Alex Steffen è una delle voci più “ascoltate” nell’ambito della sostenibilità ambientale e degli studi sugli impatti sociali della tecnologia. Da un suo breve profilo biografico si ricavano notizie di collaborazioni con Weiden , Kennedy , Nike , Amazon , Ideo , Arup , Nau , Yahoo! e il World Travel and Tourism Council . Recentemente è stato protagonista di un documentario della CNN che aveva come oggetto la previsione delle possibilità del futuro ed è stato nominato dal magazine Ecotecture del New York Sunday come uno dei più influenti innovatori al mondo.

Oltre ad essere tutto ciò, o forse proprio per questo, Alex Steffen è un ottimista politico. Vale la pena approfondire la definizione di “ottimismo politico” <http://www.worldchanging.com/archives/007919.html> perché sembra essere quanto di più distante esista dall’attuale panorama tecno-politico occidentale. L’ottimismo di Steffen non sembra essere il riflesso wannabe di un’infanzia trascorsa in stanze ovattate dal tardo-capitalismo, ma piuttosto l’esito di una riflessione legata ad un diverso approccio al cinismo occidentale “Cynicism is often seen as a rebellious attitude in Western popular culture, but, in reality, cynicism in average people is the attitude exactly most likely to conform to the desires of the powerful – cynicism is obedience.” A questo cinismo non si può che opporre l’atto rivoluzionario dell’ottimismo, perché l’ottimismo è secondo Steffen un potente atto politico.

Il futurologo si dimostra certamente consapevole dei pericoli che corre l’umanità nel suo rapporto con l’ambiente. Cita infatti articoli scientifici come Guardian <http://www.guardian.co.uk/science/2005/apr/14/research.science2> in cui si individuano i 10 possibili scenari apocalittici che potrebbero portare all’estinzione il genere umano: cambiamento climatico, erosione telomerica, terrorismo, pandemia virale, guerra nucleare, impatto di una meteorite, prevaricazione robotica, tempesta astrale, eruzione di un super-vulcanico, inghiottimento della terra da parte di un buco nero; ha inoltre scritto diversi articoli sui problemi della fame imputabili allo sviluppo delle economie globali, ma ciò che è interessante sottolineare è che la proposta del suo ottimismo parte dalla convinzione di fondo che il pessimismo imperante nel dibattito pubblico nordamericano ed europeo sul futuro della tecnologia va oltre la sfera puramente scientifica e coinvolge l’uso politico dei saperi.

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Secondo Steffen, la forza del pessimismo politico si esprime principalmente in affermazioni di arrendevolezza nei confronti dei problemi globali e nell’inaffrontabilità dei costi economico-sociali per risolverli. La politica della paura si combina così con quella del pessimismo tecno-scientifico e si salda nella “politica dell’impossibilità”.

Lo studioso americano, in un articolo intitolato Why Sustainability, not Terrorism, Should Be Our Real Security Focus <http://www.worldchanging.com/archives/004799.html> sostiene la tesi – poi diventata famosa con il documentario An Inconvenient Truth di Al Gore – che la vera priorità della sicurezza nazionale statunitense è la sostenibilità ambientale e non il terrorismo. E’ interessante notare che la tesi di Steffen parte proprio da un documento intitolato A False Sense of Insecurity <http://www.cato.org/pubs/regulation/regv27n3/v27n3-5.pdf> del Cato Institute (un thinktank conservativo). La sostenibilità costituirebbe una priorità politica perché si contano molti più morti americani (stiamo parlando di priorità nazionale) a causa degli effetti del cambiamento climatico e a molte patologie cancerogene imputabili ad un’espansione urbana incontrollata.

La formulazione più completa di tale “ottimismo politico” la ritroviamo nel suo ultimo libro Worldchanging: A User’s Guide for the 21st Century, introdotto da Bruce Sterling e promosso da Al Gore. Il testo raccoglie una selezione di alcuni interventi del progetto collaborativo Worldchanging <http://www.worldchanging.com/> dedicato all’esplorazione delle possibilità del futuro tecnologico.

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La politica dell’ottimismo promossa di Alex Steffen rimane solo una voce personale, così come ammette l’autore stesso, ma costituisce un buon punto di partenza programmatico. Essa deve essere sostenuta dalla convinzione di possedere le capacità per creare e sviluppare soluzioni ai più grandi problemi del mondo, mentre le conseguenze dei fallimenti, sia per noi che per le generazioni future, richiedono una reazione immediata. I costi degli investimenti nella sostenibilità devono essere valutati secondo nuovi metri di misura: il valore della prosperità caratterizzante la vecchia economia deve comprendere la stabilità ecologica, la sicurezza internazionale e il benessere dell’umanità.

Il programma d’azione della sostenibilità deve descrivere certamente gli scenari di successo, il futuro prospettato e tutte le soluzioni possibili elaborate per ottenerlo, ma “Nothing about the politics of optimism needs to be naive”: l’incertezza deve essere affrontata con rigore, anticipando le cause dell’insuccesso e le delusioni, tra di esse le possibili alleanze tra lobby, la corruzione e il boicottaggio attraverso i diversi scetticismi. Per questo motivo bisogna rendere tutti i canali finanziari il più trasparente possibile, ma tali fallimenti non devono essere considerati preordinati e gli obiettivi irreali fin dal principio, inoltre le politiche della sostenibilità non devono trasformarsi in una lotta tra futuristi e passatisti.

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Non dobbiamo mai dimenticare, come ricorda Steffen, che l’assenza di visioni ottimiste – spesso il teorico parla di “visioni impegnate” – non può che giovare alla politica dell’impossibilità e paradossalmente sono spesso i gruppi attivisti che promuovono visioni rassegnate e impotenti: un conto è sostenere che i rischi sono apocalittici, un altro sostenere che è impossibile affrontarli. Non dobbiamo quindi dimenticare che ogni volta che spieghiamo come il futuro può essere vissuto in maniera migliore, noi ridisegniamo i confini del possibile. 


www.worldchanging.com/bios/alex.html

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