Roland Barthes su La chambre claire evidenziava come la fotografia non è altro che l’oggetto di tre pratiche dove l’Operator è il fotografo, lo Spectator siamo tutti noi e quella cosa o colui che è fotografato potremmo definirla lo Spectrum, dato che questa parola mantiene un certo rapporto con lo “spettacolo”.

Lo Spectrum nella nostra società contemporanea e in particolar modo nell’arte, ha preso sempre più i connotati di un mondo interiore legato all’artista, un microcosmo personale dove sono imprigionate sensibilità, paure e desideri anche privati impressionati da una foto-macchina che oramai con il digitale ha ridotto tutti i tempi di esecuzione a favore di una immediatezza istantanea che può essere vera o modificata. Ora, la fotografia a partire dagli anni sessanta, ha avuto la facoltà e la capacità di “registrare” anche aventi artistici, cioè arte sull’arte, ricordando gli scatti ai vari Kaprow o Morris e le documentazioni agli happening e alla privacy degli artisti post-concettuali. Il secolo dell’immagine analogica – come dice Pierre Sorlinfu segnato da una piena fiducia nella veridicità della rappresentazione analogica e nella sua attitudine a descrivere oggettivamente le cose. […] L’immagine analogica trionfò non tanto perché avvicinava l’essere umano al reale quanto perché il pubblico enfatizzava il suo potere rivelatore e si aspettava da lei che rafforzasse l’autorità dell’uomo sul mondo.”

Il pubblico oggi invece, abituato alla rivelazione della foto grazie anche a televisione e cinema, può enfatizzare il potere persino dell’immagine digitale, dove la rappresentazione è qualcosa di costruito o immaginato, e quindi l’elaborazione e la metamorfosi regola e condiziona il nostro rapporto con il visivo.

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A Padova sino al 22 Marzo questa realtà, questi fenomeni trasversali analogici-digitali, queste nuove e proprie identità vengono mostrate presso la Galleria Sottopasso della Stua, grazie a Sguardi Interiori, mostra promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo – Centro Nazionale di Fotografia e curata da Enrico Gusella.

Questo evento si inserisce nella serie Racconti di donne e presenta i lavori di un gruppo di artiste che indagano dinamiche e vicende di una quotidianità legata tanto alla corporeità quanto alle relazioni interpersonali. “La produzione artistica contemporanea – scrive il curatore – soprattutto la fotografia, il video e la performance – da alcuni decenni vede nel punto di vista delle donne la punta di diamante di una ricerca che scandaglia territori mai prima aperti, i quali svelano l’assoluta originalità circa la comprensione dei comportamenti e delle dinamiche relazionali nei diversi contesti sociali. Il corpo, allora, in primo luogo, diventa il simbolo di interrelazioni che legano l’essere umano al cosmo, secondo una visione che guarda ora allo spazio pubblico, ora a quello privato, attraverso una ricerca acuta e profonda che trae, spesso, dalla personale esperienza di vita la motivazione e la forza per la costruzione di una propria poetica.”

Le tredici artiste invitate Marina Abramovich, Vanessa Beecroft, Isabella Bona, Giulia Caira, Silvia Camporesi, Tea Giobbio, Nan Goldin, Mona Hatoum, Barbara La Ragione , Mara Mayer, Shirin Neshat, Pipilotti Rist e Cindy Sherman , hanno formazione e culture diverse, si muovono ed interpretano il mondo che le circonda con sensibilità profonde e temi attenti ma anche ambigui, sociali ed antropologici. Nelle immagini in mostra, la figura femminile diventa protagonista privilegiata. Le artiste tentano di carpire, indagare e restituire la loro relazione con essa attraverso un approccio ed un’estetica estremamente personale e decisa.

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Si passa dalla performance della Abramovich con Rithym 0, che fu presentata per la prima volta a Napoli nel 1974, e che è qui ripresa in immagine analogica; lavoro che l’artista “sente” suo investendosi delle problematiche della sua terra, di ricordi affettivi e relazioni amorose. Questa dimensione “teatrale” è presente anche nelle opere della “genovese” Vanessa Breecroft in VB 25.074 del 1996 e della svizzera Pipilotti Rist qui presente con Untitled del 1994. La prima affrontando nelle sue performance temi come l’identità, il corpo e la sessualità, investendo le sue “modelle” di insignificanza senza alcuna possibilità di seduzione, ma sempre in grado di rappresentare il proprio ruolo sociale e di esercitarlo quindi sugli altri. La Rist costruendo video ricchi di effetti speciali che ritraggono una identità femminile in grado di affrontare situazioni anche imprevedibili, fondate sul piacere e sulla creatività.

C’è poi chi insistendo sul ritratto, utilizza il mezzo fotografico come strumento di penetrazione dell’individualità e di comprensione dell’umano, come Giulia Caira con Untitled del 1999, Tea Giobbio con Un viaggio: autoritratti del 2006 o Shirin Neshat con Birthmark del 1995. Altre artiste come Isabella Bona o Silvia Camporesi, rispettivamente con Metamorfosi e Il latte e la carne 1 e 2, rovesciano il concetto di tempo e spazio, scardinando le leggi del “qui ora”, riportando l’esistente ad una condizione di alterità e generando mondi possibili. Fra i lavori in mostra spicca in particolare il ricorso frequente al travestimento come fa Cindy Sherman con Untitled 124a che autoritraendosi usa il proprio corpo come schermo di proiezione dei ruoli che molte donne sono indotte ad assumere nella propria vita. Ciò che risulta in ogni caso evidente e costante è la straordinaria capacità generativa che scaturisce dalle immagini.

Scrive Annamaria Sandonà – La fotografia è diventata nella sua visibilità un mezzo necessario per mostrare in prima persona, nella realtà, i pensieri e le contraddizioni di un mondo al femminile, nella messa in scena di problematiche che investono la dimensione sociale dei comportamenti umani. […] Cadono i confini fra ciò che è vero e ciò che è manipolato, o meglio i set fotografici divengono scena teatrale in cui l’immaginario dell’artista si sbizzarrisce a creare situazioni in cui prevalgono i dubbi identitari..” E questa scena teatrale diventa la vita di tutti i giorni ad esempio per Nan Goldin dove nella sua Nan Goldin at the bat, Toon, C and So del 1992 ci parla di sé e dei suoi amici che possono essere gay o travestiti, ma in ogni caso riportati a noi nella loro pienezza senza censure aprendoci di fatto il loro essere in tutto e per tutto.

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La fotografia è pervenuta all’arte proprio attraverso il Teatro. Così come Nadar ci permetteva di accedere a un infra-sapere della realtà scendendo nei particolari etnografici offrendoci una collezione di oggetti “parziali”, nello stesso modo ma con modalità diverse in queste foto contemporanee possiamo entrare a far parte di quel mondo. In questo caso quel mondo femminile che spesso riesce a sensibilizzare, più del maschile, temi e interiorizzazioni a volte troppo egoistici e personali.

Se la fotografia è un modo per imprigionare la realtà o per immobilizzarla, come dice Susan Sontag, questa possessione diventa una spersonalizzazione del nostro rapporto con il mondo, permettendo una partecipazione e un’alienazione nelle nostre vite nel momento in cui siamo di fronte a opere della Goldin o della Breecroft, della Giobbio o della Caira. Le nuove figlie di Nadar, attraverso ritratti, elaborazioni, visioni ed emozioni hanno scardinato i cliché della rappresentazione rituale, inventando nuovi punti di vista e nuove percezioni immediate e umanizzate, offrendoci sia la Storia intesa da Barthes, cioè la nostra esclusione, sia la realtà intesa come immersione e condivisione.

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