Il 1 febbraio, il magazine tedesco per la “giovane ricerca” Sciencegarden ha aperto un bando dal titolo “La città nel presente, nel passato e nel futuro” (Die Stadt in Gegenwart, Vergangenheit und Zukunft).

Con questo titolo, di vedute piuttosto ampie, la redazione si propone di selezionare e premiare alcuni reportage, resoconti o interviste che abbiano il tema della città come oggetto e che provengano dalle più disparate discipline (ingegneria, sociologia, botanica). Il tema conduttore è giustificato dal fatto che le città, dalla polis greca fino alle metropoli del XXI secolo sono un’inesauribile fonte di lettura dell’evoluzione dei rapporti sociali, politici e tecnologici delle culture umane. Sono, ad esempio, mappe dell’aumentato bisogno di mobilità, di energia, di inquinamento, occupazione del territorio ed erosione della campagna. La dinamica dell’evoluzione è il filone da battere: i mutamenti delle città non riflettono solamente le combinazioni programmatiche degli urbanisti e dei costruttori, ma sono forze politiche, espressioni di società parallele conviventi, tensioni e dialettiche culturali, manifestazioni random dell’emergenza demografica. I nodi da sciogliere sono molti e spesso hanno una ricorrenza quotidiana: sostenibilità e realizzabilità, creazione di nuovi spazi politici e culturali, disinnesco di zone conflittuali, ecc.

A giudicare dalle pubblicazioni di riviste specializzate sembra che le città del XXI secolo si trovino di fronte ad una fase di crisi, ma più vicine a un’occasione di riflessione e di svolta che non a una catastrofe. Prendiamo ad esempio l’ultimo numero di City & Society (n. 2 del 2007) tutto dedicato alle culture giovanili come “elementi architettonici” degli spazi urbani, alle loro pratiche di partecipazione e resistenza alle economie attuali di tardo-capitalismo, ma soprattutto, con un forte taglio comparatistico (che comprende gli Stati Uniti con New York, l’Africa con Dakar e la Cina con Beijing) ai fenomeni di “disempowerment” di esse, cioè di “destituzione, disinnesco” del loro potere creativo o di esclusione dalle economie per discriminazione. Un numero ancora più interessante è l’ultimo City, analysis of urban trends, culture, theory, policy, action (n.3 2007), dedicato invece alle forme avanzate di marginalizzazione (advanced marginality), che sembrano accomunare città come Parigi (il fenomeno delle Banlieu) e Baghdad.

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Pare che venga a crearsi una convergenza tra questi studi e quelli di “scenario” provenienti dalla sociologia della conoscenza, dove la disillusione nelle capacità di sintesi cognitiva di Internet nei confronti delle forze centripete della metropolizzazione (un’altra metafora per il termine globalizzazione), ha preso il posto di una rinnovata attenzione per le forme di prossimità fisica scaturite dai media digitali, fino ad arrivare al riconoscimento di una “fisicità digitale” urbana delle reti. E’ un discorso piuttosto complesso e che potrebbe portarci lontano, ma da una parte, gli studi urbanistici sottolineano come gli esseri umani che vivono nelle città tendano oggi a diventare non solo cittadini del loro spazio fisico, ma membri di comunità allargate, i cui confini vengono circoscritti dalle loro pratiche culturali e che vanno oltre le loro connotazioni etnografiche e di classe, dall’altra gli studi sociologici della conoscenza, come ad esempio quello di José L. Moutinho, del Center for Innovation dell’Università di Lisbona (si veda il testo Building human-centered systems in the network society , apparso nel numero di gennaio 2007 nella rivista Technological Forecasting & Social Change) che con il concetto di “città digitali” sottolinea le corrispondenze tra la dimensione digitale cognitiva dei centri di conoscenza e lo spazio fisico urbano.

Tali centri interrelati di “produzione della conoscenza” non vivono in una dimensione meramente digitale, ma sono capaci di mobilitare persone ed energie cognitive, sono in grado di rendere la pubblica amministrazione e il mercato più efficiente, ma devono essere sostenuti da infrastrutture e cornici istituzionali adeguate. Si auspica il traguardo di un nuovo paradigma di città che sappia rispondere alla maggiore complessità ed eterogeneità delle società attuali nell’ambiente urbano, supportare la creazione e la diffusione della conoscenza, aiutare la mobilitazione delle persone e dell’informazione e promuovere lo sviluppo inclusivo di nuovi elementi culturali.

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Siamo insomma di fronte al ricorrente caso di co-evoluzione dei contesti umani e sociali da una parte e di processi endogeni del mutamento tecnologico dall’altra, in una sorta di “futuri molteplici” già presenti nelle città attuali, le cui forme sono avvolte l’una dentro l’altra, come nella Berenice di Calvino, che non a casa era una città nascosta tra quelle invisibili, dove conviveva la città ingiusta con “i suoi ingranaggi di macchinari tritacarne” e la città dei giusti, “armeggianti con materiali di fortuna nell’ombra di retrobotteghe e sottoscale, allacciando una rete di fili e tubi e carrucole e stantuffi e contrappesi…”.


www.sciencegarden.de

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