Succede in Italia un fatto strano, quasi inspiegabile per chi non conosca o conosca poco la storia del nostro paese: che la nostra cultura, complessivamente, sia distaccata, in ritardo, poco consapevole, a volte addirittura viaggi in direzione opposta rispetto alle grandi correnti culturali del resto del mondo.

Ciò avviene anche se le persone e le forze impegnate nei settori più avanzati e rilevanti non sono poi così minori di numero, e il loro lavoro non è poi di qualità così inferiore, rispetto a quelle di altri paesi. Semplicemente, l’attività di queste persone e di queste forze, sono molto più ignorate (rispetto all’estero) dai vari sottosistemi della cultura italiana: università, imprese, editoria, televisioni, giornali e media in generale. Faccio questa considerazione in margine al convegno “Ricerca e futuro: arte, tecnologia e coscienza – scenari dell’arte tecnoetica 2007” , che si è tenuto al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato dal 7 al 9 dicembre del 2007.

Sia chiaro, non è una lamentela né una recriminazione: se il convegno non ha richiamato grandi folle di pubblico, né ha avuto un’eco adeguata sui media, può anche darsi che una parte della responsabilità vada addebitata agli organizzatori che non hanno saputo farsi abbastanza “pubblicità”. Ma continuo a essere convinto che le ragioni siano più di fondo. Un pubblico, attento e desideroso di sapere, per le arti basate sulla tecnologia e i nuovi media, in Italia c’è: ne fa fede il successo che hanno a Milano le conferenze della serie “Meet the Media Guru” organizzate alla Mediateca Santa Teresa da MGM Communication. Ma questi sono incontri incentrati su grandi personaggi internazionali, da John Maeda a Lev Manovich a Golan Levin (per dire solo alcune delle ultime star della cultura digitale) che presentano un riassunto, il più possibile spettacolarizzato, del proprio lavoro.

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La cifra del convegno di Prato era diversa, più sottile e partecipativa: si voleva cercare di costruire un confronto tra la ricerca italiana sulla cultura digitale e quella di altri paesi, utilizzando la presenza in Italia (non usuale) di due gruppi di ricercatori facenti capo al Planetary Collegium di Plymouth, l’istituzione fondata e diretta da Roy Ascott. L’idea era infatti partita dal M-Node, la filiale milanese del Planetary Collegium diretta da Francesco Monico e (per la parte didattica) da me. Monico ha poi coinvolto nel percorso che ha portato al convegno la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano, l’ISIA di Firenze (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, la più brillante scuola statale di design) e l’Accademia di Belle Arti di Carrara, in cui è presente una Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte. Mancava l’omonima scuola dell’Accademia di Brera, la prima in Italia di questo genere, ma si sa che (sia detto senza malizia) a Milano a volte i rapporti fra l’Accademia statale più famosa d’Italia e una delle più ambiziose accademie private non sono facili.

Per fare il punto sulla situazione dei rapporti fra arte e tecnologia nelle sue varie sfaccettature (arte digitale ed elettronica, bioarte, attivismo artistico, arte robotica, arte mediale etc.) si confrontavano quindi i ricercatori di Plymouth, che sotto la guida di Roy Ascott stanno completando i loro studi di dottorato, con quelli del M-Node di Milano (in buona parte stranieri) e una folta rappresentanza di artisti e ricercatori italiani del campo. È riuscito il confronto? Certo, un convegno di un giorno non può pretendere né di risolvere problemi e forse neppure di operare tutte le connessioni che sarebbero possibili e auspicabili. Tuttavia mi sento di affermare che il quadro della ricerca in questo campo è emerso più ampio, più complesso, più promettente di quanto forse ci si sarebbe aspettati: ma anche più contraddittorio.

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Sullo sfondo, c’era naturalmente l’impostazione che Roy Ascott ha dato ai problemi dell’arte tecnologica, e che si riassumono soprattutto in due formule: l’arte “technoetica” e i “moistmedia”. Il termine “tecnoetica”, bisogna dire, non è dei più felici. Con esso Ascott intende sottolineare un aspetto molto importante della ricerca artistica contemporanea, cioè la sua dimensione cognitiva, e il fatto che questa dimensione sia oggi prevalentemente mediata dalle tecnologie: “technoetics” è infatti una contrazione di “techno” + “noetics”, dal greco “nous”, mente. Ma non si può evitare che, in inglese come in italiano, il termine appaia invece come una giustapposizione di “techno” + “etics”, e quindi rimandi a un’etica della tecnologia.

Sui “moist media”, al contrario, non è possibile l’equivoco: è un modo particolarmente incisivo di sottolineare l’intreccio sempre più stretto che si sta creando fra i processi informatici, astratti, logici e discreti (l’asciutto, il dry), e quelli biologici, organici, continui (il bagnato, il wet). Ed ecco quindi che la dimensione del moist, dell’umido, emerge come la vera sconvolgente novità di questi anni nella ricerca artistica: rassicurante per un verso – in quanto garantisce che la preponderanza dell’informatica non elimini affatto la dimensione dell’organico, del vissuto, insomma la presenza del corpo – inquietante per un altro – perché sancisce che il terremoto che sta sconvolgendo il terreno dell’identità e delle autorappresentazioni umane non si fermerà, e che anzi la dimensione dell’ ibrido è destinata a diventare l’unica possibile certezza degli anni a venire.

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Non tutto torna in questo discorso. La dimensione del postumano, ineliminabile in questo contesto, si tinge a volte di oltranzismo superomistico nelle pur interessanti posizioni della corrente “transumanista”, efficacemente presentate al convegno da Natasha Vita-More. Una certa predisposizione al misticismo si infiltra ogni tanto anche nelle ricerche più avvertite, come la Tafkav di Francesco Monico (ampiamente presentata nel numero scorso di Digimag), trovando sponda peraltro anche in certe formulazioni di Ascott. Ma sono tutti indizi di una ricchezza e di una complessità della ricerca contemporanea, che non si può ingabbiare in nessun discorso precostituito (e tantomeno ideologico).

Ricchezza di cui testimoniano (cito solo alcuni degli interventi che mi hanno colpito di più, senza alcun pregiudizio per i forzatamente esclusi) le ricerche per esempio di un database che coniughi la metodologia della ricerca sociale con l’emergenza di nuovi soggetti urbani, nell'”urbanismo dissipativo” di Wolfgang Fiel; o gli interventi in Second Life di Elif Ayter e Simona Caraceni, che mostrano come si possano attivare in quel mondo virtuale dei progetti capaci di sfuggire alla paralizzante alternativa tra la vacua spettacolarizzazione e la stanca riproposizione di eventi e attività della vita reale; oppure ancora la riflessione e i progetti di Laura Beloff sul tema del wearable computer e degli indumenti intelligenti e interattivi (sullo stesso tema la ricerca, ancora agli inizi, di Natacha Roussel); infine, la sperimentazione di una dimensione orgiastica e di un “corpo indisciplinato” nell’attività della danzatrice Isabelle Choiniere.

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Tommaso Tozzi, dal canto suo, ha tentato, come è spesso nella sua cifra, di riassumere le caratteristiche fondamentali di un’arte “attivistica”, plurale e collettiva, ben rappresentata anche dai progetti interattivi a bassa tecnologia di Giacomo Verde. Mario Canali ha riassunto i presupposti e le dimensioni sincretiche (scientifiche e olistiche) del suo lavoro. Antonio Glessi ha presentato con l’understatement che gli è congeniale alcune acute riflessioni sulle ultime tendenze della rete, corredandole di una geografia concettuale di Internet che fa giustizia delle sparate propagandistiche delle aziende del cosiddetto Web 2.0.

Il confronto e il lavoro individuale e comune proseguiranno la prossima estate in un convegno a Vienna, di cui speriamo di darvi ulteriore notizia. 


www.m-node.com/

http://summit.planetary-collegium.net/abstracts.html

www.natasha.cc/

www.saunalahti.fi/~off/off/

www.hackerart.org/

www.verdegiac.org/

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