Scrive Debord nel 1967: “le avanguardie hanno un unico tempo e la fortuna più grande che possono avere è, nel senso pieno del termine, quella di fare il loro tempo.” Vincitori del Premio Scenario 2007 con l’ultima opera teatrale Made in Italy , i Babilonia Teatri si affacciano nella scena performativa italiana occupando di diritto la post-avanguardia scenica partendo dal nord-est; e da Verona nasce un gruppo giovane intorno a un’idea di messa in scena che parla della guerra in Iraq, per un teatro diverso che guarda al contemporaneo.

Nel 2006 sono finalisti al Premio Scenario Infanzia con Panopticon Frankenstein, ideato da Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, fondatori, registi e performer della Compagnia, e già qui, partendo dal risultato del lavoro svolto all’interno del carcere veronese di Montorio, riescono ad arrivare dritti al cuore degli adolescenti specchiati e trasfigurati senza ipocrisie nei duri temi del sociale.

” Un attore accoglie il pubblico: è una figura ammaliante, seducente, provocante. La musica è assordante, violentemente techno, le luci psichedeliche e disorientanti. I ragazzi sono invitati a disporsi in cerchio attorno ad una struttura-torre a più piani, perno dello spettacolo. L’attore è il guardiano della torre. Balla e sorveglia. Si mostra e rassicura. […] Il pubblico è ai suoi piedi. È sotto tiro. Sotto tiro anche le tre pedane-celle disposte ai tre angoli del triangolo inscritto nel cerchio formato dai ragazzi. Balla. Canta. Provoca il pubblico. La torre allora non è più solo una gabbia da discoteca: è la torre centrale del Panopticon, il carcere a pianta circolare progettato da Bentham.[…] È la cabina di regia di molti reality show. È un mostro. È artificiale come il mostro. Artificiale come la vita in un carcere. […] Altra cella: la storia vera di Beauty, un’ex detenuta con cui abbiamo lavorato per due anni, scappata da una terra dove veniva cresciuta come una serva per ritrovarsi in una dove ad accoglierla ha trovato la strada prima e il carcere poi. Altra: la storia di Badre, dei suoi 21 anni e dei suoi 5 compleanni trascorsi in carcere: ancora una voce di un detenuto e il corpo di un attore.[…] L’uomo della torre, telecamera alla mano, inizia a filmare la gente del pubblico che viene proiettata nelle celle. Sulla torre e in ogni dove. Un alternarsi di carrellate veloci e zoom strettissimi. Musica assordante. Luci isteriche.” (da Premio Scenario Infanzia 2006)

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Arriva poi uno spettacolo che fotografa la situazione incerta e subdola del precariato, Underwork, dove la scena si sviluppa su due binari paralleli: quello del dolce far niente simboleggiato da vasche da bagno e quello del recitato incisivo, quasi rabbioso, diretto, oramai senza quasi più speranza. Da una parte quindi la musica di Liza Minelli nel celebre duetto della canzone Money, dall’altro, in contrapposizione, un recitato scarno ma incisivo, con gli attori sulla scena in piedi con lo sguardo fisso su di un punto, recitanti frasi minimali ma dirette: ” siamo al verde / verde speranza / verde rabbia / verde muffa / bianco rosso e verdone “. Poesia senza rima, situazione paradossale ma veritiera, ironia drammatica ed impotenza moderna. E allora via, si inizia con i tre protagonisti in piedi come robot-soldati di un esercito ripetendo una cantilena quasi per convincersi e convincere. la simultaneità è ottima cosi come la serietà fisica e psichica: tutta una serie di frasi in cui le parole “lavoro”, “sotto” o “scarico” hanno un peso sociale enorme, così come “parassita” o “piaga”; per fortuna la musica che alleggerisce il tutto, con il balletto che porta alla vasche del benessere. Nuotate nell’acqua e dolci sensazioni.

I tre festeggiano con Champagne e bicchieri, intermittenti fra la parola da commilitone esaurito e vacanze esasperate. Ritmo frenetico. E grande è la mescolanza intelligente del doppio senso e dello storico-ironico come “il sessantotto – l’asino cotto” o “la piazza piena – i coglioni pieni” , senza pensarci due volte; discorso crudele ed infame, a casa nostra o in un palco, il quotidiano che ci ipnotizza facendoci incazzare sino al ridicolo. Urlano la verità, la nostra quotidianità, le leggi dentro alla vasche che sembrano ancor più prenderci in giro. Sdrammatizzare? No, misero e faceto, sarcasticamente adirato. All’improvviso cadono dall’alto monete come salvatrici, la corsa per raccoglierle, la canzone Money detta i passi della coreografia che diverte mentre in secondo piano avviene un singolare annaffiamento. Fine scena. Si ricomincia con un altro monologo, questa volta con i cinesi, lo studio, curriculum e “le faccio sapere”: la laurea ed ingredienti per cocktail-bomba, e ancora il problema dei musi gialli interrotto da un si può dare di più… Si arriva al telefono ed inizia un andare e venire, un intreccio, un correre e parlare al telefono fra calze dell’acqua e vasche sino alla scena in cui Babbo Natale (il quarto attore) entra con le note di due flauti ad esaudire desideri improbabili. Entrano galline, se ne vanno, e dalle vasche come zombi si alzano i tre performer totalmente bagnati ad urlare ancora, ininterrottamente questa volta; cade una zucca, si spezza e si mettono a mangiare con tovaglioli e forchette. Applausi.

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Eccoci a Made in Italy che andrà in scena a Bologna – Teatri di Vita – il 6 e 7 Marzo e a San Lazzaro di Savena – Teatro ITC – l’8 marzo per poi presentarsi a Pescara – Florian Teatro – il 14 marzo, a Pesaro – Teatro Rossigni – il 15 marzo , a Udine – CSS Teatro Palamostre – il 20 di marzo ed il 22 al Teatro della Tosse a Genova. Tour che continuerà fino a maggio.

Spettacolo questo che ha vinto il Premio Scenario 2007 con questa motivazione della giuria presieduta dalla regista Roberta Torre: ” Il Nord Est italiano ritratto come fabbrica di pregiudizi, volgarità e ipocrisia; straordinario produttore di luoghi comuni sciorinati come litanie, e di modelli famigliari ispirati al presepe ma pervasi da idoli mediatici, intolleranza, fanatismo. […] Strutture verbali semplici ma efficacissime fanno sbottare il riso e la percezione del non senso, in un lavoro che coniuga sapientemente stilizzazione interpretativa e parossismo gestuale. Con un ritratto spietato delle “sacrosante” manifestazioni del tifo calcistico e delle telecronache enfatiche e patriottarde, normalmente rese impercettibili dalla generale assuefazione. Un lavoro dove si infrangono con sagacia e leggerezza tabù e divieti, per rilanciare anche il teatro oltre gli schemi e i conformismi.”

Made in italy non racconta una storia. Affronta in modo ironico, caustico e dissacrante le contraddizioni del nostro tempo. Lo spettacolo procede per accumulo. Fotografa, condensa e fagocita quello che ci circonda: i continui messaggi che ci arrivano, il bisogno di catalogare, sistemare, ordinare tutto. Procede per accostamenti, intersezioni, spostamenti di senso. Le scene non iniziano e non finiscono. Vengono continuamente interrotte. Morsicate. Le immagini e le parole nascono e muoiono di continuo. Gli attori non recitano. La musica è sempre presente e detta la logica con cui le cose accadono. Come in un video-clip. Made in italy è un groviglio di parole. E’ un groviglio di tubi luminosi. E’ un groviglio di icone. Per un teatro pop. Per un teatro rock. Per un teatro punk. Un teatro carico di input e di immagini: sovrabbondante di suggestioni, ma privo di soluzioni. (da Made in Italy, Babilonia Teatri, 2007)

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Questo è il nuovo Teatro Italiano, vivo più che mai, evoluto più che mai, ricominciando dalla provincia, in questo caso da Isola Rizza, Verona. Ma potrei fare mille esempi di Compagnie-Revolution della “nuova ondata” nate nei piccoli centri, nelle chiese sconsacrate, nei ripostigli sottocasa o in teatri di paese dove, fra passione e competenza, si va alla conquista non dell’Italia ma del mondo; siamo italiani, adattarci è la nostra forza, sbalordire la nostra contiguità. I Babilonia non hanno paura, non hanno reticenze, anzi il loro è sconfinamento e mescolamento, orizzonte e riflessioni, rottura e provocazione, apertura e poi recupero. Made in Italy è monologo e discussione, conferenza e trattazione, forse predica e “presunzione”; ma tutto ha una logica, dalla posizione dei corpi in scena alla cadenza del parlato, dalla scenografia al palpito di Valeria ed Enrico.

Tutto scorre liscio quando i due prorompono che noi abbiamo un Papa ma anche la bestemmia universale, dal croato al russo, quando parlano il “loro” dialetto nordico per disprezzare immigrati, quando vanno a prendere una pizza, quando si mettono nei panni della intolleranza e del razzismo… Marocchino di Merda o Dio Can. Nuova scena. Rifacimento della Natività, Bambin Gesù e Stella Cometa. Musica pop e corpi che ballano, leccano, si toccano il grembo ed il sesso, e qui Enrico da tutto…maschera senza costume, giocoliere moderno, drammaturgo gentiluomo. Riecco i due come davanti ad una esecuzione, luce in faccia, nome e cognome, A.A.A. cercasi, italiano o padano, sesso virtuale, terroni o contadini, lasciatemi cantare una canzone piano piano, buongiorno Italia, buongiorno Maria . Davanti un luminoso perimetro italiano scendono pezzi di carta bianchi, rossi e verdi, Campioni del Mondo, ed Enrico che esulta, funambolo del palco, si spoglia, mattatore esausto che si distende mentre Valeria spazza per terra. Fine.

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I Babilonia Teatri sono parte integrante ed essenziale di questa “nuova ondata” o post-avanguardia scenica, ed il loro lavoro diventa specchio e anima delle persone, della vita; è l’autoritratto del potere ed ideologia per eccellenza. E’ l’astrazione generalizzata della società attuale dove lo spettacolo è “accumulazione e dominazione che diventa un’immagine”, diventa rappresentazione, imperialismo e capitale messe a nudo in Underwork cosi come in Made in Italy: “L’intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. Lo spettacolo si presenta nello stesso tempo come la società stessa, come parte della società, e come strumento di unificazione. In quanto parte della società, esso è espressamente il settore più tipico che concentra ogni sguardo e ogni coscienza.[…] Ma lo spettacolo non è identificabile con il semplice sguardo, anche se combinato con l’ascolto. Esso è ciò che sfugge all’attività degli uomini, alla riconsiderazione e alla correzione della loro opera. E’ il contrario del dialogo. Dovunque c’è una rappresentazione indipendente, là lo spettacolo si ricostituisce.” (Guy-Ernest Debord , La Société du Spectacle, 1967) 


 

www.babiloniateatri.it

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