La 51ma edizione del London Film Festival ha offerto anche quest’anno un programma ricchissimo con incredibili anteprime ed ospiti.

Devo aver scelto inconsapevolmente i film più toccanti del festival, dato che mi sono commossa per la maggior parte dei film che ho visto. Oppure, il senso di incertezza e instabilità che viviamo in questi anni e le ansie quotidiane che combattiamo di continuo, permeano in maniera cosi’ prepotente le ‘immagini in movimento’ su grande schermo, da riuscire a stabilire una comunicazione sottile con la sensibilita’ dello spettatore.

Non a caso, una delle gemme presenti, il documentario girato quest’anno dal regista americano Mike Mills, ‘Does your soul have a cold?’ indaga la depressione in Giappone attraverso le storie di cinque ragazzi in cura per la citata malattia. Mills ha realizzato numerosi music videos per artisti quali Yoko Ono, Moby, Air, Blonde Redhead, cortometraggi ed il suo primo lungometraggio, Thumbsucker, e’ del 2005.

Il film presentato al festival e’ il suo primo documentario. Il titolo è tratto da una campagna pubblicitaria di una nota casa farmaceutica, la GlaxoSmithKleine, realizzata per il mercato giapponese, contro la depressione.

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In effetti, anche se sembra incredibile a credersi, la depressione viene riconosciuta come malattia in Giappone solo alla fine degli anni novanta e se ne comincia a parlare più diffusamente solo a partire da quegli anni. Le case editrici infatti pubblicano libri sull’argomento, mentre le case farmaceutiche, come avvoltoi, si impadroniscono di una nuova fetta di mercato che si dimostra, all’epoca, ancora incontaminata.

In una Tokyo frenetica, descritta visivamente in apertura del film da una serie bellissima di immagini in un susseguirsi di tagli di montaggio, Mills sceglie appunto le storie di cinque persone vittime della depressione. I racconti e le storie si intersecano con le immagini di una vita scandita da farmaci e senso di diversità dal mondo circostante.

I cinque ragazzi si confessano di fronte la videocamera. Il regista si reca nelle loro case dove molti di loro trascorrono la maggior parte del tempo, li segue come un occhio vigile durante i loro gesti quotidiani sin dal risveglio al mattino, nelle uscite e negli incontri fuori dagli appartamenti. La voce off del regista pone le domande, si sente inoltre la presenza di un traduttore, mentre i dialoghi dei protagonisti sono in giapponese con sottotitoli in inglese.

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La videocamera testimonia le loro vite, indaga, ricerca nelle stanze dei cinque protagonisti forse delle tracce, oppure degi elementi ed degli oggetti che parlino per loro. C’è molto silenzio lungo tutto il documentario, sono piuttosto le immagini a parlare: le espressioni, i volti, i gesti, gli oggetti di uso quotidiano.

Purtroppo emerge da questi ragazzi un senso di solitudine profonda, una difficolta’ costante di comunicare e avvicinarsi all’essere umano, un senso di disagio verso se stessi ed il mondo esterno. La consapevolezza della malattia almeno permette loro di parlarne apertamente di fronte la videocamera. Uno di loro, Taketoshi, conferma come solo in anni recenti sia cambiato in Giappone il modo di affrontare la malattia, di riconoscerla come tale. Lui stesso ha acquistato molti libri sull’argomento, confessando pero’ come fosse difficile trovarne in anni passati. ‘Utsu’ è la parola giapponese per il temine ‘depressione’ ed e’ oggi riconsciuta ed usata. Tutte le ulteriori informazioni che il regista vuole dare sono ineserite con scritte bianche suvrapposte al filmato. Alcune di queste scritte comunicano i nomi dei medicinali e le dosi assunte.

Non tutti seguono una terapia e l’uso di antidepressivi e’ costante e smoderato per alcuni di loro. I medicinali, molti dei quali distribuiti da case americane, sono usati inizialmente come un aiuto indispensabile per la cura della malattia. L’America stessa e’ molto idealizzata in Giappone, alcuni dei ragazzi intervistati pensano che tutto quello che proviene da li’ debba essere buono per forza. Da subito dopo la guerra, in effetti, il paese orientale si e’ avviato rapidissimamente sulla strada della capitalizzazione, seguendo il modello americano.

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Daisuke e’ un programmatore, non esce mai di casa, passa ore davanti al suo computer in un appartamento di un disordine cronico, conserva una quantita’ infinita di medicinali all’interno di una scatola di cartone e assume delle dosi senza controllo medico e accompagnate da alcolici.

Mika per ironia del destino forse, distribuisce medicinali per lavoro, vive con la madre e parla dei propri demoni interiori.

Kayoko confessa che ogni volta che parla con qualcuno comincia a piangere, la sua vita sociale e’ difficilissima, non ha piu’ rapporti con i suoi genitori. Durante la sua intervista confessa di ritrovarsi a combattere contro gli antidepressivi piuttosto che la depressione stessa.

Ken invece prova piacere e sollievo nel partecipare in spettacoli dove viene legato e sospeso nel vuoto. Vive in un appartamento dove il futon occupa interamente la stanza da letto e la confusione regna sovrana. Durante l’estate trova confortevole uscire con un paio di jeans attillati tagliati al sedere e scarpe col tacco.

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Il regista non interviene assolutamente con un giudizio, descrive semplicemente i fatti e lascia lo spettatore solo con le proprie riflessioni, mentre i titoli di coda scorrono senza musica.

L’approccio documentaristico sembra un terreno molto consono per il regista americano, che ama usare la videocamera come occhio che osserva e registra. L’essere umano e’ al centro della sua ricerca e probabilmente Mills indaga i limiti che sente propri e che forse riesce a risolvere attraverso il suo lavoro. Non a caso, l’ultimo progetto di Mills, intotolato Humans, inserisce temi personali in oggetti di produzione industriale come posters, t-shirts, borse, tessuti.

Incredibili anche la serie di music videos per Blonde Redhead girati quest’anno; sono perfetti ed impeccabili nella loro semplicita’ quanto per l’impatto emotivo raggiunto. Protagonisti ancora una vota i volti, i corpi, angoli della citta’, le parole. Top Ranking con Miranda July e’ il risultato incredibile di un’idea semplicissima: una mossa al secondo. My Impure Hair e’ una ripresa a camera fissa di una strada in una citta’ americana. The dress solo primi piani di persone in lacrime su sfondo nero. In Silently, le parole in bianco su schermo nero descrivono l’azione.

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Quello che si evince dal lavoro di Mills e’ un profondo amore per l’essere umano ed e’ la videocamera il mezzo che gli permette di ispezionare i volti della gente, di catturare le emozioni su quei volti. In una recente intervista, Mills confessa di essere interessato alle persone che faticano a trovare il loro posto nel mondo, che cercano di trovare una via possibile.

Mi verrebbe da pensare che il regista voglia filmare l’anima, cercando di raggiungere quello che rende prezioso e speciale ognuno di noi, compresi i nostri limiti di esseri umani. 


http://www.bfi.org.uk/whatson/lff/film_programme/world_cinema/does_your_soul_have_cold

http://mikemillsweb.com/index.php 

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