Che la società dei consumi, con i suoi lunghi tentacoli fatti di marketing, comunicazione e advertising, abbia spesso inghiottito pratiche controverse e rivoluzionarie, nate ai propri margini e risputandole fuori anni dopo come very cool attitudes, non è una novità.

Basti pensare alle numerose pubblicità che in questi anni presentano uomini e donne dalla dubbia e sfuggente sessualità, coprendoli di un alone di fascino, mistero, attrazione, erotismo. Chissà cosa penserebbe Urs Lüthi , controverso protagonista del travestitismo nell’arte performativa degli anni Settanta, sapendo che trent’anni dopo avrebbe potuto passare decine di volte al giorno in televisione con uno sguardo languido e un bel cocktail in mano. Si sa, la società cambia, i costumi evolvono e il marketing attende solo il momento giusto per sfoderare le sue armi migliori: avanzi di rivoluzioni artistiche e sociali ricondizionate, ovvero svuotate della loro carica sovversiva e rese semplicemente, innocuamente, “trendy mood”.

E’ successo così che il web 2.0 ha riscoperto e portato alla ribalta il “Do it yourself” dalle origini punk. Hey user, why don’t you do it yourself your web pages, your blog, your community, your web life? Non male come idea. La voglia di creatività, di personalizzazione e di individualismo è ormai lo psicomotore dei nostri tempi. Desiderio di emergere, paura di sparire nella massa.

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E’ così nella vita (cosiddetta) reale, rimane così anche in quella virtuale. E allora perché avere una pagina web come tutti gli altri se posso permettermi, senza sforzo aggiuntivo, di averne una creata e inventata da me, aggiungendo al risultato il divertimento della costruzione, e rinnovando quindi la mai sopita sindrome da mattoncini Lego? Lo hanno capito bene le aziende web 2.0 , che sulla personalizzazione degli spazi virtuali e la (presunta) libertà degli utenti-autori stanno puntando molto, anzi moltissimo.

Inutile elencare numerosi ed evidenti esempi che sono sotto gli occhi di tutti: da Flickr a Myspace , da Youtube a Facebook , fino ad arrivare alle ultime invenzioni come Ning , sorta di meta social network che offre agli utenti la possibilità di inventare, creare e gestire community ad hoc. Una corsa sfrenata alla conquista dell’utente che si gioca tutta sul richiamo alla libertà e all’autonomia. Ecco che Netvibes , aggregatore da oltre 10 milioni di utenti unici mensili, lancia il suo DIY universe , progetto ad alto tasso di personalizzazione. L’utente crea, gestisce, controlla. Si potrebbe dire: è libero. Ma fermandosi un attimo e cercando di andare al fondo di queste pubblicizzatissime pratiche di presunta autonomia, scopriamo il grande inghippo:: la mancanza di controllo e potere sugli strumenti di creazione, in questo caso il codice di architettura e di sviluppo.

Ovvero, prendo il do it yourself e ne aspiro via la vera carica sovversiva: la realizzazione e il controllo degli strumenti. Nel punk significava liberarsi dalle major ( Do it yourself not EMI ), in questo caso potrebbe significare uscire dalla scia dei grandi monopoli come il classico Google-Yahoo. Ma il Do it yourself della Google generation è un burattino senza fili.

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E allora ben venga il web 2.0 , con i suoi strumenti di fascino e seduzione, la sua capacità di farci sentire tutti web designer e artisti della rete (un po’ di autostima, seppur falsa, non guasta mai di questi tempi), ma anche scrittori, filmaker, fotografi e quant’altro. Basta ricordare, tra un blog e una tag cloud, che la libertà non la regala nessuno e che il DIY è molto più che un widget o una pagina web da personalizzare.

Scoprire nuovi linguaggi e nuove forme e spazi di espressione, questo è il faticoso, difficile ma autentico DIY. Non scorre tra le morbide, patinate, luminose pagine web 2.0 da 100 milioni di utenti mensili, ma tra i network meno popolati e meno accattivanti di artisti , attivisti , hacktivisti. Tra un invito su Facebook e un commento su MySpace ricordiamoci di buttarci un occhio. Il web 3.0 potrebbe partire da lì. 

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