A fine marzo, a New York è tempo di fiere. Accanto all’Armory Show, ci sono diversi progetti paralleli che presentano settori particolari della produzione artistica. DiVA – Digital & Video Art Fair è uno di questi, con un programma ricco di incontri, ma soprattutto con un singolare spazio espositivo: le strade di Chelsea.

Una serie di container collocati nel quartiere di New York a più alta densità di gallerie hanno offerto al pubblico un peculiare approccio alla videoarte e alle arti digitali: una sequenza di assaggi della produzione più recente, disseminati in angoli trafficati, nei parcheggi e lungo marciapiedi affollati. Il corpo e il suo rapporto con lo spazio circostante, la relazione artista-storia, l’osservazione critica e ironica dell’ambiente, della società, dell’impatto dell’informazione e delle nuove tecnologie, sono solo alcune delle tematiche esplorate nelle piattaforme più disparate – dal classico video monocanale alle proiezioni su diverse superfici, passando per i dispositivi portatili- ed esposte in una decina di “contenitori” pubblici e temporanei.

Un modo singolare di riaffermare una dimensione pubblica dell’arte, e in particolare delle nuove arti digitali, sempre più legate alla fruizione aperta, alla sperimentazione, al rovesciamento e alla rottura con l’arte “canonica”. Come ci ha spiegato Thierry Alet direttore della fiera, e presidente di Frère Independent, associazione no-profit dedicata alla promozione delle arti digitali e video: “L’idea di fiera è stata associata da qualcuno a quella di casbah, un mercato tutto sotto lo stesso tetto – noi l’abbiamo spinta un po’ oltre: il tetto comune è Chelsea. In realtà DiVA è un tipo molto particolare di esposizione: è una fiera d’arte che si rivolge ai curatori, collezionisti, giovani compratori, ma è diversa dalla tipica rassegna. C’è una forte componente legata all’informazione, al dare accesso diretto alle persone e permettere loro di comprendere meglio i lavori esposti. Penso sia importante unire l’aspetto di promozione e diffusione della videoarte con quello del mercato. Abbiamo voluto offrire soluzioni diverse all’interno di un ambiente che è cambiato parecchio negli ultimi anni: c’è un’abbondanza di fiere, tutte molto uniformi – molti collezionisti curatori mi raccontano di ricordarsi quello che hanno visto, ma non dove l’abbiano visto… Uno dei nostri scopi è di differenziarci, portare qualcosa di distinto anche nel format: i container offrono questa soluzione, sono semplici, versatili, e sono nelle strade, non si possono non notare! La videoarte si è sviluppata in una gran varietà di soluzioni, offre più possibilità degli altri media, è innovativa, in un certo senso è un genere molto più ampio di ogni altro genere, e continuerà a svilupparsi. Non sono ancora sicuro delle modalità, dato che molti aspetti, come per esempio la distribuzione, devono essere ancora definiti… ”

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Unico “spazio di riferimento” istituzionale della fiera è White Box, galleria no-profit dedicata alle arti innovative, dove un fitto calendario di incontri e proiezioni ha fatto da corollario alla dimensione puramente espositiva. E proprio un critico invitato a tenere una delle conferenze in programma, Robert C. Morgan, ha approfondito il suo concetto di “neo-metafisica” nella videoarte e ne ha commentato per Digicult passato, presente e futuro.

Monica Ponzini: Può spiegarci cosa intende per “dimensione neo-metafisca” nella videoarte?

Robert C. Morgan: Abbiamo attraversato un periodo in cui molta arte è diventata teorica dal punto di vista linguistico e semiotico – e questo fin da quando Minimalismo e Concettualismo hanno invaso il mercato, 40 anni fa. Il video è cominciato in sostanza come un medium per l’arte concettuale, per performance art e body art, ma credo che uno dei suoi sviluppi più interessanti in anni recenti sia stato un distanziamento da quello, non tanto in termini di “entertainment”, quanto più un altro tipo di resistenza dai media commerciali – l’essere meno coinvolto con la politica e più impegnato ad aumentare la coscienza dell’ambiente circostante attraverso il tempo e consapevolezza del tempo stesso. La metafisica inizia secoli fa con Aristotele, che ha trattato della realtà fisica, materiale, e ha coniato una categoria per tutto quello che non era dato di conoscere – la metafisica appunto. Quell’idea è continuata da allora tra filosofi occidentali, fino all’inizio del XX secolo, quando si è verificato un profondo spostamento verso il linguaggio. Wittgenstein nel suo Tractatus dice che “non possiamo parlare di ciò che non conosciamo” – una diretta opposizione nei confronti del “metafisico”. Penso che questo abbia delle ripercussioni sul video, che è un medium time-based e si occupa di opposizione nel tempo – così come De Chirico per esempio era interessato alle opposizioni nello spazio.

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Monica Ponzini: Molti definisco la videoarte come un’arte giovane. A questo punto è davvero ancora “giovane” o possiamo invece dire che ha raggiunto l’età adulta?

Robert C. Morgan: Il filosofo Rudolf Arnheim, in uno dei suoi primi libri – Film come arte – analizza come, una volta che il suono è stato incorporato nel film, l’arte sia scomparsa. Affermava che solo il film muto potesse mantenere il suo essere “arte”. Devo dire che, parlando di video, alcuni dei primi lavori negli anni ’60, ’70 e addirittura all’inizio degli anni ’80, sono semplicemente straordinari. Le video-performances di Joan Jonas e i lavori di Abramovic e Ulai, Vito Acconci, Bruce Nauman sono geniali per come trattano il medium video in una fase primaria, quando le cose non erano ancora ben definite, se non per il fatto che il video era in opposizione alla televisione e ai media commerciali. Nei media commerciali, il tempo è misurato e bisogna pagarlo, e quindi ci sono delle pause sistematiche in termini di contenuti e tema, mentre il video non aveva queste pause, dato che era libero e completamente aperto. Penso che l’apertura del medium fosse molto importante nel definire ciò che era.

Durante il mio intervento, ho mostrato un video intitolato Window (“Finestra”, NdT), realizzato dall’artista polacco Ryszard Wasko nel 1972: semplicemente una ripresa fissa, diagonale, di una finestra, da cui si vedono un marciapiede e un giardino, ma nessuna persona. Quello che si sente è della musica che proviene da una radio, qualche voce, e altri rumori che indicano ciò che avviene attorno. Gli 8 minuti del video consistono nel sentire rumori provocati da esseri umani, mentre la vista è sulla finestra. Considero questo come qualcosa di metafisico, una sorta di contemplazione nel tempo. All’inizio della conferenza ho mostrato un vecchio video del Dalai Lama e di alcuni suoi filosofi in esilio, per mostrare un altro punto di vista sui termini in cui pensare al video. Alcune di queste idee buddiste sono interessanti per come pensiamo alla videoarte e a come possiamo formulare un criterio per certi aspetti del significato. E’ un time-based medium, dunque come possiamo coglierlo all’interno del fluire del tempo usando il tempo? Penso l’artista polacco che ho citato prima lo faccia in maniera molto intelligente e affascinante-.

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Monica Ponzini: Le tendenze della video arte si sono sempre più diversificate con l’ultima generazione di artisti. Mentre all’inizio c’erano delle tematiche nette, ultimamente il panorama sembra più frammentato. E’ d’accordo?

Robert C. Morgan: Ho scritto e detto parecchio sui problemi del mercato e delle tendenze a livello di moda. L’arte esiste in opposizione alle “tendenze”: le tendenze appartengono al mondo della moda, anche se i media le utilizzano in continuazione. Insegno a giovani artisti – ed è un’esperienza che mi piace davvero – ma penso che l’attuale enfasi sull’arte giovane sia eccessiva. Non bisogna fissarsi sui giovani artisti piuttosto che sugli artisti di colore o sulle donne artista. Bisogna considerare se questa arte ha un significato e sono molto interessato a questo aspetto del linguaggio, a come possiamo raggiungere un punto in cui l’arte può ancora significare qualcosa, senza essere “trendy” o essere commerciale. 


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