“Sistemi Emotivi – artisti contemporanei tra emozione e ragione” è il titolo della prima esposizione del CCCS, Centro per la Cultura Contemporanea Strozzina, che, intuibile dal nome stesso, è parte della Fondazione Strozzi di Firenze.

In una piazza, com’è quella fiorentina e toscana in generale, in cui il contemporaneo fatica ad imporsi, schiacciato da una tradizione artistica secolare che gioca un ruolo da gigante, il CCCS (che si aggiunge ad altre iniziative più o meno riuscite, che vanno dal Festival della Creatività, alla Biennale d’arte Contemporanea, alla recente apertura del Museo della Fotografia Fratelli Alinari) sembra aprire uno spiraglio che speriamo possa riqualificare e riportare dentro al dibattito artistico attuale il capoluogo toscano, che rischia altrimenti, come altre splendide realtà italiane, la pietrificazione e la conseguente trasformazione in città-museo.

Questa prima esposizione pone subito il focus sul rapporto tra artista-opera-fruitore, inserendosi nell’attualissimo dibattito scaturito intorno alla recente scoperta di una classe di neuroni, i cosiddetti “neuroni-specchio”, che sembra attivarsi nel nostro cervello sia al momento in cui compiamo un’azione, sia quando la vediamo o la pensiamo compiere. Intorno a questa scoperta, dovuta a un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma tra gli anni ’80 e ’90, si è formata una disciplina che ha preso il nome di neuroestetica e che ha la particolarità di vedere il contributo attivo di umanisti e scienziati, in un fecondo e interessante dialogo multidisciplinare che vale la pena di osservare da vicino.

Franziska Nori, che è Project Director del CCCS e co-curatrice, insieme a Martin Steinhoff, dell’esposizione, ha parlato con noi di questo e della linea curatoriale che il Centro si prefigge nel prossimo futuro.

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Giula Simi: CCCS, ovvero Centro per la Cultura Contemporanea Strozzina. Inizierei da qui, chiedendole non solo di raccontarci le sinergie che hanno permesso la realizzazione del progetto, ma anche di descriverci intenzioni e volontà che muovono le attività del centro. Nella scelta del termine cultura al posto di arte, il centro sembra puntare a una differenza. Cultura Contemporanea e non Arte Contemporanea. Potremmo vedere in questo una volontà di abbracciare un’ottica più vasta e finalmente multidisciplinare, che è forse l’unica via per tentare un’interpretazione della contemporaneità?

Franziska Nori: Il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina (cccs) è parte della Fondazione Palazzo Strozzi. Essa è nata come progetto culturale unendo forze pubbliche e private: i fondatori istituzionali sono il Comune di Firenze, la Provincia di Firenze e la Camera di Commercio di Firenze; i soci fondatori, invece, sono un vasto numero di privati, organizzati nell’associazione dei Partners di Palazzo Strozzi. La Fondazione ha inoltre una struttura decisionale ripartita in un consiglio d’indirizzo e un consiglio di amministrazione. Il CCCS intende essere una sorta di piattaforma aperta alla vasta gamma di approcci e pratiche che caratterizzano la produzione di arte e cultura contemporanee. Aperta anche nel senso che la mediazione culturale non sarà finalizzata allo sviluppo di un’unica interpretazione, bensì a stimolare la cultura del dibattito critico e una lettura degli strati molteplici e multiformi che compongono la realtà complessa e talvolta apparentemente contraddittoria in cui viviamo.

Giula Simi: “Sistemi Emotivi – artisti contemporanei tra emozione e ragione” è la mostra che ha inaugurato il centro. Con un’ottica cross-media che affianca videoarte, poesia, net.art e installazioni monumentali, l’esposizione s’inserisce nel recente dibattito sulla neuroestetica, neonata disciplina che sembra tentare il difficile quanto fecondo dialogo tra umanisti e scienziati nella comprensione e descrizione della natura umana. Qual è il suo punto di vista come curatrice della mostra? Com’è nata l’idea e come si è sviluppata, anche riguardo alla scelta degli artisti? “

Franziska Nori La sfida che il progetto Sistemi Emotivi si pone è di tentare una rilettura critica della correlazione tra artista, opera d’arte e fruitore, alla luce delle più recenti scoperte sul cervello umano e sulle emozioni. La scelta degli autori rappresentati nel catalogo, e quella delle tesi da loro difese, vuole essere un’esortazione a guardare sotto un’ottica diversa, e forse nuova, il ‘cosa’ sia che faccia scaturire l’esperienza e quale sia la qualità dell’esperienza stessa nell’ambito di un confronto tra fruitore e opera d’arte. Il percorso espositivo si sviluppa, nelle diverse sale dello spazio del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, in una presentazione di artisti contemporanei che, consapevolmente o meno, si relazionano con la prassi corporea e sensoriale, ma anche con quella razionale e cognitiva implicata nell’esperienza dell’emozione, sia nel senso della produzione che in quello della fruizione. Il focus dell’esposizione è quello di offrire una panoramica che non vuole avere pretese di completezza e di esaustività. Le installazioni presentate agiscono secondo diversi principi. In ultima analisi la loro finalità è quella di una comprensione cognitiva che passi attraverso il significato dell’esperienza emotiva.

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Giula Simi: La dialettica tra creazione e fruizione dell’opera sta al centro di questa esposizione. Stando alle recenti scoperte neurologiche, da cui anche la mostra prende spunto e secondo le quali sarebbe sostanzialmente dimostrabile l’identificazione tra azione e percezione, risulta quanto mai attuale la celebre affermazione di Arnheim per cui “Vedere è un atto creativo”. In quest’ottica anche il dialogo tra artista e spettatore si fa sempre più serrato e complesso. Come vede in questo senso la figura del curator, che in qualche modo costruisce il contesto di fruizione e quindi interviene nel flusso comunicativo artista-opera-pubblico?

Franziska Nori Il curatore, a mio avviso, dovrebbe assumere un ruolo di mediatore tra la produzione artistica, l’attuale stato del dibattito culturale internazionale e il pubblico. Partendo dal caso specifico del CCCS e della linea curatoriale che caratterizzerà il programma nei prossimi due anni, lo scopo è di scegliere e presentare una serie di progetti che affrontino temi e fenomeni rilevanti per la nostra cultura e la nostra società attuale. In quest’ottica, la scelta di una tematica piuttosto che un’altra significa esercitare un influenza su cosa il pubblico vede. Dato che alcune scelte vengono operate da singoli individui (per quanto organizzati in team di lavoro) e per questo sono marcate da una forte componente soggettiva, è giusto che vengano poi, a mio avviso, rese note e trasparenti, in modo da alimentare il dibattito e contribuire così al costante processo dialettico culturale.

Così, anche la scelta delle singole opere, la loro disposizione e la presentazione nello spazio, sono linguaggi visivi che traducono possibilità interpretative. La storia dell’exhibition design, dunque la tradizione della concettualizzazione e la presentazione dell’arte in un determinato contesto intellettuale e spaziale – che passa dalla Wunderkammer, ai saloni dell’arte del tardo ‘800, ai progetti espositivi delle avanguardie degli anni ’20 fino al White Cube e l’arte in sito o in luogo pubblico – ci insegnano che un curatore, come anche l’artista stesso, hanno la possibilità di configurare tutti i singoli elementi di un progetto espositivo, influenzando così la ricezione e una possibile lettura dell’opera da parte del visitatore.

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Giula Simi: Lectures, readings e performances hanno accompagnato il periodo dell’esposizione e hanno visto l’intervento di artisti, filosofi, storici dell’arte e scienziati, con una precisa volontà di intrecciare lo sguardo teorico a quello pratico. Pensa che questa possa essere una buona strada anche per avvicinare il pubblico all’arte contemporanea, spesso poco apprezzata perché ritenuta difficilmente comprensibile?

Franziska Nori Con la decisione di invitare teorici e ricercatori accademici delle diverse discipline, come anche poeti e artisti, a svolgere settimanalmente delle presentazioni, il CCCS intende segnalare che il dibattito culturale attuale non può essere svolto in modo esaustivo senza interpellare le scienze, le aree umanistiche e tutte le discipline della creazione artistica. Oggi viviamo in una realtà globalizzata e complessa che spesso non comprendiamo a fondo in mancanza di conoscenze specifiche e specialistiche. L’apertura e lo studio delle più svariate aree di conoscenza è fondamentale per sviluppare metodi e criteri atti a comprendere e affrontare il contemporaneo. In questo senso, anche la scelta iniziale del CCCS di proporsi come centro di CULTURA contemporanea, e non di ARTE contemporanea, parte dal presupposto che, mai come oggi, le diversi discipline necessitano un costante scambio del loro sapere specialistico al fine di poter sviluppare visioni per un possibile futuro – un ruolo che forse proprio gli artisti riescono ad svolgere.

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Giula Simi: Un piccolo e ultimo commento sulla situazione della città di Firenze, città d’arte per eccellenza ma spesso accusata, direi in parte a giusta ragione, di rimanere attaccata alle tradizioni negando il dialogo con il contemporaneo. Il CCCS sembra un ottimo punto di partenza in questo senso. Come le è sembrata la reazione del pubblico fiorentino a questa prima esposizione del centro e che prospettive vede per la città nel prossimo futuro?

Franziska Nori Credo di poter dire che, fino ad ora, il CCCS è stato accolto molto positivamente. Firenze, come tutte le città d’arte in Italia, è una città che indubbiamente è caratterizzata dal proprio passato. Ma sono tante e, a mio parere, molto valide, le realtà di produzione e creazione artistica e culturale del contemporaneo a Firenze. Il programma futuro del CCCS prevede un costante accrescimento delle collaborazioni diventando la piattaforma di incontro e di scambio tra la realtà del territorio e i circuiti culturali internazionali.


www.strozzina.org

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