Nel settembre 2007 si è tenuto presso l’Università di Westminster a Londra la conferenza Internationalising Media Studies: Imperative and Impediments. La rivista Global Media and Communication , tra le promotrici della manifestazione, ha dedicato il numero monografico di novembre 2007 alla sintesi degli interventi più significativi.

Il titolo della conferenza è senz’altro eloquente: nell’ambito delle scienze della comunicazione è necessario superare la retorica dell’emergenza della globalizzazione, per abbracciare una visione veramente internazionale dei curriculum d’insegnamento e di apprendimento. Bisogna andare oltre l’inafferrabile denuncia dell’avvento di sfide economiche, sociali, politiche a livello planetario. Non è più sufficiente affermare che lo studio della globalizzazione per i media studies va condotta in un campo d’indagine le cui coordinate sono una verticale di integrazione dei media all’interno delle società nazionali e una orizzontale di integrazione a livello transnazionale di strutture e di pubblici su aree geografiche più o meno ampie (locali, nazionali, regionali, internazionali) in cui i processi di produzione, distribuzione e il consumo dei contenuti seguono dinamiche affini a livello planetario.

Si rende sempre più necessaria una prospettiva internazionale nelle scienze della comunicazione che non sia solo di derivazione anglosassone. Ciò è possibile solo confrontando e discutendo esperienze e prospettive internazionali, sia dei ricercatori, sia degli studenti. Questo processo è stato definito di “de-Westernizing discourse” e di “decolonizzazione” della ricerca, soprattutto per quello che riguarda i temi legati al Sud globale. Basti ricordare che il maggiore network di media-news è l’India con circa 40 canali dedicati esclusivamente all’informazione, mentre il mercato maggiore di telefonia e di Internet-Users è quello cinese, per comprendere come il focus dei media studies sia decisamente sbilanciato su temi e priorità occidentali e in particolare, statunitensi ed anglosassoni.

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La conferenza ha voluto quindi sottolineare come il dibattito internazionale debba essere arricchito da una visione più inclusiva e cosmopolita, dove i confini nazionali, continentali e religiosi diventino più accessibili, ma in entrambe le direzioni. Alcuni contributi sono particolarmente delucidanti e vale la pena soffermarsi su di essi per discuterne l’originalità. Yahya R. Kamalipour della Purdue University, nell’articolo Communication media and globalization: an Iranian perspective propone una breve panoramica della diffusione dei nuovi media in Iran, dove troviamo circa 5 milioni di internet user e oltre settantamila bloggers (per la maggior parte studenti, educatori, giornalisti, scrittori, artisti, musicisti e mondo clericale). E’ soprattutto quest’ultimo, nella città santa di Qum che si è mosso nella direzione di una massiccia digitalizzazione. Lo stesso leader supremo Ayatollah Ali Khamenei ( http://www.khamenei.ir ) e il Presidente Mahmoud Ahmadinejad ( www.ahmadinejad.ir ) hanno il loro sito, in arabo, inglese e francese. Nelle principali città iraniane sono presenti molti internet caffè ed è possibile lo streaming di molti canali considerati ufficialmente come illegali.

Sussistono infatti diversi tipi di restrizioni, tanto che secondo l’autore ” the line between ‘private press’ and ‘public press’ is blurred due to the fact that even privately-owned newspapers are dependent on the government for their vital needs”. Un altro aspetto interessante che viene sottolineato da Kamalipour è quello di una strisciante gerontocrazia informativa, all’interno della quale la maggior parte dei reporter sono di giovane età, mentre la maggioranza degli editori e proprietari appartiene alle vecchie generazioni. Le considerazioni finali dell’autore non sono molto confortante. Nonostante l’Iran presenti grandi manifestazioni di globalizzazione delle nuove tecnologie dell’informazione, persiste un divario che non è solo quello digitale tra chi ha accesso a Internet e chi no, ma anche tra il governo e gli interessi pubblici.

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Di più ampia visione è il contributo di Lena Jayyusi della Zayed University negli Emirati Arabi Uniti. In Internationalizing media studies: A view from the Arab world , l’autrice prende in esame la copertura informativa dei media sulla regione islamica della Palestina, Iraq, Libano, Iran, Afghanistan, Somalia, Sudan, Syria, Afghanistan, Pakistan. Una provocazione degna di essere discussa, riguarda ciò che viene definita l’ironia dei nuovi media. Secondo l’autrice, essi infatti se da un lato permettono un approfondimento, un’istantaneità e una disponibilità superiore ai mass media, dall’altro possono proporre l’integrazione e la standardizzazione in modo più capillare delle formule di potere, fino a giungere alle microlocalità e microcomunità in un modo di trasmissione continuativo.

Basti osservare come si è imposto e ha acquistato familiarità nell’agenda politica, ma anche in quella dei forum, dei bloggers e dei portali, il termine di ‘war on terror’ oppure la ridefinizione statunitense del concetto di tortura con il termine di ‘continuum of civilianity’ (cfr. l’articolo di Alan Dershowitz ‘Arithmetic of Pain’ sul Wall Street Journal” del 19 luglio 2006, oppure di Derek Gregory ‘The Death of the Civilian?’, nel volume Environment and Planning D: Society & Space 24(5), 2006, p.633–638). Queste facili formule politiche sono state riprodotte globalmente con successo e applicate nell’agenda politica di diversi governi occidentali; hanno cioè permesso la riproduzione, fino nelle leve legislative, di uno stereotipo che riduce intere popolazioni in criminali o esseri inesistenti senza né storia, né voce.

Jayyusi insiste sulla necessità di un cambiamento negli studi delle pratiche discorsive dei media; un’analisi urgente da cui partire può riguardare già come ad esempio è stata naturalizzata, implicitamente ed esplicitamente, la logica militare nei media-mainstream dell’Ovest (in particolare dell’Inghilterra e degli US).

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E’ necessario quindi internazionalizzare i media studies attraverso l’individuazione dei network trasversali di azione/discorso e la messa a punto di strumenti che ne possano verificare le esperienze di successo e le loro conseguenze. Bisogna partire dai fondamenti della disciplina: storicizzarla di nuovo, rivedere le dicotomie codificate ed in uso, verificare le cause degli insuccessi di molti lavori che fin dal principio si professano come interdisciplinari, ma che finiscono per adeguarsi a schemi di pensiero dicotomici di progresso occidentale versus migliorabilità della condizione del Sud del mondo. La stessa categoria di Sud Globale deve essere ripensata: è possibile che anche nei media studies sia un Nord che decide quale è il Sud Globale?

Si potrebbero elaborare termini d’indagine comuni per diverse aree geografiche, come ad esempio il rapporto tra i gruppi di elite e le proprietà dei media, oppure quale è il posto riservato ai movimenti sociali che si oppongono ai mainstream-media o propongono una visione a loro alternativa?

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Non possiamo certo contraddire dichiarazioni come quelle che Sir Gordon Brown ha pronunciato il 30 luglio 2007 a New York, di fronte al Consiglio delle Nazioni Unite. Il primo ministro inglese ha auspicato una nuova alleanza globale, pubblica e privata per la pace e la prosperità attraverso la scienza e la tecnologia: due soggetti, questi ultimi, posti al centro delle strategie di sviluppo per la lotta alla povertà mondiale e che deve estendersi all’educazione, all’economia e all’ambiente.

I nuovi metodi di cooperazione tra organizzazioni non governative, società private e comunità scientifiche non possono però non passare dall’internazionalizzazione dei media studies, attraverso un riesame degli stessi modelli e linguaggi teorici che ne studiano le pratiche di potere internazionale.

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