Separare il significante-immagine/suono dal suo significato immediato, sezionare e riassemblare unità minime per cercare inaspettate associazioni, imprevedibili dislocazioni semantiche. Sono questi i presupposti del lavoro di Rob Kennedy, artista scozzese affascinato dalle problematiche del linguaggio.

Il suo ultimo lavoro, Hapless, Helpless and Hopeless, è un video creato in collaborazione con il musicista Peter Dowling, realizzato assemblando estratti di clip pubblicitarie. Un esperimento per testare la possibilità di ridefinire i codici, le grammatiche che dominano i nostri mezzi d’espressione. Ecco dunque bambini urlanti nei loro pannolini, donne bellissime che scuotono capelli setosi, case da favola, panini a cinque strati… L’inventario standard della pubblicità ormai è parte integrante della nostra vita quotidiana – un flusso costante di clip da 30 secondi l’una che hanno un unico scopo: raccontarci una storiella per immagini in modo da farci comprare un prodotto. Li vediamo tutti i giorni, i nostri cervelli assorbono in continuazione questi piccoli ma potentissimi messaggi e ne registrano il significato. Ma cosa succederebbe se questi occhi, nasi, bocche urlanti e capelli boccolosi venissero mischiati, mandati in loop, bloccati in freeze frame, in un flusso ininterrotto di immagini? Se le parole e i suoni venissero dissociati dalle rispettive immagini e venissero incorporati in una colonna sonora?

Se il linguaggio è un sistema di simboli arbitrari organizzati secondo delle regole, cosa succede quando un artista prova a rimescolare le carte in tavola? Nonsense? Totale afasia? Oppure una nuova grammatica, una sintassi improvvisata che produce anch’essa una catena diversa ma pur sempre valida di significati? Quest’ultimo assunto è alla base del lavoro di Rob Kennedy, che attraverso svariate collaborazioni con sound-artists e compositori, continua a esplorare i limiti e le possibilità offerte dallo spostamento, il mixaggio, la manipolazione e la rielaborazione di messaggi, la ridefinizione dei codici in strutture “altre”, ma non per questo meno sensate delle consuetudini a cui siamo abituati (e assuefatti).

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Per la presentazione del suo video alla galleria Location One di New York, Rob Kennedy ha invitato l’artista americano Peter Rose, un “veterano” della decostruzione di significati, soprattutto verbali. Insieme, hanno alternato performance e video, smantellando le griglie della comunicazione standardizzata in un mix di parole, immagini e suoni. Al termine della presentazione, Rob Kennedy ci ha parlato del suo lavoro.

Monica Ponzini: Qual e’ stata l’ispirazione per questo lavoro? Perché hai deciso di usare materiali presi dalla pubblicità?

Rob Kennedy: E’ parte di un progetto in tre parti, che ho sviluppato con tre compositori diversi. I lavori volevano esplorare l’improvvisazione, realizzare con le immagini quello che i compositori fanno quando improvvisano con la musica o i suoni. Ho usato diversi prodotti o aspetti del linguaggio televisivo: la pubblicità, il “fictional drama inglese” e, più in generale, il rapporto tra lo spettatore umano e la televisione. Era un tentativo di esplorare le convenzioni del linguaggio televisivo, capire se si potesse usare questo materiale in maniera diversa, bypassare la “normale” dialettica televisiva – che ha un inizio, un mezzo e una fine – e il suo concentrarsi solo sul prodotto. L’idea era di usare questo linguaggio in un altro tipo di grammatica.

Monica Ponzini: E perché hai deciso di rivolgerti proprio alla televisione?

Rob Kennedy: E’ una struttura continua, invasiva, è presente nella vita di tutti e ha una familiarità per tutti, ma ha anche una sorta di densità, c’ è tanto dentro, ecco perché ci volevo lavorare….

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Monica Ponzini: Perché sei affascinato dal linguaggio e dalla sua rielaborazione?

Rob Kennedy: Mi interessa trovare altri modi di usare i materiali che ho a disposizione. Nel caso di questo lavoro, la televisione è costantemente presente nella mia vita, dunque mi sono chiesto se ci fosse un modo di prendere queste informazioni e riutilizzarle, rielaborarle in una lingua che io capisco un po’ meglio, in una maniera accettabile per me.

Monica Ponzini: A livello più generale, credi che stiamo andando verso una frammentazione del linguaggio, tramite la televisione e Internet?

Rob Kennedy: E’ frammentario fino a un certo punto. Per un altro verso, è fissato in una struttura più vasta, autorevole, fatta di strutture e convenzioni. Ma se ti avventuri fuori dalle convezioni , magari è possibile che succedano altre cose interessanti, non necessariamente prevedibili o scontate…

Monica Ponzini: Secondo te stiamo andando verso una cultura del remix, come asseriscono molti critici?

Rob Kennedy: Il remix è presente da parecchio. Io stesso non ho usato una videocamera per i miei lavori da 5 anni a questa parte. Ogni immagine che è possibile creare è già lì fuori. L’unica cosa che cambia e’ la relazione tra immagine e immagine, tra immagini e suoni, tra suoni e suoni, la possibilità di decostruirli e rimetterli insieme, cambiando il significato.

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Monica Ponzini: E cosa succede alla lingua in questo processo?

Rob Kennedy: La lingua – che sia un linguaggio letterario o un linguaggio di immagini – è una struttura, una convenzione usata per comunicare idee. E’ limitata in quello che può fare, eppure siamo dominati da queste convenzioni… ma se riesci ad uscirne, ci sono altre opportunità che altrimenti non si notano.


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