Charlemagne Palestine, musicista, scultore, pittore, videoartista, sciamano musicale, è uno dei personaggi più interessanti del panorama musicale contemporaneo. Il 9 maggio sarà presente all’interno dell’ottava edizione del festival Dissonanze, con una performance presso l’aula magna del Palazzo dei Congressi.

Autore inusitato, originale, è considerato uno dei miti della “Downtown New Music Scene” della New York degli anni 70. Sin dagli esordi il suo nome è stato accostato al movimento minimalista americano, sull’onda creativa di artisti come La Monte Young , Philip Glass, Pandit Pran Nath, e Steve Reich., anche se Charlemagne ha sempre preso le distanze da quest’etichettatura, preferendo per un lungo peridodo alla composizione musicale la sperimentazione visiva e le installazioni presso musei e gallerie. Assistere ad uno dei suoi live è davvero un’esperienza alchemica, per la complessità e la bellezza dei suoni che investono l’ascoltatore; non è mai possibile prevedere o immaginare cosa accadrà o si ascolterà. Con l’utilizzo dell’altrettanto inusuale strumento musicale chiamato “Doppio Borgato” (strumento a due cordiere e pedaliere), con Charlemagne Palestine è possible assistere a delle performance veramente uniche ed irripetibili.

L’autore infatti porta avanti da anni un percorso di ricerca sulle pratiche sciamaniche e sui riti tribali, ama circondarsi di animali di pezza, e durante l’esecuzione è possibile vedere il compositore entrare in un vero e proprio stato di trance, un’estasi compositiva. Attraverso un processo di esecuzione pianistica da egli ribattezzato “strumming”, una commistione tra il flusso sonoro dello streaming e quello della violenza percursiva del drumming, l’ascoltatore viene immerso all’interno di uno spazio sonoro caratterizzato da suoni delicati, battimenti improvvisi e risonanze fortissime. Charlemagne conduce questo flusso sonoro in un mix di tecnica e forza fisica.

Il mondo musicale messo di scena da Charlemagne Palestine è caratterizzato quindi da una forte componente magica, uno sciamano musicale che crea un mondo musicale complesso e magico, formato da ammalianti sfumature musicali, battimenti e vibrazioni. E’ indubbio che assistere alla sua performance a Dissonanze a Roma settimana prossima, estensione laptop digitale delle sue teorie e tecniche musicali, sarà davvero una piacevole avventura.

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Noi di Digicult nel frattempo lo abbiamo intervistato. Il risultato è stato un flusso di coscenza, storie e narrazioni che non è possibile riportare completamente nella forma della lngua italiana, ma che spesso rivelano anche nel modo di scrivere la statura del personaggio e che in fase di traduzione ha richiesto a Marco Mancuso l’intervento di additivi esterni, per entrare a pieno nell’universo umano e artistico di Charlemagne Palestine

Giuseppe Cordaro: Sono sempre stato affascinato dal tuo approccio alla musica. Ascoltandola è possibile percepire qualcosa di ancestrale, sciamanico, perfettamente connesso con le forze della natura. Da dove nasce questa tua attitudine?

Charlemagne Palestine: Sono nato a Brooklyn da una famiglia di lavoratori Ebrei e ho iniziato a cantare all’età di 3 anni per unirmi presto al coro della Sinagoga in cui mi è capitato di cantare con molto Chazins (Cantanti Sacri Ebrei) che erano scappati dall’Europa all’America prima dell’Olocausto. Ci sono rimasto fino a 14 anni e questa è stata sicuramente la mia prima importante esperienza musicale. Dopo sono rimasto affascinato dalla collezione “Music of the World’s People” edita da Henry Cowell per la Folkways Record e per questo motivo ho iniziato ad ascoltare musica proveniente da diversi paesi e culture da tutto il mondo. Dopo di che ho scoperto la musica d’avanguardia e ho iniziato a sperimentare con le prime primitive tecniche elettroniche.

Quindi la componente ancestrale sicuramente arriva dalle mie origini Ebree e da molti dei mondi ancestrali che mi affascinano e dalle loro culture sciamaniche. Quando devo suonare mi preparo come uno sciamano: mi vesto appositamente per ciascun evento con una speciale maglietta, speciali pantaloni, sciarpe speciali, calze speciali e scarpe altrettanto speciali. Bevo poi il mio Cognac speciale magico dal mio bicchiere di cristallo speciale e preparo un altare con le mie Muse, i mie Animali di Pezza, le mie Divinità e i miei Dei, i miei Intermediari con il Divino!!!!!!!!! (se si tratta di giocattoli, sono Giocattoli Sacri). Entro in una specialissima Profonda Trance e Interagisco, mi Interseco, mi Interconnetto con l’Universo!!!!!!!!! Mi allaccio direttamente con le Forze della Natura!!!!!!!! Questo è il modo in cui mi preparo!!!!!!!!!!!!!.

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Giuseppe Cordaro: Il fascino per specifiche culture antiche come quella Africana e Asiatica, ha mai influenzato anche il tuo modo di comporre musica?

Charlemagne Palestine: Durante la mia prima formazione, ero interessato in modo particolare ai rituali e alla musica di Giava, Bali e del Nord dell’India. Ma ho ascoltato e assorbito musiche provenienti da tutta l’Africa, dall’Asia, dalla Polinesia, dai Nativi Americani, dai Latini e dagli Indigeni del Sud America. Quindi sì, sicuramente sono stato influenzato, oper meglio dire, ho sentito una profonda solidarietà con le tradizioni tribali e folkloristiche piuttosto che per le tradizioni musicali contemporanee occidentali.

Giuseppe Cordaro: Con altri grandi musicisti come La Monte Young , Philip glass, Pandit Pran Nath e Steve Reich, sei considerato come uno dei più importanti e influenti musicisti del movimento minimalista. Ma hai preso spesso le distanze da questo movimento o etichetta della musica contemporanea. Ci vorresti spiegare le motivazioni che ti hanno spinto?

Charlemagne Palestine: Quando ho iniziato, questa “fastidiosa” (ndr, “pain in the ass” è l’espressione originale, intraducibile) parola “minimalismo” esistva solo per descrivere artisti visivi e altri artisti come Tony Smith, Walter de Maria,, Carl Andre, Frank Stella, Sol Lewitt e altri. Voleva significare qualcosa relativo alla riduzione, al ritorno alle semplici geometrie e alle forme cubiche. I miei lavori sono stati etichettati in molti modi all’inizio: io stesso usavo la parola “trance” per descrivere il tipo di feeling e “continuo” per la durata di ogni mia composizione. I miei lavori sono stati qualche volta considerati dei “continui liquidi”, qualcosa a volte di più semplice, a volte qualcosa di più complesso. Ma niente a che vedere con il concetto di “minimalismo”, anche perché a causa della loro imprevedibile espansività emozionale e della loro drammaturgia, si può molto più spesso parlare per le mie opere di “massimalismo”.

Come Groucho Marx amava dire “io non voglio appartenere a nessun club che voglia accettarmi come suo membro”. Mi sento molto più vicino, con i miei rituali e le mie musiche, agli Aborigeni piuttosto che agli “Young-Glass-Adams-Reichs”.

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Giuseppe Cordaro: Quale è l’importanza degli animaletti di pezza che sono spesso al tuo fianco durante le tue performances?

Charlemagne Palestine: Come ho detto prima, gli animali nei miei lavori non sono dei giocattoli. O meglio, sono dei giocattoli ma in un modo animistico e secondo religioni sciamaniche antiche e mistiche. Quando molti anni fa ho iniziato la mia ricerca nei “continui”, alcuni di essi potevano durare giorni o settimane: i miei Animali Sciamanici potevano ascoltare ed esistere in totale stato di concentrazione durante questi “continui”. Loro sono le mie muse, le mie divinità, i miei dei, le mie anime, i miei legami con l’eternità, i miei cancelli per l’eternità. Se vogliamo guardare alla mia vita come un “gioco sacro trascendente”, allora si può dire che sì, loro sono i miei giocattoli, ma io sono il loro!!!!!

Giuseppe Cordaro: E ci vuoi parlare anche della tua tecnica dello “Strumming”? E poi, come e quando sei stato influenzato da uno strumento tanto inusuale come il “Doppio Borgato” e successivamente il “Bolide Borgato”?

Charlemagne Palestine: Lo Strumming è arrivato attorno al 1972. Stavo sviluppando un lungo lavoro al pianoforte chiamato ” Spectral Continuum for Bösendorfer Imperial” presso il California Institute of the Arts dove ero assistente e laureato. Il lavoro durava circa 5 ore e venne suonato con la tecnica dell’arpeggio, in modo non molto diverso da come erano soliti fare gli impressionisti come Debussy e Ravel, eccetto che per il fatto che io avevo creato un lungo “continuo” liquido e arpeggiato che ripeteva le note e gli accordi, ma mai gli stessi per due volte, come le onde del mare. All’inizio e alla fine del pezzo, io suonavo un’ottava con un dito per ciascuna mano in modo alternato, cambiavo il tempo, fino a sentire magnifici arcobaleni o sovratoni in funzione delle leggere differenze del tocco, dell’intensità e delle velocità dell’esecuzione. Fu veramente una scoperta sonora magica per me e da lì ho iniziato a sviluppare e sperimentare questa tecnica in molti modi diversi e complessi.

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La tecnica non aveva un suo nome all’inizio, ma dopo un po’ di tempo ho pensato alle chitarre nel flamenco e alle campane di chiesa Russe, al termine da usare quando uno spazzola le corde di una chitarra con un dito alla volta e quindi il termine Strumming nacque per questo particolare stile di suonare il pianoforte. Ho iniziato a suonare la mia versione classica dello Strumming dal 1974 e nel 1976 ho realizzato il primo vinile per la Shandar Records di Parigi, che molto più tardi è stato rimasterizzato e ri-realizzato come Cd da Robi Droli a Torino. Da allora, ho realizzato centinaia di versioni che dipendono dalla dimensione del pianoforte, dalle sue caratteristiche sonore, dall’acustica nello spazio performativo e dalle mie sensazioni e dal modo in cui mi relaziono con il pubblico o la situazione. Negli anni Settanta, fumavo sigarette Kretek di Java mentre suonavo e bevevo il mio cognac per entrare più facilmente in uno stato di trance, in modo tale che lo Strumming avesse delle radici sciamaniche. Qualche volta suonavo così forte, specialmente nella parti basse del pianoforte, che rompevo le corde e mi rendevo conto solo alla fine della performance che le mie mani stavano sanguinando (qualcosa di “massimalista”, niente a che vedere con il “minimalismo”).

Ho sentito del Doppio Borgato per la prima volta a Brussels da un mio caro amico che chiamo “Il Grande Rabbino dei Pianoforti”, il costruttore, collezionista e restauratore di pianoforti e tastiere Martin Kaufmann. Lui era stato a Lonigo in Italia e aveva visto questo strumento e incontrato Luigi e Paola Borgato. Mi disse che non appena vide lo strumento, pensò immediatamente a me, poiché lo strumento ha due tastiere (una suonata con le mani e l’altra con i piedi) e sapendo che io era stato organista in passato. Posso quindi suonare lo strumento con due mani e con i piedi allo stesso tempo e proprio questo è il potenziale di tutta questa densità e risonanza che si nota nelle mie performance dal vivo. Più tardi, quando io e mia moglie Aude eravamo a Cracovia, incontrammo il pianista Roberto Prosseda che aveva appena suonato il Doppio Borgato in concerto e lui mi propose di andare a incontrare i Borgato e di provare direttamente il loro strumento. Noi arrivammo una Domenica mattina di molti anni fa e in 5 minuti stavo già suonando una musica così divinamente armonica e incredibilmente risonante che gli stessi Borgato non avevano mai immaginato si potesse ottenere dal loro strumento. Un “continuo” sonoro risonante e monumentale di sovratoni mai sentito prima da un pianoforte. Pensammo subito a quando e dove organizzare una registrazione composta apposta per il Doppio Borgato e quindi alcune settimane dopo organizzamo una registrazione proprio a Lonigo in una Chiesa non lontano dal loro atelier.

Il Bolide Borgato invece è nato e ha avuto la sua premiere a La Sapienza di Roma nel Marzo del 2006, il titolo dell’opera era “From Etudes to Cataclysms” ed è stata recentemente pubblicato in un set di 2 Cd dalla Sub Rosa.

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Giuseppe Cordaro: Alcuni anni fa proprio la Sub Rosa ha realizzato un albun dal vivo presso il Mercelis Theatre di Bruxxel per il memoriale di Luc Ferrari. In quell’occasione hai suonato con Tony Conrad. Ci vuoi raccontare di quell’esperienza e in generale, cosa ne pensi degli sviluppi recenti delle arti audiovisive nei termini di un musicista e un video artista che lavorano insieme su un linguaggio comune?

Charlemagne Palestine: Ho incontrato Tony Conrad per la prima volta quando suonavo l’organo presso la St.Thomas Church di New York. Era circa il 1968 quando sentii qualcuno urlare “WOW WOW WOW” dalla scala a spirale che porta dalla navata della chiesa alla torretta del musicista. Era il regista e musicista Tony Conrad che si era innamorato delle mie sonorità, che aveva sentito molte volte passando accanto al Musuem of Modern Art sulla 53ima Strada. Diventammo immediatamente amici, mi invitò al suo studio che stava sopra un negozio porno sulla 42ima Strada: lui e sua moglie Beverly offrivano un salone 24/24 a tutti gli artisti pazzi e bohemiene per incontrarsi. Mi invitò a comporre una musica per il suo film Coming Attractions che stava facendo proprio con Beverly che era un’attrice di film underground, e dopo io gli chiesi di suonare con me al Free Music Store Festival presso la stazione radio WBAI. Lui suonò il “drone a corde lunghe”, uno strumento che lui stesso aveva inventato, per il mio lavoro “Alloy” del 1969.

Nel 1970 lasciai New York per Los Angeles, poiché Mort Subotnick mi invitò come assistente presso il Cal Arts e quindi non vidi più Tony fino all’Aprile del 1972, quando tornai brevemente a New York. Mi invitò a suonare con lui e Rhys Chatham presso il Albright College in Pennsylvania. Quando tornai di nuovo a New York nel 1973, Tony se ne era già andato per insegnare a Buffalo dove è rimasto a vivere negli ultimi 30 anni. Quindi, piano piano, ho perso contatto con lui per 30 anni e anche io iniziai a lasciare piano piano New York a favore dell’Europa: ho vissuto in Germania, in Svizzera, in Francia, in Olanda e alla fine a Bruxxel dove vivo da circa 10 anni con mia moglie Aude. Nel 2001, l’organizzazione Transculture in Belgio mi invitò a produrre vari progetti e invitò anche Tony per un concerto in Lussemburgo nel 2002. Quando venne nel Benelux passammo alcuni giorni insieme e decidemmo di suonare, io al pianoforte e lui al violino e il risultato finale fu immediatamente e spontaneamente grande!!!!!

Quindi, Transculture organizzò una serie di concerti a Napoli, Nantes e Parigi e la stessa Sub Rosa registrò il nostro concerto a Bruxxel, che diventò l’album “An Aural Symbiotic Mystery”, un titolo che io stesso trovai basandomi sui risultati magici che eravamo stati in grado di creare in modo così favoloso dopo 30 anni di lontananza. Tony inoltre era un regista e io stesso un artista video, e forse questo ha contribuito al successo della nostra collaborazione, nel senso che siamo due artisti audiovisivi con svariati appetiti, istinti e talenti cinetici differenti, anche se il suo senso di film e il mio senso di video sono molto, molto differenti l’uno dall’altro. Quando suoniamo insieme, evidentemente tutto si mescola in una magica zuppa sonora (ndr, Magic Sonic Bouillabaise).

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Giuseppe Cordaro: Cosa ci dobbiamo aspettare dalla tua performance a Dissonanze settimana prossima? Quali sono i tuoi piani futuri?

Charlemagne Palestine: A Dissonanze presenterò un laptop “continuum” elettronico, molto elaborato, con interazione vocale dal vivo. Nel prossimo futuro invece, sto preparando un concerto di 6 ore e registrando il mio lavoro per organo Schlingen Blängen presso la St Giles Cathedral di London per la Blast First records, nonché la performances e i video screenings per la Triennale di Milano alla fine di Maggio e per il festival Angelica di Bologna. Inoltre, la collaborazione con il gruppo musicale di Berlino Perlonex, con cui ho suonato molte volte a Vienna, Graz, Parigi, Ginevra e Berlino e realizzato una registrazione live presso il Podewil a Berlino per l’etichetta ucraina Nexsound. 


www.charlemagnepalestine.org/

www.dissonanze.it

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