Spazi reali e spazi virtuali, città e nuovi media. Sono questi i campi dove si misurano i nuovi scontri semantici, fatti di messaggi massificati e pre-digeriti da una parte e libera circolazione, manipolazione ed espressione di idee dall’altra. I protagonisti: le grandi compagnie, che comprano spazi pubblicitari per innescare quel consumismo che costituisce la base della loro economia da un lato, e i singoli individui, magari raccolti in piccoli gruppi indipendenti che usano le nuove tecnologie per realizzare mezzi d’espressione e Internet per comunicare e aggregarsi dall’altro.

A New York, uno dei gruppi più attivi in questo senso è quello dei GRL – Graffiti Research Lab, think tank creato da Evan Roth and James Powderly che combina tecnologie open source e pratiche di attivismo metropolitano, di cui avevamo già avuto modo di parlare approfonditamente nel corso del numero 23 di DigiMag di Aprile 2007 (http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=791). Alcuni dei loro strumenti di comunicazione non allineata sono stati messi all’opera da loro stessi o da gruppi di individui che hanno sviluppato i loro progetti pubblicati sul Web, non solo a New York, ma in altre città di tutto mondo. Dai LED Throwies, LED colorati e dotati di una calamita diventati involontariamente “famosi” grazie ad un episodio di guerrilla marketing orchestrato da un’agenzia pubblicitaria e scambiato nientemeno che per un attacco terroristico, al LASER Tag, che “spara” su palazzi e strutture architettoniche non vernice, bensì il fascio di luce di un videoproiettore che riproduce scritte e disegni tracciati con un puntatore laser.

L’ultima apparizione è stata proprio lo scorso Sabato 1 Dicembre al Festival Enzimi di Roma, per invito diretto di Marco Mancuso/Digicult che ha curato la loro conferenza (incentrata proprio sul rapporto diretto tra writers, hackers urbani e communities open source in tutto il mondo) e performance. Prima loro apparizione in Italia, a bordo di una vecchia FIAT 500 ricoperta di LED colorati, si sono mossi lungo il quartiere Testaccio per arrivare fino alla Piramide Cestia, sulle pareti della quale si sono esibiti in una lunga e significativa dimostrazione di graffitismo digitale, lasciando al contempo i laser in mano ai writers e gente comune accorsa all’appuntamento.

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Dopo aver iniziato la propria attività all’interno dell’OpenLab di Eyebeam, centro dedicato alla sperimentazione digitale e alle nuove tecnologie, Evan e James hanno creato uno spin-off, il F.A.T. Lab, Free Art and Technology Lab, nel tentativo di allargare sempre di più la portata dell’ open source anche negli ambiti di quella cultura pop che sembra dominata dalle regole di un mercato standardizzato. A New York, Evan e James ci hanno parlato dei GRL e dei loro progetti…

Monica Ponzini: Come è nato il progetto Graffiti Research Lab?

James: GRL è iniziato quando Evan e io – che non ci conoscevamo – abbiamo fatto domanda per la stessa borsa di studio ad Eyebeam. Jonah Peretti stava aprendo un laboratorio dedicato alla ricerca sulle tecnologie open source , in particolare le versioni più popolari di progetti DIY. Lui aveva creato parecchi software qui ad Eyebeam e aveva ricevuto dei fondi per questo laboratorio che avrebbe raccolto artisti ed ingegneri. Evan era l’artista, io ero l’ingegnere. Ci siamo incontrati, abbiamo visto i rispettivi lavori e da lì ci siamo evoluti in maniera naturale. Il primo progetto che abbiamo postato sul Web sono stati i LED Throwies e abbiamo creato il sito www.graffitiresearchlab.com .

Evan: Per noi aveva senso realizzare graffiti per spazi pubblici in un contesto artistico-tecnologico. Vediamo una somiglianza tra i graffiti writers e gli hackers: i writers in un certo senso “hackerano” la città, gli street artists “hackerano” gli spazi pubblici per rigirare i sistemi cittadini in propri messaggi, mentre gli hackers lo fanno da un punto di vista digitale. Ci è sembrato logico mettere insieme questi due gruppi di persone. Abbiamo cercato di contattare più graffiti writers possibili, abbiamo incontrato abbastanza persone che hanno avuto una buona influenza su di noi e noi speriamo di aver fatto altrettanto con loro.

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Monica Ponzini: Qual è la filosofia dei GRL?

Evan: Il nostro impegno fin dall’inizio è stato quello di creare mezzi open source per artisti e contestatori, e penso che ancora oggi sia così. In generale ci rifacciamo sempre all’idea di livellare il “terreno di gioco” della comunicazione tra le voci che diversi gruppi hanno in città. Per esempio, i pubblicitari hanno parecchia voce in capitolo, come in ogni altra città del mondo. Noi non lavoriamo per loro, stiamo dalla parte opposta. Loro hanno già parecchio peso e il nostro intento è quello di dare a noi stessi, ai nostri amici e a quelli che non hanno mezzi per comprare spazi promozionali, la stessa portata delle pubblicità. Noi viviamo qui, ci dovrebbero essere i nostri messaggi lì sopra, non i loro. Buona parte della nostra ricerca si rivolge alla creazione di oggetti facilmente riproducibili da persone che non hanno molte risorse.

Monica Ponzini: Come si è sviluppata la vostra collaborazione con Eyebeam e come nasce il vostro nuovo F.A.T. Lab, a Brooklyn?

James: Abbiamo avuto una borsa di studio per un anno ad Eyebeam e il primo anno abbiamo sviluppato i LED Throwies e altri progetti, che sono culminati nel Laser Tag System. Poi abbiamo fatto domanda per rinnovare per una altro anno e quell’anno è iniziato con i laser Tag, che abbiamo portato in giro per il paese e per il mondo. Abbiamo curato una mostra qui ad Eyebeam, che ospitava i nostri amici che in qualche modo erano i nostri “eroi” e public artist che realizzavano lavori senza permesso. Di recente abbiamo lasciato Eyebeam, non abbiamo fatto richiesta per una terza borsa di studio. Abbiamo deciso di creare una sorta di spin-off di Eyebeam che è appunto il F.A.T. Lab.

Open Lab è un concetto ancora nuovo e interessante, una risorsa possibile di laboratorio per arte e tecnologia open source . Però non volevamo limitarlo alle arti: ci sono un sacco di elementi di cultura popolare, come l’industria musicale o dello spettacolo, che hanno fatto open source per tanti anni. Volevamo aprire il nostro laboratorio, che non si rivolgesse anche a quel tipo di cultura pop e che cercasse di spingere ancora di più l’open source, come ha fatto per esempio Linux con i Web server. Linux ha preso più del 50% del mercato dei Web server, dunque perché il 50% dei rappresentanti dell’industria dello spettacolo non può fare il proprio lavoro senza copyright ? Ovviamente non lo fanno, per lo meno non quelli più conosciuti.

Evan: Eppure ce ne sono già, solo che molti non se ne sono accorti….

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James: I pubblicitari preferiscono oggi tenere le strade tappezzate con il loro linguaggio figurativo, piuttosto che lasciare gli spazi aperti in modo che i privati cittadini si possano esprimere con la stessa portata. La stessa cosa succede nell’industria dello spettacolo, dove ci sono organizzazioni che si oppongono attivamente a qualsiasi allentamento dei diritti d’autore. Come gli spazi urbani hanno bisogno di una voce d’opposizione, che raccolga e amplifichi le voci più piccole, così nell’industria dello spettacolo c’è bisogno di una voce d’opposizione, di qualcuno che dica “dobbiamo seppellire l’ascia di guerra e andare avanti”. L’industria musicale sta soffrendo perché non riesce ad adeguarsi al mercato della distribuzione che cambia, c’è stagnazione, non è un periodo eccitante e noi pensiamo che con l’introduzione dell’ open source si potrebbero conoscere artisti che fanno lavoro interessante. Non siamo solo portatori di cattive notizie, come negli spazi pubblici: noi diciamo “questo ha funzionato, e potrebbe funzionare meglio se non ci combattessimo a vicenda”.

Il laboratorio che abbiamo fondato a Brooklyn si chiama F.A.T. Lab, Free Art and Technology Lab, e tutto il nostro lavoro di GRL è sponsorizzato dal F.A.T Lab. In questo senso stiamo per avere uno spazio vero e proprio: per ora abbiamo uno spazio virtuale, con collaboratori virtuali. John Johnson, che è la persona che mette un tetto sulla testa di Eyebeam, ci sta dando il sostegno iniziale per cominciare questo nuovo laboratorio. Così come GRL abbiamo raggiunto un punto in cui gruppi da tutto il mondo ci chiedono se possono fondare un loro Graffiti Research Lab, così vogliamo che il nostro F.A.T. Lab sia lo stesso, un esempio per chiunque voglia fondare un’organizzazione non profit. E fondare una non profit non è semplice….

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Monica Ponzini: Che differenze ci sono tra la controcultura negli Stati Uniti rispetto a quella nel resto del mondo?

James: Anche le frange più estreme della cultura fanno parte della cultura stessa; ogni paese accetta poi in maniera diversa tale controcultura. In Messico, i graffiti sono illegali, in altri paesi quello che facciamo viene tollerato di più. Noi viviamo in una delle città meno tolleranti per i graffiti: New York è in guerra con i graffiti ed è stato un esempio per molte altre città nel mondo. Per esempio Barcellona, che prima era più tollerante – tanto che c’era un turismo diretto proprio ai graffiti – ha seguito la stessa politica di “tolleranza zero”.

Evan: Probabilmente, come New York, Barcellona a questo punto vuole tenere tutto “presentabile” per i turisti.

James: Eppure a New York ci si può esprimere più che in altre città degli Stati Uniti, un po’ come Hong Kong rispetto al resto della Cina. E parlando di soggetti poco liberali, le organizzazioni artistiche tendono ad essere proprio le meno liberali. Sono fatte di persone liberali che sono sempre a caccia di piccole somme di denaro; siccome chi ha quel denaro fa parte della cultura dominante, le organizzazioni artistiche si trovano nella posizione di censurare più di altri i propri lavori. Noi tendiamo a rifiutare le commissioni pubbliche…ti sorprenderebbe sapere quanto un museo sia disposto a censurare i propri artisti….

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Monica Ponzini: Qual è stata la vostra reazione al caso dei “Mooninites” a Boston, l’azione di guerrilla marketing realizzata con pannelli di LED piazzati in diverse parti della città che è stata paradossalmente scambiata per un’azione terroristica a base di apparati esplosivi, ed è finita con l’arresto dei due artisti?

James: Abbiamo avuto un’introduzione piuttosto particolare. Uno dei miei studenti era a Boston a una convention di street art e ha notato assieme ad amici in un sottopassaggio quello che sembrava un grappolo di LED Throwies. Era piuttosto ubriaco, si è arrampicato, ha tirato giù uno di questi Mooninites, lo ha smontato, rimontato, fotografato e messo su Flickr. La cosa è stata segnalata anche su Make Magazine e altre pubblicazioni, e tutto questo 3 settimane prima che Homeland Security li scoprisse. Le tecnologie per costruirli sono pubblicate online e Make Magazine le aveva correttamente segnalate come una campagna non-violenta per promuovere un film in uscita. Fra l’altro, il mio studente si è messo in contatto con gli autori della campagna ad Intereference, Inc., che in un video su Internet avevano guarda caso segnalato i Graffiti Research Lab come loro ispirazione.

Quindi, anche se era esattamente il contrario di quello che avremmo voluto, lo abbiamo preso come esempio per mostrare fin dove può arrivare la distribuzione open source. Quando Homeland Security ha contattato lo studente, dicendo di sapere che i GRL erano coinvolti, gli abbiamo detto di indirizzarli ai veri autori della campagna. Noi siamo stati contattati da varie TV per rilasciare dichiarazioni, ma non abbiamo risposto. Abbiamo solo postato il loro video, che nel frattempo era stato oscurato, sul nostro sito, dichiarando di non avere niente a che fare direttamente con loro e che operavamo all’opposto.

In generale non prestiamo attenzione alle campagne di marketing che utilizzano le nostre tecnologie. Su Internet c’è una sorta di “cervello collettivo” che sa distinguere tra la vera controcultura e le campagne marketing. I Mooninites di Boston ha probabilmente introdotto i LED Throwies nella cultura “mainstream”, ma è un esempio di come opera l’amministrazione americana, che ha fatto diventare un evento legato alla promozione di un cartone animato in una minaccia terroristica….

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Monica Ponzini: Come concepite e sviluppate di solito i vostri progetti?

Evan: Tendiamo a non pubblicare sul Web progetti artistici “finiti”, per noi si tratta più di fare ricerca. I LED Throwies ne sono un esempio: non li consideriamo qualcosa di finito, è solo qualcosa che si può produrre per un dollaro e attaccare in giro per la città… Di solito i nostri progetti nascono da un brainstorming, dalla domanda “come possiamo far sentire di più la nostra voce nella città?”.

James: Spesso iniziamo qualcosa, la postiamo su internet e poi lasciamo che venga “rimasticata”, rielaborata da altri, finché il nostro nome diventa sempre meno importante e tutto ruota attorno ai nostri lavori…

Monica Ponzini: Il vostro lavoro, il vostro messaggio, si trasmette in buona parte anche attraverso Internet, spesso in maniera autonoma, virale… Mi viene in mente M dot Strange, che ha “distribuito” il suo film We Are The Strange grazie a Internet. Credete che sia simile al vostro caso?

James: Sì, la sola differenza con M dot Strange è che lui ha creato un’esperienza che la gente ha apprezzato, ma in una maniera più “rifinita” rispetto a noi. Noi di solito iniziamo qualcosa e poi lo passiamo agli altri: noi disegniamo in un certo senso il contorno, Internet lo riempie. Internet in questo momento è un luogo in cui anche la cultura mainstream cerca i propri contenuti, così anche gente come M dot Strange o come i GRL arriva a mostrare i propri lavori a grossi Festival. E anche se Internet e gli altri micromedia sono comunque invasi dalla pubblicità, rimane uno spazio grande abbastanza per diffondere il nostro lavoro.

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Evan: Quando pubblichiamo i nostri lavori su Internet, lo facciamo intenzionalmente. Internet è la più grande tecnologia per graffiti disponibile, se vuoi dare visibilità ai tuoi lavori. Ovviamente avere un buon contenuto è il fattore principale per avere più diffusione…

James: E non semplicemente un “buon” contenuto, ma un contenuto unico, quello che Jonah Peretti chiama the “holy shit factor”: qualcosa che per esempio M dot Strange ha, qualcosa che in qualche modo abbiamo anche noi. Un ingegnere e un architetto che si sono messi assieme per fare graffiti con tecnologie open source tramite Internet, per spingere l’open source fin dove i media più grandi ci lasceranno andare…. 


http://graffitiresearchlab.com/

http://muonics.net/blog/index.php?postid=15

http://fffff.at/

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