Il noto scrittore Philip K. Dick, usava l’espressione di androide, in contrapposizione al termine umano, non tanto per indicare entità artifiliali ma, in funzione di metafora.

Nella sua risflessione sulla natura dell’umano, Dick intuisce l’impossibilità di accettare una definizione pura del vivente in quanto contrapposto al non vivente, così egli si convince progressivamente che l’umano non può più essere definito in relazione a una ontologia, ma solo a un modo di essere nel mondo. Nei suoi libri capita di imbattersi in esseri che, mentre sono del tutto umani dal punto di vista biologico, hanno un’anima androide, nel senso che appaiono incapaci di provare qualsiasi sentimento.

Lo scrittore durante una delle sue speculazioni si chiede come sia possibile negare l’umanità di una sofisticatissima macchina intelligente, nel momento in cui questa interrompe le sue abituali occupazioni per accorrere in nostro soccorso. In tal caso, egli risponde: “finirete per attribuirle, pieni di riconoscenza, un carattere umano che a un’analisi dei suoi transistor e relé risulterebbe indimostrabile”. Quindi conclude: “Uno scienziato che cercasse tra i circuiti di tale macchina la fonte di un simile sentimento umano non sarebbe diverso da uno dei nostri seri scienziati che dopo aver tentato invano di localizzare l’anima nell’uomo, incapace di individuare un organo specifico situato in un punto determinato, decidesse di respingere la tesi secondo cui noi avremmo un’anima”. Questa riflessione sembra mettere in luce come la capacità di provare emozioni, in questo caso la nobile pietà per un essere in difficoltà, sia la caratteristica che distingue l’umano dalle altre forme di vita, in questa prerogativa Dick identifica il principio immateriale dell’anima.

Molti ritengono che l’aspetto che renderà immortale l’opera di Dick risieda nei suoi ritratti, intimamente resi, dell’essere umano. I suoi personaggi sono effettivamente gli opposti assoluti dei supereroi della fantascienza classica, essi sono eroi in una modalità del tutto insolita, ovvero non in virtù della loro forza bruta e nemmeno della propria astuzia, bensì perchè essi, pur lottano con malesseri psichici, povertà, droghe e pervasive istituzioni, mostrano una delle più nobili emozioni umane: la compassione. Gli esseri umani, non solo hanno la facoltà di provare compassione per le sorti dei propri simili, essi sviluppano emozioni, come l’affetto, anche per creature viventi molto differenti da se. E’ esperienza di tutti i giorni scorgere un nostro simile intento a parlare con il proprio cane, difatti gli uomini tendono a attribuire caratteri antropomorfi ai propri animali. In quanto esseri umani, noi abbiamo addirittura la capacità di lasciarci coinvolgere emotivamente dalle vicende che investono entità fittizie, sia che si tratti di un personaggio di un libro che del protagonista di un film, addirittura di immedesimarci con essi tanto da commuoverci.

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Questa è decisamente una prerogativa propria dell’umano. Egli è in grado di proiettare una parte di se su tutto ciò di cui ha esperienza tramite i propri sensi, persino gli oggetti inanimati possono assumere forti valenze affettive. Tuttavia, benchè oggi giustamente si tende a riconoscere tutta una serie di diritti all’organico, quando l’uomo della strada pensa a una ipotetica macchina intelligente, lo fa in termini, sen non apertamente luddistici, in un’ottica meramente utilitaristica. Egli vede un’entità dotata di intelligenza artificiale alla stregua di uno strumento che gli consenta di sgravarsi da pesanti compiti quotidiani piuttosto che raggiungere un più ampio controllo sul mondo.

Non troppo dissimile era, nei secoli passati, la visione che l’uomo aveva degli animali. Prima dell’invenzione del motore a scoppio il cavallo era, in primo luogo, un mezzo da tenere in perfetta efficenza al fine di trainare il carro. L’evoluzione tecnologica ci ha quindi permesso di percepire il mondo animale, con il quale un tempo le nostre pratiche quotidiane eravano più intimamente legate, in un modo totalmente nuovo. Ipotizzando un futuro in cui la possibilità di sintetizzare qualsiasi genere alimentare in laboratorio sia divenuta realtà, non è difficile immaginare come gli abitanti di questo mondo che verrà percepirebbero le creature viventi in un’ottica sicuramente diversa da quella di altre epoche.

Questa nuovo modo di percepire ciò che è vivente è già cominciato da tempo, infatti, acquistando un pezzo di carne al supermercato possiamo anche non essere a conoscenza delle fasi di lavorazione e delle pratiche che stanno a monte del prodotto in commercio. Il fatto che i nostri strumenti tecnologici ci consentano di sperimentare un più alto controllo sulla natura, ha permesso di percepire la natura e con essa molte speci di animali, non più come minaccia, ma come risorsa da preservare. Dato che non abbiamo ancora sperimentato un’interazione soddisfacente con un’intelligenza artificiale, essa ci appare ancora come qualcosa di vagamente minaccioso per la nostra specie. Questa paura è ben radicata nella nostra cultura e testimoniata da gran parte della narrativa fantascientifica del XX secolo. Talvolta i massmedia, sfruttando interessi e paure del grande pubblico, tendono a suscitare clamore intorno alle ricerche sulle intelligenze artificiali.

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Spesso si parla di computer tanto intelligenti da battere qualsiasi essere umano in una partita a scacchi, ma occorre chiarire in cosa consiste questa intelligenza. Il computer e’ un traduttore, traduce segni in altri segni e su questa base puo’ interpretare una domanda e fornire una risposta pertinente. Si potrebbe immaginare che un giorno, in virtù della sua sempre maggiore sofisticazione, esso svilupperà una forma di coscienza. Dato che, in linea di principio, un neurone può essere simulato con opportune funzioni matematiche, e il cervello umano non è altro che un insieme costituito da numerosissimi neuroni, si ritiene che, la struttura fisica del cervello, per quanto estremamente complessa possa apparire, sia riproducibile o comunque emulabile tramite computer.

Se la coscienza, intesa come consapevolezza di sè e delle proprie azioni, non è altro che un prodotto dei nostri processi mentali, che in ultima analisi corrispondono a stimoli elettrochimici prodotti dall’attivazione dei neuroni, siamo portrati a pensare che essa possa originarsi anche all’interno di una macchina. Tuttavia, in virtù delle nostre conoscenze attuali, immaginarsi come ciò sia possibile, ovvero come un processo elettrochimico si trasformi in coscienza, è veramente arduo, se non impossibile. Ciò che ci sorprende, in realtà, è come la coscienza umana possa originarsi da un semplice, per quanto complesso, sistema di trasmissione di segnali elettrici.

L’uomo, di fronte alla possibiltà che un’intelligenza artificiale emuli tutte le prestazioni del cervello vivente, fino a, secondo la piu’ forte affermazione dei piu’ espliciti sostenitori dell’intelligenza artificiale, supererare tutte le capacità umane, evoca soventemente più irritazione che entusiasmo.

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L’eventualità che i calcolatori siano in grado di fare molto di piu’ che semplicemente assistere la nostra intelligenza si traduce così nell’erronea convinzione secondo la quale, una tale sofisticazione tecnica renderebbe superflui gli esseri umani. Come se, analogamente agli animali in epoche pre-tecnologiche, anche l’essere umano fosse in primo luogo uno strumento da valutare in virtù delle proprie prestazioni fisiche e mentali. Dato che le questioni rilevanti per creare una macchina realmente intelligente, non sono soltanto quelle della potenza di calcolo, della velocita’, della memoria o di come queste cose sono assemblate, ma si ritiene che gli uomini possiedano facoltà che non possono essere riprodotte in termini computazionali, quali, per esempio, la consapevolezza di se, possiamo solo supporre che un giorno esisteranno entità artificiali così evolute. Tuttavia, benchè questo tipo di entità intelligenti non esistano ancora nessuno vieta di compiere un ideale balzo in avanti nel tentativo di proiettarsi in uno scenario futuro in cui le macchine intelligenti siano realtà.

Secondo Marshall McLuhan attraverso l’arte è possibile giungere a una conoscenza anticipata di come affrontare le conseguenze psichiche e sociali delle tecnologie attuali e di quelle future. Trasformando questa straordinaria intuizione in un ambizioso obbiettivo si può ritenere che un’opera aperta in cui i fruitori possono dare vita spontaneamente all’evento artistico, processuale e dinamico, sperimentando dei contesti di interazione reale fra organico e inorganico, costituisca la modalità più consona per lo sviluppo di un’inedita forma di empatia nei confronti della macchina, delineando una tipologia di approccio all’intelligenza artificiale più equilibrata e razionale.

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Attraverso l’azione corporea dei partecipanti a questa esperienza collaborativa viene costruito attivamente il senso di questa istallazione. Questo tipo di opera vuole favorire il contatto con la macchina e con l’opera d’arte stessa, secondo le modalità che il fruitore riterrà più consone. L’opera diventa un percorso personale e in questo senso offre concretamente la possibilità di vivere liberamente il rapporto con l’entità artificiale.

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