Torna SIGNAL, dal 30 novembre al 15 dicembre. La seconda edizione di un Festival senza padri ne padroni, in una terra dove niente e tutto è possibile, dove uomini e cultura mescolano l’ospitalità con i venti d’oltre mare, con passioni e forze nuove provenienti da lontano; ma a Cagliari è come ritrovarsi, un ricrearsi di energia pura e creativa, libera e mai superficiale.

Questo Festival Internazionale lo dimostra con performances, video e concerti; un progetto che riesce a coniugare riferimenti musicali di rigoroso valore storico ad esperienze di ricerca che superano i generi e attraversano vasti paesaggi sonori, analizzando i linguaggi e proponendo nuove forme. SIGNAL è musica d’avanguardia, sperimentazione, improvvisazione, elettronica e ha uno sguardo trasversale sulle ricerche in campo visivo, performativo e cross-media. E’ esperienza e futuro, collaborazioni e visioni, profumi e odori, avvicinamenti live e sapori acustici, fruizioni collettive e allestimenti orchestrati. SIGNAL , progetto di TiConZero curato minuziosamente da Alessando Olla (di seguito intervistato), esplora la dimensione sonora attraverso le ricerche contemporanee che intrecciano i linguaggi e le pratiche, in una continua messa in discussione dei presupposti compositivi, che è poi il punto di partenza di ogni pensiero artistico votato alla sperimentazione e pienamente aperto al cambiamento.

I concerti iniziano il 30 Novembre spaziando tra grammatiche musicali differenti, e scegliendo come sempre di muoversi sul terreno instabile e sorprendente dell’improvvisazione; i Syntax Error daranno vita alla colonna sonora del filmato d’animazione “L’ombra delle Torri“, tratto da una graphic novel di Art Spiegelman e presentato al pubblico in anteprima assoluta. L’ensemble è composto da musicisti con percorsi artistici singolari, che passano con disinvoltura dagli ambiti accademici a quelli più innovativi e sperimentali. Art Spiegelman deve la sua fama principalmente all’opera “Maus”, un romanzo (auto)biografico a fumetti che gli è valso uno speciale Premio Pulitzer nel 1992. I momenti in cui la storia individuale e la Storia mondiale collidono sono per Art Spiegelman quelli da cui nasce il racconto.

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Accade anche con L’Ombra delle Torri , il suo racconto dell’attentato dell’Undici Settembre, un vero e proprio diario per immagini di quel giorno infausto vissuto interamente in prima persona dall’autore. Un dialogo serrato e sorprendente in perfetto stile dadaista tra le proiezioni di tre esperimenti cinematografici di Man Ray e l’ensemble Dissonenzen , organo cameristico nato a Napoli nel 1993 con l’obiettivo di divulgare la musica del Novecento storico di maggiore impegno. «Le musiche sono concepite come improvvisazioni condotte secondo uno studio sulla “reazione” alle immagini attraverso la tecnica della libera associazione di idee. Partendo da un’ ossatura centrale (la musica di Erik Satie, in particolare le sue pagine pianistiche), e recuperando il “suono” della sala di proiezione dell’epoca, si procederà alla progressiva “polverizzazione” della materia musicale (incisi melodici, elementi accordali, micro-strutture ritmiche), sviluppando, in campo informale e improvvisatorio, ed estendendo a tutti gli strumenti del gruppo (ivi compresa l’elaborazione elettronica) gli elementi provenienti dalle pagine di Satie. Il gioco si manifesta, quindi, anche come continuo slittamento tra sincronia e a-sincronia cronologica con il dettato filmico; rimandi al “profumo” epocale e scarti verso una più spregiudicata chiave di lettura musicale.»

I Taxonomy invece si muovono tra composizione ed improvvisazione attraverso il sincretismo tra differenti codici musicali, esplorando luoghi non riportati da alcuna cartina geografica, analogie morfologiche tra pensieri e microrganismi, strane correlazioni tra lettere di alfabeti dimenticati e linguaggi globalizzati (delocalizzati). Nelle loro storie il libro, l’alfabeto, il segno e poi la chimica (organica ed inorganica), la geografia, la religione, la politica e il viaggio appaiono solo paesaggi di un vissuto, di un sogno o di un’aspirazione. Ciò che ne risulta è la messa in evidenza di dettagli estremamente ricchi tra tessiture silenziose e rumore stridente.

Gianluca Becuzzi, compositore elettronico conosciuto anche sotto la sigla Kinetix, e Fabio Orsi sono apprezzatissimi dalla critica e da un pubblico di nicchia. La loro produzione artistica è approdata oltreocaeno sull’americanissima Digitalis Industries. Caratterizzati da una forte impronta sperimentale e dall’interesse per le possibilità espressive delle tecnologie digitali, la netta propensione estetica di Becuzzi verso forme minimaliste e sonorità microrumoriste viene “riscaldata” dalle sonorità più melodiche e immediate dell’elettronica umanistica di Orsi.

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Arriviamo al concerto dell’australiano Peter Waters. Pianista tra i più trasversali e preparati sulla scena musicale contemporanea, predilige particolarmente la musica di Mozart, Fauré e del XX secolo. Quale membro del Collegium Novum di Zurigo, lavora con compositori quali Kagel, Pärt, Gubaidulina, Schuller, Reimann e Crumb . Appassionato sperimentatore musicale, crea delle performances improntate al confronto tra il linguaggio della musica classica e quello della musica improvvisata, in bilico tra l’idiomaticità interpretativa e il libero flusso creativo. IN-STRU-MENTAL è un concerto eseguito da una giovane orchestra elettroacustica, che procede nella ricerca di nuovi linguaggi compositivi attraverso l’interazione in tempo reale. I musicisti si alternano in diverse formazioni, seguendo un reticolo di pattern tra i quali spaziare liberamente attraversando strutture mobili in continua evoluzione e riorganizzazione. La ripetizione, la de-strutturalizzazione delle regole tonali e compositive sono parti integranti del lavoro.

Imperdibile sarà l’evento in concomitanza con il progetto espositivo/segnali video: la performance di Max Eastley , storico artista concettuale dell’avanguardia inglese, che da decenni lavora combinando sculture sonore cinetiche e musica, arrivando a produrre una forma d’arte unica. Sin dagli anni ’60, quando rimase affascinato dalle relazioni tra la musica e l’arte, Eastley è una figura importante e innovativa nel campo della sound art. Ha esposto le sue installazioni sonore in tutto il mondo, e lavorato a fianco di un vasto numero di artisti, musicisti e filmmakers, quali Brian Eno, Peter Greenaway, Evan Parker, Thomas Köner, Eddie Prévost and The Spaceheads.

Il 12 dicembre sarà la volta dell’inaugurazione di Segnali Video, dove nella sua prima edizione aveva presentato lavori di videoarte che esprimevano la ricerca di alcuni artisti emergenti intorno al suono. Rovesciando l’abituale aspettativa di un primato visivo sulla colonna sonora, propria del video, i progetti avevano come loro centro il mondo dei suoni. Musica, elettronica o acustica, silenzio, composizioni per voce umana, ambienti sonori: tutto quanto si relazionasse alla dimensione sonora, intesa però come vincolo irrinunciabile e cruciale. L’indagine sull’ibrido video-sonoro continua a sondare i contorni più che mai sfumati delle pratiche artistiche contemporenee, e si espande ora verso strutture più articolate, affiancando alla bidimensionalità del video il potere espressivo dei progetti scultorei, degli intenti performativi e delle installazioni audiovisive. In “Memory steal space” Riccardo Benassi si relaziona alla memoria storica degli edifici della Vetreria, ritrovandone l’anima sonora (non a caso pre-industrial) e racchiudendola in due black boxes , fantomatiche “scatole nere” i cui tentacoli si intrecciano con i tessuti costruttivi dei locali. Durante l’opening di /segnali video ed in concomitanza con il concerto di Max Eastley, uno dei padri storici della sound art, Benassi darà quindi vita a una performance musicale strutturata sulla continua modifica del suono non amplificato, in cui si avvale di un set vintage di armoniche di fine anni 70.

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Signorafranca crea per la prima volta un’installazione stabile: “dipingo” è un’opera interattiva giocata sulla triplice interazione tra il movimento, il suono e l’immagine. Attraverso un’operazione di decontestualizzazione informatica di una piattaforma per l’entertainment, propone una particolare lettura dei meccanismi culturali legati al gioco e alla creatività, espressi dall’audio e dal video. “Donny G.” di Gabriel Shalom è il cortometraggio tratto da un concerto audiovisivo live ispirato al Don Giovanni mozartiano. Il progetto, promosso da Jeunesses Musicales Deutchland e Zentrum für Kunst und Medientechnologie Karlsrhue , ha coinvolto giovani compositori di diverse nazionalità, con i quali Shalom ha lavorato alla creazione di un’originale partitura audiovisiva, sviluppando approcci radicalmente diversi alla sincronizzazione tra suono e immagine.

L’installazione video-sonora “A Short-lived Fault In The System” di Michele Spanghero nasce dal campionamento di un silenzio futurista di Russolo, in cui l’usura della registrazione ha trasformato di fatto il silenzio in rumore. Il progetto analizza l’ossimoro acustico e vi interagisce inserendo glitch digitali, sviluppando così una composizione in cui rumore e suono divengono indistinguibili. Similmente il video deriva dall’analisi dello spettro sonoro attraverso un sistema analogico di disturbi, interruzioni ed errori nel segnale dell’immagine, facendo così del difetto e dell’imperfezione il movente estetico e il tema del lavoro.

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Massimo Schiavoni: Siamo alla seconda edizione di un Festival che definirei indispensabile sia per una questione di “luogo”, inteso proprio come ubicazione territoriale, che per una questione di visibilità, osservazione e promozione di nuovi talenti dell’avanguardia artistica contemporanea. Come ti sei mosso Alessandro per far nascere questo progetto e per renderlo intriso di tutte le caratteristiche di cui ho parlato sopra?

Alessando Olla: l progetto “Signal festival” nasce dopo oltre 10 anni di un’attività costante dell’associazione Ticonzero impegnata nel campo della ricerca e sperimentazione non solo musicale. Negli anni precedenti a Signal organizzavo una piccola rassegna (microonde) che gravitava  intorno a dei workshop di composizione e improvvisazione affidati ad  artisti come: David Shea, Tim Hodgkinson, Otomo Yoshide, Jan marc Monterà, etc che invitavamo in Sardegna per una o più settimane. A conclusione dell’attività laboratoriale si realizzavano delle performance insieme ai partecipanti (che includevano anche danzatori e attori) in luoghi di particolare interesse storico architettonico come ad esempio i siti archeologici. Ho sempre creduto nell’importanza di coinvolgere trasversalmente il  territorio anche fuori dai centri urbani e nell’ utilizzo dei  nuovi linguaggi artistici  come possibilità di abitare luoghi non convenzionali e come momento di aggregazione lontano dalle logiche di consumo culturale. Nel 2006 grazie a un nuovo finanziamento della assessorato allo spettacolo della regione Sardegna siamo riusciti ad ampliare questa attività e farla diventare un vero e proprio festival con ambizione di crescita e visibilità internazionale

In Sardegna si sentiva la mancanza  di un festival che si occupasse di avanguardia musicale non accademica e dove convergessero anche  improvvisazione,  videoart, e installazioni. Come puoi immaginare questa attività artistica-organizzativa è realizzata con enormi sforzi economici da parte dell’associazione sia perché il finanziamento copre solo il 60 % delle spese sostenute, sia perché il contributo arriva con ritardi insostenibili e il rapporto con le istituzioni è figlio di una politica anacronistica e malata.

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Massimo Schiavoni: Forse in Italia ci si è resi conto in ritardo, rispetto al resto d’ Europa, che bisognava far qualcosa per “tamponare” lo straripamento di una cultura non più accademica e monotematica e per restare quindi a galla in un mare dove le persone ora criticano, curano ed inventano artisti, generi ed eventi “dal basso” con le proprie forze. Tu quando hai capito che potevi realizzare qualcosa di importante e “libero” non solo per la Sardegna ?

Alessando Olla: E’ da circa 10 anni che  avverto un nuovo fermento, una richiesta sempre più crescente di nuovi linguaggi da parte di un pubblico curioso di  percorsi mentali originali e interessato a prospettive alternative a quelle preconfezionate dalla comunicazione  partorita e fagocitata dal regime commerciale.

Questo è successo anche in Sardegna. Il fermento è andato avanti lentissimamente perché le istituzioni preposte non hanno le capacità e la cultura per investire nella sperimentazione e nei nuovi linguaggi; inoltre l’Italia forse più di altre società è vittima del consumismo culturale, si confonde l’arte con la decorazione, il luna park con lo spettacolo. Ancora oggi quando parli di nuovi linguaggi e di sperimentazione in alcuni ambienti sei guardato come un alieno frustrato. Attualmente  comunque si avverte in modo irrinunciabile l’esigenza di esprimersi, di organizzare, coinvolgendo  esperienze artistiche e culturali differenti, abbattendo i confini tra generi, utilizzando le nuove tecnologie in modo non convenzionale,  accostando sonorizzazioni a installazioni, performance di danza ad azioni videosonore. È per questo che Signal anche in questa seconda edizione ospita artisti che sperimentano nuovi linguaggi, che ricercano nuove grammatiche,che premono innovazione, insomma artisti non allineati al sistema. Questa edizione prevede musicisti del calibro di Mira Calix, Max Eastley, SISU, Taxonomy, etc. e una esposizione di installazioni audio video di giovani emergenti quali Riccardo Benassi (I/D), Gabriel Shalom (USA/D), Signorafranca (I), Michele Sganghero.

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Massimo Schiavoni: Il vostro vero punto di forza, nonostante i ridicoli finanziamenti, dove può essere ricercato?

Alessando Olla: Forse nella passione che da anni ci alimenta e nel masochismo che ci fa lavorare spesso senza orari né compenso.

Massimo Schiavoni: Credi che l’arte oramai stia diventando un mix, una miscela implosiva che integra tutti i linguaggi: musica, improvvisazione, elettronica, video, performance ed interattività? Quanto il digitale ha influenzato questo “cambiamento di stato”?

Alessando Olla: Il desiderio di  creare l’opera totale che includesse tutte le possibili espressioni artistiche è spesso stato al centro della storia della musica;  attualmente l’approccio transmediale alla creazione è istigato dalle nuove tecnologie che hanno reso facile e intrigante la manipolazione dei vari linguaggi. Il mezzo digitale  ha amplificato la possibilità  di creare e far vivere contemporaneamente vari linguaggi, vari livelli percettivi, di ricevere ed elaborare differenti sinestesie e sensazioni. Questo approccio, questa tendenza, non solo appaga l’horror vacui che caratterizza questa società ma è anche specchio della multidimensionalità (o schizofrenia) in cui siamo immersi nella vita quotidiana. In definitiva penso che l’uso del  mezzo digitale ha determinato una svolta epocale; nel caso della musica ad esempio  ha accelerato il rinnovo dei linguaggi, ha permesso di scolpire microscopicamente il suono. Un apporto stimolante è dato soprattutto dai non-musicisti come deejay e videoartisti,  o dai musicisti non accademici ovvero da tutti quelli che non avevano i filtri dottrinali delle scuole.

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Massimo Schiavoni: “Scolpire microscopicamente il suono”. Mi piace molto questa frase che hai usato per dare forma a qualcosa di invisibile, in cui c’è tutto l’essere dentro una dimensione che viviamo ogni giorno, nella quale siamo immersi come pesci in un acquario. Ma posso pensare che più si va avanti e più si possono sciogliere le sensibilità e le pecularietà di singoli linguaggi artistici (coprese quelle musicali) perdendo il valore univoco mascherato dai Mixing Engine, Audio Networking o equalizzatori a tre bande? Posso chiamare iperarte questa con-fusione senza etichette ne bandiere?

Alessando Olla: Non so se si può chiamare iper-arte, certo che nell’atteggiamento contemporaneo c’è insita una tendenza a superare e far collassare i linguaggi; sinceramente faccio enorme fatica  ad etichettare o inquadrare, perchè  i fenomeni artistici vanno vissuti e analizzati da diverse prospettive e i confini sono sempre più  labili e confusi. Penso che le peculiarità espressive e le vere competenze artistiche non saranno intaccate da questa overdose iper-trans-multi –mediale; sono solo nuovi territori dove navigare  a volte con difficoltà tra superficialità e decorazione. Infatti la facilità d’uso del mezzo digitale ha altresì incentivato un approccio orizzontale e non verticale alla forma e al contenuto dell’oggetto artistico. 


http://www.signal-festival.org/

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