Il 15 gennaio 2008, la Columbia Journalism Review (CJR) ha annunciato il progetto The Observatory, un nuovo osservatorio sulla copertura informativa della scienza e dell’ambiente nel mondo giornalistico.

Come è intuibile, lo scopo è quello di soddisfare il bisogno di un giornalismo che tratti i temi della scienza in modo credibile, informativo e indipendente. Risulta invece molto originale la presa di posizione e la disponibilità al confronto da parte della rivista con i nuovi mezzi informativi, quali i magazine digitali e i blog sul tema delle news scientifiche (viene citato il blog magazine Gristmill, la community di Scienceblogs.com, il Knight Science Journalism Tracker e ovviamente il blog del The New York Times Dot Earth). Una rete, quella di Internet e delle mobile technologies, che secondo la CJR è stata troppo contaminata dalle traiettorie industriali di lobby attraverso l’informazione, a scapito della valorizzazione dei metodi di verifica ed evidenza che dovrebbero contraddistinguere la scienza. Lo scopo dell’osservatorio della Columbia Journalism Review si tradurrebbe concretamente quindi nello smascherare, attraverso delle news di alta qualità, i falsi allarmismi, i bilanci scientifici inesatti, le rappresentazioni errate degli esperimenti , rivelare la portata delle questioni in gioco e le priorità discusse dall’opinione pubblica.

L’osservatorio è uno degli ultimi prodotti di un processo di trasformazione della comunicazione scientifica che il sociologo della scienza Massimiano Bucchi ha appropriatamente denominato di “metamorfosi scientifica”. Nel suo testo Journalism, Science and Society: Science Communication Between News and Public Relations, scritto in collaborazione con Martin Bauer, Bucchi mette in evidenza come la comunicazione della scienza sia mutata radicalmente negli ultimi anni. Questo mutamento è imputabile allo sviluppo tecnologico ed organizzativo del mondo giornalistico, ma anche ad un enorme sviluppo di attività di pubbliche relazioni delle istituzioni di ricerca. E’ aumentato in questo modo il contatto tra la ricerca e il mondo dei media, sia per un interesse maggiore verso i temi della scienza da parte dell’opinione pubblica, sia, in un modello circolare, per una sensibilità maggiore da parte di politici e finanziatori per le attività scientifiche.

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Bucchi e Bauer riportano casi di appalto di pagine giornalistiche a uffici stampa locali di università, denunciando quindi l’assenza di critica da parte di un giornalismo che non si fa più filtro e interprete delle informazioni (il famoso ruolo di Watchdog Role of the Media di Jacques Ellul), ma solo vetrina di news.

L’irrompere massiccio dei temi scientifici nel giornalismo, trasforma non solo il giornalismo, ma ovviamente anche la comunicazione interna delle ricerche scientifiche. Come afferma ancora Bucchi, sono soprattutto le nuove tecnologie comunicative che hanno scompigliato “la tradizionale sequenza lineare: ricerca, discussione informale tra colleghi, pubblicazione specialistica ufficiale, comunicazione ai policy makers, assorbimento attraverso la manualistica, divulgazione al grande pubblico.”

Questa linearità viene ora riassemblata e molto spesso il grande pubblico viene a conoscenza delle criticità specifiche di alcune ricerche prima che esse vengano effettivamente discusse e chiarite, se ciò è possibile, dagli specialisti. Intere ricerche hanno adattato la loro comunicazione al ritmo del mondo giornalistico del news-making: meglio annunci (entusiasti) di piccole scoperte con la promesse di un obiettivo finale, che piuttosto discussioni aperte e complesse e toni prudenti, dovuti magari a insuccessi.

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Tuttavia Bucchi e Bauer rimangono sul versante delle denunce di criticità del sistema e non varcano la soglia del campo propositivo. A questo proposito risultano molto utili le indicazioni fornite da Robert Frodeman e da Carl Mitcham nell’articolo New Directions in Interdisciplinarity: Broad, Deep, and Critical , apparso sul Bulletin of Science, Technology & Society (Dicembre 2007). Secondo gli autori, lo scenario comunicativo della scienza segue la tendenze di altri linguaggi scientifici: la complessità della produzione cognitiva attuale presenta la tendenza ad invadere diversi livelli dei sistemi istituzionalizzati. Poiché i temi in questione sono di capitale importanza per tutta l’umanità (guerre, povertà, sovracrescita demografica, contaminazione dell’ambiente, ecc.) essa richiede un nuovo tipo di interdisciplinarità che ha come obiettivo la promozione di visioni generali, ma allo stesso tempo deve essere capace di integrare conoscenze disciplinari (e regionali) diverse.

E’ questo un concetto innovativo di interdisciplinarità, non più in opposizione alla “disciplinarità”, ma complementare ad essa, in una funzione di arginamento (di sovrapproduzione) e sintesi. Un lavoro fondamentale in questa direzione è Interdisciplinarity History, Theory, and Practice (1990) di Julie T. Klein, ma per i nuovi sviluppi anche Human Sciences: Reappraising the Humanities through History and Philosophy (2000) di Jens Høyrup. Le nuove forme di interdisciplinarità offrono l’occasione di superare i limiti politici delle conoscenze disciplinari verso un obiettivo più solido di pertinenza dei bisogni sociali. Lo scopo è superare i problemi di sostentamento dei soli progetti che intercettano (o stimolano) i bisogni della comunità egemonica; il proseguimento di quei progetti ormai arrestati ideologicamente da limiti inviolabili; la riapertura del dialogo su ricerche eccessivamente occupate da posizioni religiose ed etiche diventate dogmatiche.

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Come nel caso dell’ottima Encyclopedia of Science, Technology, and Ethics del 2005 (curatore Carl Mitcham), la conoscenza deve essere co-costruita attraverso la discussione di valori etico-scientifici applicati al mondo della tecnoscienza; tali valori non devono solo essere ripescati o formulati, ma devono essere “pertinenti” cioè applicati a questioni di giustizia sociale e ambientale, di libertà e responsabilità umana, in una sintesi operativa. La matrice della comunicazione, occorre ripeterlo, deve prevedere i due assi orizzontali e verticali: sul primo le diverse scienze disciplinari, sul secondo i contesti delle sedi accademiche, i settori pubblici e quelli privati e le comunità di stakeholder. 


www.cjr.org/the_observatory/cjrlaunches_the_observatory.php

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