sono sicuro di essere qualificato per risponderti. Tuttavia ritengo che il problema sia come le contraddizioni siano evidenti in modo nuovo , e che le forme di organizzazione sono sempre più caratterizzate da strutture reticolari . Ci sono numerosi esempi di organizzazioni politiche strutturate a rete, che migliorano la condivisione aperta delle idee – come appunto Indymedia, che tu menzioni e come tutto ciò che è riferito alla “moltitudine” più in generale . Le forme di protesta contemporanea tendono a rifiutare strutture centralizzate per strutture maggiormente distribuite e collettive, ma questa tendenza ha effetti sia positivi sia negativi, entrambi in grado di liberare e di limitare future possibilità.

L’esempio di Facebook esemplifica questo punto, nel senso che da un lato dimostra le potenzialità dell’auto-organizzazione e allo stesso tempo l’impulso alla mercificazione dello scambio collettivo. Come sappiamo il capitale riesce a cogliere molto bene le tendenze emergenti. Gli autonomi parlano di “ciclo della lotta”, enfatizzando il fatto che la resistenza ha bisogno di trasformarsi parallelamente ai processi di recupero del capitalismo. Con una immagine efficace, Tronti desscrive come la ristrutturazione del capitale e la ricomposizione della resistenza “inseguano l’uno la coda dell’altro”. Alternative tattiche e strategiche necessitano di essere sviluppate in ogni momento e non penso ci sia una via al di fuori di questo ciclo ricorsivo. L’antagonismo è una parte fondamentale di quest’ultimo ma non sono sicuro di cercare esempi specifici sul web, credo sia meglio guardare altrove, più in generale ai modelli di produzione paritari.

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Clemente Pestelli: NotWorking, in antitesi con networking, è l’altro termine chiave del progetto. In particolare, sempre nelle note introduttive al progetto, fai riferimento al saggio di Tronti “La strategia del rifiuto” (1965).Che relazione esiste oggi tra lavoro e social networks nel momento in cui il tempo lavorativo è sempre meno distinto dal tempo non lavorativo? In che modo è possibile secondo te coniugare l’idea di “rifiuto del lavoro” alla dimensione totalizzante del web 2.0?

Geoff Cox: Come dici tu, la confusione su ciò che costituisce lavoro e non-lavoro sposta l’attenzione su cosa costituisce una azione efficace. Il rifiuto del lavoro è una riconosciuta tattica d’opposizione nel riconoscimento dello sfruttamento nei posti di lavoro. Ma è più difficile riuscire a vedere come avviene lo sfruttamento nell’ambito del non-lavoro, o come il non lavorare in sé possa essere produttivo. Rifiutare semplicemente di fare parte di una piattaforma di social network o rifiutare di inviare informazioni personali non è particolarmente efficace di per sé. Il punto, come ho provato a spiegare nelle note introduttive, è come pensare a “collettivi ben compattati” che possano essere coinvolti in forme di produzione che non siano però situazioni di sfruttamento. Per questo faccio riferimento oltre che a Tronti alla “Grammatica della Moltitudine” di Virno. Ciò di cui c’è bisogno sono strategie e tecniche per una migliore organizzazione fondata su principi differenti.

La produzione pari a pari offre un esempio dell’opportunità di esplorare i limiti della democrazia e di ripensarne le politiche. Penso sia un’interessante area di attività che sta acquisendo importanza sia come espressione di ” democrazia non rappresentativa ” sia come un sistema economico alternativo. Le reti sociali possiedono la potenzialità di trasformare le relazioni sociali per il bene comune ma solo se tenute all’interno dello spazio pubblico e fuori dalla proprietà privata.

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Clemente Pestelli: “AntiSocial Notworking” è una ricca repository di progetti che mostrano un punto di vista critico delle varie piattaforme di social networks e dei simboli del web 2.0. Cosa dobbiamo aspettarci dai lavori contenuti nel database? Un semplice punto di vista o magari qualche utile tecnica per una nuova resistenza creativa?

Geoff Cox: Il progetto è semplice in sé, confida di mettere assieme opere critiche nuove ed altre già esistenti in un corpo di pratiche che si discostano dal web 2.0 in quanto attacco alla produzione paritaria nel senso descritto prima. Sono presenti progetti conosciuti e meno conosciuti ma assieme dimostrano l’utilità delle pratica creativa dell’arte nell’interrogare le forme popolari – e potrei anche voler fare una distinzione qua tra popolare e populismo.

Le organizzazioni artistiche hanno adottato con entusiasmo la retorica del social networking ma la critica è molto meno sviluppata, almeno qua nel Regno Unito.  Il progetto ha provato a mettere assieme perlopiù pratiche appartenenti alla software culture per portarli all’attenzione del mondo dell’arte contemporanea – ricordo che ho prodotto questo progetto come parte del mio mandato curatoriale presso Arnolfini, una organizzazione di arte contemporanea che inizia solo ora ad occuparsi di Internet. Ma a parte questo, la tua domanda è posta per comprendere se le strategie di opposizione siano solamente oppositive piuttosto che trasformative. Questa è una delle questioni cruciali per tutti coloro che operano nell’ambito della pratica critica.

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Altrimenti la politica potrebbe semplicemente essere espressa come un tema di tendenza, come come si vede ogni volta nella pratica artistica contemporanea. La sfida sta nel capire come rendere l’arte in grado di trasformare la realtà o valutare se l’arte può avere un ruolo in tutto questo . Penso che il potenziale di trasformazione delle relazioni sociali è dimostrato nella dinamica sociale delle tecnologie di rete ma, come ho già detto, solo se certi principi vengono mantenuti. Inoltre penso che le attuali battaglie sulla condivisione di contenuti digitali come, ad esempio, quelle riguardanti il filesharing per o peer, siano di cruciale importanza ed è qua che la resistenza creativa si trova ben posizionata. Ulteriori progetti in cui sono coinvolto continueranno ad esplorare questo tema con lo spirito dell’antisocial notworking. 


http://project.arnolfini.org.uk/projects/2008/antisocial/

http://project.arnolfini.org.uk/projects/2008/antisocial/notes.php 

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