Uno delle caratteristiche più potenti del linguaggio cinematografico è quello di richiamare i meccanismi immaginativi del sogno, stimolare associazioni, evocare atmosfere nelle quali immergersi oltrepassando la logica, lasciar parlare soltanto le immagini abbandonando la parola.

Questa forza del cinema era ben nota ad esempio ai surrealisti, che su questo potenziale costruirono le proprie allegorie dell’inconscio e della follia, agli autori del cinema astratto, che costruivano magari un racconto, ma scritto su una sintassi di forme e colori. Esempi noti nei quali l’occhio della macchina da presa riusciva a distillare dal materiale filmato una realtà altra, più vicina all’esperienza del sogno appunto che a vissuto quotidiano. L’uso del linguaggio per creare, piuttosto che riprodurre o registrare. Questo filone onirico, che agli esordi della settima arte era così forte e presente, è stato nel tempo surclassato dalle regole universalmente condivise del cinema narrativo, sopravvivendo però in alcuni geni della pellicola, o insinuandosi nei percorsi della video arte e dell’audiovideo digitale, che sulla narrazione esplosa in accordo col suono hanno costruito i propri linguaggi e metodi.

Parlare del cinema e del sogno viene istintivo volendo introdurre l’artista, video maker e vj italiano Virgilio Villoresi, perché tutti in tutti i suoi lavori si respira un’atmosfera che odora di cinema e di sogno. Virgilio opera nel proprio lavoro una rara compenetrazione di sperimentazione quasi artigianale delle tecniche di creazione audiovisiva, la conoscenza della storia, che non è pura erudizione ma consapevolezza di un linguaggio osservato e fatto proprio, unite insieme dal filo della ricchezza immaginativa, dalla capacità di inventare atmosfere e saperle proiettare fuori di se.

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Nei video, realizzati per la maggior parte in stop motion, come in ogni sogno il gioco, elementi ed oggetti dell’infanzia e una serpeggiante inquietudine declinata in ironia: come in Frigidaire, realizzato in collaborazione con Vivì Ponti, nel video clip per Populos, un collage di geometrie a due dimensioni di forme che si scompongono e ricompongono raccontando una favola senza lieto fine; o come in uno dei suo lavori più recenti, il video clip The Rain, ideato per la voce di Lou Rhodes e nato dalla collaborazione con Ericailcane, altro autore italiano dall’immaginario fiabescamente noire .

Nei set live è invece la tecnica del found footage a fornire un metodo attraverso il quale Virgilio estrapola, taglia e seleziona piccoli saggi colti dalla storia del cinema, come nel bellissimo live con il musicista Oto, per il quale compone loop mettendo in scena un carillon di forme, luci e colori evocate dal sogno.

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Claudia D’Alonzo: Mi parli del tuo ultimo lavoro, il video The rain? Come nasce la collaborazione fra te, Ericailcane e Lou Rhodes ?

Virgilio Villoresi: La Filmmaster clip contattò Ericailcane per il videoclip…in realtà io dovevo partecipare al video solo in qualità di assistente tecnico d’animazione. Ma durante la lavorazione si è creata una sinergia particolare tra me e quel geniaccio di Leonardo (Erica il Cane) e cosi ho collaborato anche alla regia. Il video è stato girato tutto in stop-motion con i pupazzi e le scenografie di Leonardo senza l’aiuto di alcun effetto digitale. E’ un lavoro oggettuale in passo-uno. Abbiamo anche deciso di non usare il chorma key e di ricostruire tutto sul set per mantenere autentica la magia che si respira nel videoclip.

Claudia D’Alonzo: Com’è nato invece il progetto del bellissimo live con Oto?

Virgilio Villoresi: Io e Marco Puccini fondammo il progetto OTO all’incirca nel 2005 a Firenze. All’inizio era solo una collaborazione audio legata al glitch,idm,elettronica, poi le nostre strade si sono divise per vari motivi anche se in realtà tra noi c’era (e c’è) un grande legame creativo. Adesso lui si occupa dell’audio e io dell’immagine in movimento durante i live.

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Claudia D’Alonzo: Come hai “costruito” questo live: si tratta di materiale di found footage o sono immagini tue? Come le hai realizzate?

Virgilio Villoresi: Più che altro found footage. Ci sono anche immagini che estrapolo da miei vecchi lavori realizzati sempre a passo-uno: quelli realizzati da solo, quelli con la sublime illustratrice e stilista Vivì Ponti e quelli più visionari con il bravo disegnatore Mateo Rivano. Il found footage (ovvero proiezione di materiale già esistente) mi permette di cambiare totalmente il materiale in ogni live, anche a distanza di pochi giorni. Questo mi da molti stimoli ed idee.

Considero il plagio e il found footage, proposto in modo intelligente, una forma d’arte molto alta e raffinata. Richiede un grande lavoro di appassionata ricerca. In questo periodo, ad esempio, mi sto dedicando alla ricerca di vecchie pellicole super 8 o 16mm che acquisto in mercatini dell’usato o sul web. Ci sono delle immagini straordinarie di improvvisati registi amatori o film di famiglia…è molto interessante riproporre queste pellicole (ovviamente telecinemate, digitalizzate per la proiezione da computer) e creare dei montaggi in modo da costruire un tuo film con immagini già esistenti ma dimenticate senza che nessuno versasse una lacrima per esse.

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Claudia D’Alonzo: Recentemente so che stai realizzando delle performance utilizzando i laser. Mi parli di come lavori con la luce?

Virgilio Villoresi: “Ni1”. Questo è il nome del progetto nato dopo l’acquisto di un proiettore laser. Oltre a me ci sono Giosuè Russo e Piero Fragola. Giosuè si occupa della programmazione e insieme diamo le coordinate all’eventuale istallazione. Si tratta di un progetto molto complesso e interessante che ha enormi potenzialità. Il laser ha una duttilità molto vasta e riesce a creare una forma visiva molto coinvolgente ed emotiva grazie alla sua “quadrimensionalità”.

Claudia D’Alonzo: Immagino che per te ci siano degli autori di riferimento nella storia del cinema e del video. Quali consideri importanti per il tuo lavoro e quali aspetti del tuo modo di “fare video” hanno influenzato?

Virgilio Villoresi: Norman Mclaren sopra ogni cosa. Lui è riuscito a trasmettere ironia al cinema astratto e sperimentale che molte volte (anche adesso) si prende troppo sul serio. Io vorrei continuare nella tradizione della “abstract-comedy” che hanno inaugurato Mclaren e Len Lye, in futuro anche usando attori in carne ed ossa.

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Claudia D’Alonzo: Sia nei video che nei tuoi live sembra ci sia sempre una dimensione narrativa, pur non raccontando una storia sono le forme che mutando l’una dall’altra tessono un percorso. In che modo crei questo racconto per immagini?

Virgilio Villoresi: Con la ripetizione di elementi astratti o figurativi in movimento. Nel momento in cui fai ripetere dei movimenti o semplicemente delle figure durante un video o un live, e poi le riproponi dopo un certo periodo di tempo sempre all’interno dello stesso video o live, crei una narrazione astratta, una storia.

Claudia D’Alonzo: Se potessi lavorare con un video maker o con un video artista del passato con cui collaborare chi sceglieresti e che video ti piacerebbe fare?

Virgilio Villoresi: Penso con Kenneth Anger, per scoprire la magia che si cela dietro la sua macchina da presa. Quei film oltre ad essere straordinari a livello visivo hanno qualcosa di magico…sarebbe un punto di arrivo per me scoprire la radice di quelle immagini, di quelle atmosfere, di quell’alchimia. 


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