Non è ancora stata scritta una storia dell’”invisibile” nella scienza eppure i presupposti ci sarebbero, perlomeno per una storia culturale, se non, ancora meglio, una storia metodologica.

Se la condizione dell’invisibilità di un oggetto è quella che lo rende impossibile da essere visto, il fascino e il timore per l’invisibile sono spesso sintomi di insicurezze epistemologiche provocate da nuovi mezzi o tecniche di visione della realtà che minano le certezze della nostra percezione.

Visto il suo successo nei prodotti della cultura popolare, l’invisibile costituisce certamente un concetto soglia nella storia della scienza: tra attualizzazioni magiche e desideri dell’immaginario è sempre al limite con le parascienze, come la parapsicologia o l’occulto del paranormale e quindi un classico tema della fantascienza e della letteratura fantastica. Non è un caso che Lynn Gamwell, direttore dell’Art Museum dello stato di New York abbia intitolato la mostra sull’invisibile dal Romanticismo al XX secolo “Exploring the Invisible. Art, Science, and the Spiritual”.

Da questa liminarità sono partiti pure gli organizzatori del convegno “Medialiserungen des Unsichtbaren um 1900″ (“medializzazione” dell’invisibile intorno al 1900) che si è svolto all’università di Francoforte l’8 e il 9 febbraio 2008.

.

Sebbene l’incontro sia stato condotto principalmente in ambito culturologico e non storico-scientifico, alcuni interventi possono aiutare a chiarire dinamiche sottostanti al fascino dell’invisibilità nella tecnica e nel sapere. In particolare mi riferisco al contributo “Visibile/Invisibile. Scene di una bipartizione” di Peter Geimer, storico dell’arte di Zurigo, che ha mostrato come alcune fotografie tecniche (di radioattività o a raggi X), per i primi utilizzatori di nuovi strumenti di visione possano rappresentare erosioni dell’invisibile da parte del visibile, alla cui base sta l’idea di un limite della percezione che viene spostato sempre più avanti. Geimer considera tuttavia queste nuove forme di visione come una sorta di evidenziazione di realtà nascoste che però, appunto perché nuove, abbisognano di nuovi schemi interpretativi.

Probabilmente l’invisibile gode di tanto favore popolare perché fornisce alla verosimiglianza scientifica quel tanto di indeterminatezza necessaria per scatenare le fantasie narrative.

Dobbiamo quindi distinguere i fenomeni fisici che rendono un oggetto invisibile dalle riflessioni che la non-visibilità di un oggetto può provocare. Nel primo caso si parla di invisibilità dovuta all’ambiente, in particolare al rapporto tra la vista e i fattori ambientali: un oggetto è infatti invisibile quando è mimetizzato davanti a uno sfondo dello stesso suo colore, oppure quando si trova in un ambiente senza o con troppa luce o, ancora, quando si muove più veloce della nostra percezione cinetica.

.

L’invisibilità costituisce un campo di ricerca scientifico saltuario e piuttosto accidentale, ma alcuni risultati nell’ambito dei metamateriali, hanno scatenato alcuni rilevanti dibattiti e naturalmente una vasta eco giornalistica (cfr. http://news.bbc.co.uk/2/hi/science/nature/6064620.stm). E’ stimolante vedere come le “possibilità scientifiche” del raggiungimento di una invisibilità costruita si siano paradossalmente spostate in campi come la nanotecnologia, la fisica quantica e l’astronomia; tutte discipline che lungo il XX secolo hanno minato le ultime certezze positiviste della erosione dell’invisibile (a tal proposito si veda questo articolo http://royalsociety.org/exhibit.asp?tip=1&id=4659). Probabilmente una storia dell’invisibile nella scienza potrebbe trasformarsi nella storia di una scienza che non smette mai di suscitare speranze nella visibilità del sapere, ma per farlo, sono le persone che fanno scienza a dover diventare sempre più visibili, ovvero gli scienziati.

Per comprendere appieno il fascino del tema dell’invisibile, di fronte a risultati scientifici ancora piuttosto deludenti, , è forse il caso di trarre spunti di riflessione dalla fiction e in particolare da , (dal romanzo di Herbert George Wells e dal film di James Whale per la Universal). Il critico cinematografico Alberto Brodesco ha trattato in un libro di prossima pubblicazione la figura dello scienziato nei film fantascientifici e ha dedicato alcune pagine a questo film. Secondo Brodesco, il film non è solo la storia di uno scienziato mosso dalla brama del potere e dal desiderio di riscatto sociale, ma argomenta le paure sociali legate all’invisibilità dello scienziato nello spazio pubblico. Il pericolo può quindi provenire non solo da uno scienziato scomparso, perché costituisce una possibile fonte di pericolo per l’uso improprio che malintenzionati potrebbero farne del suo sapere, ma perché uno scienziato che ha smesso di comunicare, ha cessato di essere utile socialmente.

.

Per concludere possiamo affermare che l’invisibile, quando non può essere magicamente costruito con narrazioni fantastiche, è costretto a dipendere dalla scienza: l’invisibile esiste fintantoché è la scienza a scoprirlo. Inoltre, mentre la scienza può oggi non solo stanare l’invisibile, ma anche costruirlo, essa non può tuttavia permettersi di scomparire, pena la sua delegittimazione sociale.

SHARE ONShare on FacebookGoogle+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn