Nell’ambito dell’attività teorica e seminariale che, recentemente, mi ha visto più volte impegnato nell’introduzione alla teoria dell‘Intelligenza Polimorfa (Digicult links it/en), ho sviluppato una serie di paradigmi ed esempi che aiutassero il lettore o l’ascoltatore a comprendere (se non addirittura a percepire) l’inteso legame sviluppatosi tra, da una parte, la psiche e gli stili cognitivi dell’essere umano e, dall’altra, le funzioni tecnologiche semplici ed avanzate, più tipiche dell’informatica moderna. Tra i tanti modelli adottati uno dei più popolari – probabilmente perchè prossimo alle diverse sensibilità dei tanti ed intellettualmente differenti interlocutori – c’è sicuramente quello che ho denominato il Darwinian Composer .

L’idea e l’intenzione di connotare una definizione di Compositore Darwiniano nacque dapprima quale esigenza pratica di docenza. Difatti, da qualche tempo io ed altri colleghi (ed, in particolare, ringrazio Maurizio Masini per le brillanti conversazioni a riguardo) notavamo che la percentuale di allievi che compongono tesi e tesine universitarie con il metodo del Copia&Incolla (Copy&Paste) cresceva in maniera smisurata e che, praticamente, stava raggiungendo la totalità degl’iscritti. Malgrado ciò, una volta superato un primo stadio emotivo – in cui un insegnante si sente inevitabilmente frodato – iniziai a sviluppare una sorta d’ottimismo in materia. Infatti, con il passare del tempo notavo che, aldilà della nuova metodologia applicata, rimanevano del tutto inalterate le differenze interindividuali. In sostanza, non solo restava possibile discernere e di conseguenza valutare le capacità intellettive e lo spessore culturale dei singoli studenti ma per alcuni versi la stesura risultante appariva addirittura arricchirsi di valore intellettuale, in taluni casi.

Da tutto ciò, dalla successiva presa di coscienza che anche diversi colleghi e coetanei stavano adottando questo metodo procedurale, dall’intuizione che in futuro tal strada sarebbe stata battuta da pressoché l’intera popolazione di scrittori, nacque l’idea di denudare tal stato di fatto definendo il Darwinian Writer, ovvero colui che usa gli scritti depositati nel mondo – ed in particolare su Internet – rimescolandone le sequenze verbali e concettuali.

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Nell’immagine che ho allegato si comprende in maniera semplice e lineare com’è che si articola il processo di Scrittura Darwiniana. Esistono un’infinità di testi e di frasi digitalizzati e collocati in dei luoghi accessibili (CD, DVD, WWW, ecc.) . Lo Scrittore Darwiniano accede a queste risorse, le legge e poi decide di comporre (o ricomporre) una sequenza logica che s’addica alle sue esigenze ed al suo contesto narrativo usando le frasi come se fossero cromosomi di un codice genetico, e così facendo – com’è che accade nell’evoluzione delle specie – aumenta le probabilità di “riproduzione” del “cromosoma letterario ” in questione. A tal processo di scrittura prende parte anche il famigerato Crossover genetico, che in ambito procedurale informatico viene egregiamente rappresentato dal Taglia&Incolla (Cut&Paste) che lo Scrittore Darwiniano usa per riordinare, all’interno del suo testo, la sequenza logica e cronologica delle frasi e delle affermazioni. Naturalmente, accade che lo Scrittore Darwiniano nella stesura del testo introduca frasi originali, cioè, scritte di suo pugno – che inserisce per integrare, legare e fluidificare il processo logico descrittivo, sotteso. Nell’ambito della scrittura darwiniana, quest’ultime non son altro che quelle famose “mutazioni ” a cui la stessa teoria evoluzionista fa normalmente riferimento.

Com’è che, successivamente, mi ha fatto notar l’amico Donatello Bianco – da lungo tempo addentro ed esperto di informatica “in uso” – esistono almeno due piani in cui tal processo è osservabile. Il primo, molecolare, dove l’unità di misura è la parola, il vocabolo (molto più in voga all’alba dell’era informatica). Il secondo, macromolecolare, adottato più di recente, in cui entrano in gioco intere frasi se non, addirittura, paragrafi.

In qualche modo, sembra che con l’evolversi delle interfacce operative (gli editor) si evolvano, parallelamente, le modalità con le quali il Darwinian Writer opera. Accade così che mentre in passato si usasse la combinazione di elementi atomici del linguaggio, ora ci si sia spostati su di un livello proteico dello stesso e, in altre parole, cambiando il “Building Block” di riferimento, si passati dalla chimica alla biologia della composizione letteraria, integrandole fra loro.

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Comunque sia, una volta maturata tal definizione e convinzione, e constatatane sia la significatività intellettuale che la veridicità popolare son giunto alla conclusione, anche grazie alle stimolanti conversazioni in cui spesso m’intrattengo con Andrea Gabriele, che tal processo e l’equivalente definizione potevano esser estese a qualsiasi dominio della composizione (o della creatività, se mi viene passato il termine) che l’uomo moderno mette e metterà in atto, nel futuro.

Oltre che per la scrittura, difatti, questo metodo procedurale viene applicato anche alla composizione musicale (un esempio è la composizione di ciò che chiamiamo remixes, esplosi nel 1999 con le vendite del remix di un successo di Bob Marley, “Sun is shining” fatto da [Funkstar De Luxe] e che oggi son alla base di quasi tutta la produzione Pop), alle video produzioni (i diversi video-remix, che in Italia divennero famosi grazie ad una trasmissione televisiva, prodotta nel 1988 e chiamata Blob e che oggi attraverso YouTube toccano un autentico picco su scala globale), alla grafica (pubblicitaria o artistica) e, in breve, alla totalità delle composizioni creative che vengono sviluppate su supporti digitali. Praticamente tutte. Ovviamente, l’uso di tal metodologia si è particolarmente affermato in tutte quelle forme di creazione che nascono in ambito informatico stesso e che per lor natura assumono nuove e svariate connotazioni. Ad esempio per gli slideshows, nella programmazione di software, nella creazione di prodotti e presentazioni multimediali, ecc. ecc.

Da quest’ultima considerazione nacque spontaneamente la necessità di definire la Composizione Darwiniana, e conseguentemente il Darwinian Composer, (ri)collocando all’interno di un unico paradigma un metodo dotato di precise caratteristiche, specifiche peculiarità ed applicato ad una tale molteplicità di discipline (e, di conseguenza, di autori) che reclamava l’impellenza e la necessità d’essere reso visibile e riconoscibile, per cui esplicito, lecito e, soprattutto, legittimo.

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A qualcuno, probabilmente, verrà da obiettare che la combinazione e la manipolazione di testi, musica ed altre forme espressive – malgrado fosse fatta “a mano” o “a memoria” – è sempre stata parte integrante del metodo compositivo umano. Io, al contrario, ho ragione di credere che il metodo informatico del Copy&Paste, oltre a fondarsi su un diverso stile cognitivo ed esser servito da un’impareggiabile immediatezza motoria (per esempio, il Drag&Drop) , offra delle potenzialità inespresse ed inesprimibili, in passato. Il Taglia&Incolla sembra estremizzare la tecnica del “clonaggio” imprimendole la forza, la massa critica, necessaria per trasformare un fatto quantitativo in uno qualitativo.

Ad altri, sorgerà il dubbio che tal processo porti, per sua implicita natura, all’esporsi ad una deriva (genetica) della creatività umana. Io, non solo non credo che tal meccanismo riduca veramente il numero di potenziali combinazioni a disposizione dell’umanità ma, viceversa, penso che alcune menti particolarmente creative potranno finalmente accedere a bacini sintattici e semantici (in ambito linguistico, acustico, ecc.) a cui – per diverse ragioni – non avrebbero mai potuto aspirare, riuscendo così ad arricchire attraverso elaborazioni originali ed innovative il mondo delle idee.

Addirittura, mi viene il dubbio che tal processo inneschi (anche in virtù della sua potenziale e reale multimedialità) nuove forme di composizione. Una cosiddetta avanguardia. Difatti, desidero concludere segnalando la tutt’altro che remota possibilità che tal metodo, tutto sommato non troppo difficile da codificare e decodificare, venga replicato ed applicato tout-court nell’ambito dell’A.I., ed in buona parte già sta accadendo, dando così vita a reali ” Compositori Darwiniani Artificiali “.

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A tal proposito, segnalo un primo significativo esempio (non tanto in termini di A.I. quanto d’impatto sui media) di Artificial Darwinian Writer: il software realizzato dal docente di marketing Philip M. Parker, che ha permesso al suo autore di pubblicare circa 85.000 titoli, in cinque anni. 


www.saul.unisi.it/disco/persona.php?id=22

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http://faculty.insead.edu/parker/resume/personal.htm

www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scienza_e_tecnologia/macchina-libri/macchina-libri/macchina-libri.html

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