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Andrea Marutti: Italian Experimental Underground

Probabilmente i lettori di Digimag inizieranno ad essere abbastanza annoiati da questi prologhi sul perché scelgo di intervistare qualcuno; purtroppo per voi, più va avanti il tempo e più mi convinco che sia importante esplicitare le motivazioni che stanno dietro agli articoli.

Bene. Qualche settimana fa ero ad una serata Trok! al Torkiera di Milano (che per chi se lo fosse perso è uno dei pochi spazi dell’infausta metropoli che, tra le altre cose, continua a promuovere seriamente la sperimentazione musicale) e stavo ragionando con Marco Mancuso sui potenziali intervistati. Ad un certo punto ho visto il banchetto di Afe Records e mi sono chiesto: “Possibile che non abbiamo ancora intervistato Andrea Marutti, uno dei personaggi chiave dell’underground sperimentale negli ultimi dieci anni?”. Si, è possibile. Quindi qua faccio ammenda e rimedio.

Andrea Marutti, a. k.a. The Afeman a. k.a. Amon a. k.a. Never Known a. k.a. Lips Vago a. k.a. in un bel pò di altri modi, è un musicista che si è dedicato a quel genere oscuro e dai confini non definiti che è la dark-ambient, sconfinando spesso e volentieri in altri territori con le sue molteplici collaborazioni; ed è l’uomo dell’Afe Records, piccola ma conosciutissima etichetta di culto che si dedica “ad abbatterete le barriere nella musica elettronica del 1995″ .

Sintetizzare in un’introduzione il complesso panorama su cui lavora è un’impresa troppo ardua, quindi non vi rimane altro che leggere quello che sta qua sotto.

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Bertram Niessen: E’ abbastanza chiaro il fatto che Afe Records ha una linea editoriale molto precisa, nonostante il fatto che si vada da musicisti tutto sommato abbastanza pop come Bugo a estremisti come Maurizio Bianchi. In alcuni dei generi che possono attraversare il tuo raggio d’azione a volte è veramente difficile dire cosa è realmente interessante e cosa non lo è. Come scegli cosa pubblicare?

Andrea Marutti: Beh, innanzitutto non vorrei passare per uno che si diverte a cavalcare l’onda altrui, quindi credo di dover fare una doverosa precisazione: su Afe, Bugo ha partecipato “ufficialmente” con il suo nome soltanto a un progetto di remix che ruotava intorno a un brano del mio alter ego Wolkspurz & Ramirez realizzandone, per l’appunto, una sua versione… E’ apparso anche su un disco – ora esaurito – che consta di un’improvvisazione un po’ “alcoolica” realizzata in collaborazione con Rico dei Uochi Toki, ma lungi da me l’idea di affermare d’aver pubblicato su Afe un disco di Bugo! Per Maurizio Bianchi invece il discorso è ben diverso: “Zehn Tage (Touka)”, il suo album realizzato insieme ai tedeschi Telepherique, è stato un lavoro molto importante perché al momento della pubblicazione si trattava della sua primissima collaborazione con un altro artista in una carriera già più che ventennale. Guarda caso, si trattava anche del primo vero e proprio CD pubblicato da Afe in “solitudine”, senza l’aiuto di altre etichette più affermate.

Tra l’altro, nelle uscite previste su Afe al prossimo giro ci sarà ancora un disco di Maurizio, questa volta realizzato in collaborazione con l’Israeliano Maor Appelbaum. Concentrandomi meglio sul contenuto della domanda, penso tu abbia colto una sfumatura che, per chi è estraneo alle modalità e alle pratiche di condurre un’etichetta, è difficile notare. A volte infatti, nella musica sperimentale, il confine tra quello che può essere considerato un lavoro di qualità e un’emerita schifezza, tanto per chiamare le cose con il loro nome, è molto sottile. Io stesso in certi casi ho avuto dei grossi dubbi in merito ad alcuni dischi che poi ho deciso di pubblicare. Per fortuna le mie perplessità sono sfumate definitivamente nel momento in cui ho potuto constatare la bontà con cui tali uscite sono state accolte, sia dagli abituali ascoltatori che in sede di recensione. In tutta sincerità devo ammettere che qualche volta è accaduto anche il contrario: ci sono state almeno un paio d’occasioni in cui dischi che io consideravo dei piccoli capolavori hanno invece soddisfatto ben poco le orecchie altrui… L’unico vero metro che seguo nello scegliere cosa pubblicare sull’etichetta è il mio personale gusto, tuttavia è cosa buona e giusta che tra le numerose uscite ce ne sia anche qualcuna che aiuti a far quadrare meglio i conti, quindi talvolta anche la vendibilità ha il suo peso. D’altra parte posso affermare in tutta tranquillità di non aver mai pubblicato materiale di cui non mi sentissi realmente soddisfatto, vendibilità o meno.

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Bertram Niessen: Come sa chi frequenta un po’ i giri “rumorosi”, il panorama italiano della musica sperimentale è molto vivo. Allo stesso tempo, sembra che non esistano delle vere e proprie “scene”… Secondo te questo a cosa è dovuto? E’ una cosa che vedi anche all’estero o ti sembra una peculiarità tutta Italiana?

Andrea Marutti: Personalmente non sono un fan del “rumore” in senso lato, a meno che esso non venga incanalato in strutture più complesse e arrangiato secondo canoni che gli conferiscano uno sviluppo e un’identità adulta. Tenderei quindi a non mettere troppo vicini tra loro gli aggettivi “rumoroso” e “sperimentale”, perché ritengo sia fin troppo semplice tacciarsi, o essere tacciati, di sperimentalità facendo del banale fracasso senza senso… Non credo di avere in mano gli elementi necessari per affermare che in Italia esistano o no delle scene vere e proprie legate alla musica elettronica sperimentale. Sulle riviste – e anche nei magazine on-line, ovviamente – pare sia un continuo fiorire di “nuove scene”; potrò anche sbagliare, ma credo che ciò sia utile soltanto come contributo alla creazione di nuovi trend e poco altro. Certamente nel nostro paese, come in qualsiasi altra parte del mondo, ci sono dei gruppi di persone che, sentendosi affini sul piano musicale e/o personale, organizzano happenings, collaborazioni, etc.

Bertram Niessen: Andrea Marutti, The Afeman, Amon, Never Known, Lips Vago… I tuoi progetti sono usciti con nomi diversi. Esiste un progetto “ombrello” di cui gli altri sono filiazioni, o si tratta di escrescenze identitarie indipendenti?

Andrea Marutti: Sì, e ce ne sarebbero pure altri… Beh, direi proprio che l’ombrello di cui parli sono io e il mio desiderio di esprimermi in vari contesti musicali utilizzando strumenti e modi differenti. Il fatto di frequentare generi diversi, e avere adottato svariati pseudonimi per rappresentarli, ha fatto sì che, nel corso degli anni, fossero gli alias ad affermarsi piuttosto che la singola entità che ci sta dietro. Così, nella scorsa decade, con il “successo” in campo Dark-Ambient del mio progetto Amon, per un lungo periodo sono stato identificato in quel modo. In parecchi sono arrivati addirittura a chiamarmi così di persona, riferendosi a me con quella sigla piuttosto che con il mio nome di battesimo. Con l’affermarsi di Afe, in anni più recenti, lentamente c’è stata una transizione che, a partire da Amon, ha portato all’identificazione/simbiosi tra me e l’etichetta che gestisco.

Autoproclamatomi “The Afeman” – mea culpa, dunque – la cosa mi è bonariamente sfuggita di mano e la maggior parte delle persone che mi ha incontrato negli ultimi quattro/cinque anni mi conosce in quel modo. Si può quindi dire che per “il pubblico” – e spesso, non solo – sono quindi passato da Amon ad Afe/Afeman senza mai essere stato Andrea Marutti… Già da diverso tempo ho cominciato a pubblicare materiale utilizzando il mio nome proprio; ora, nell’ottica di recuperare pienamente la mia identità – musicalmente, in rete e nella vita di tutti i giorni – sto cercando di attuare anche altre misure perché mi ha un po’ stancato essere identificato con i vari nicknames che uso o che ho usato in passato. Presto uscirà un disco a mio nome per una grossa etichetta del settore, credo che ciò potrà contribuire almeno in parte a raggiungere l’obiettivo che mi sono prefisso. Ripeto, il mea culpa sulla situazione che si è creata è d’obbligo, ma credo non sia mai troppo tardi per correggere il tiro. Spero che dall’esterno ciò non sia percepito come un segnale di imborghesimento o, peggio, come un misero tentativo di “tirarsela” in qualche modo: Amon, Afeman o altro non cambiano la sostanza e io resto sempre la stessa persona indipendentemente dal modo in cui ci si riferisce a me, ma in un percorso di vita in cui già sento fin troppo prepotentemente diverse altre carenze, vorrei semplicemente essere chiamato con il mio nome, nient’altro.

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Bertram Niessen: Parlando un po’ dei tuoi progetti musicali, quanto è facile suonare in giro per chi si occupa di musiche così di nicchia? O forse, ancora prima, dovrei chiederti se è un problema che ti poni o meno…

Andrea Marutti: E in effetti non me lo sono davvero mai posto questo problema, nel senso che all’attività dal vivo ho sempre prediletto quella in studio, ambiente che mi è sicuramente più congeniale. Detto questo, se la memoria non mi tradisce, credo di non aver mai risposto negativamente alle richieste che mi sono state formulate in merito. La totalità dei concerti che ho eseguito a partire dal 1997, è sempre stata dunque frutto di inputs esterni, accompagnati – almeno nei primi tempi – dalla mia curiosità di misurarmi in un contesto live per vedere come sarei riuscito a rendere in concerto le composizioni frutto di un lungo lavoro in studio. Una volta esaurita la spinta iniziale, ho cominciato ad annoiarmi e a considerare i concerti più uno sbattimento inutile che altro, arrivando quasi ad abbandonare questo tipo di attività.

Soltanto a partire dal 2005 ho sviluppato un nuovo set basato quasi interamente sull’improvvisazione che mi ha permesso di trovare nuovi stimoli rendendomi mentalmente più disponibile all’idea di suonare dal vivo. Se non si hanno molte pretese (economiche e tecniche) o esigenze particolari credo sia estremamente facile trovare luoghi in cui poter proporre il proprio live-set, e questo anche per chi si muove all’interno della musica sperimentale e di ricerca. Purtroppo nella maggior parte dei casi i luoghi disponibili si rivelano inadatti dal punto di vista dell’acustica o del supporto. Per non parlare del fatto che i concerti vengono spesso fruiti da un pubblico che è composto per la maggior parte da habitué e non da persone che si trovano lì perché veramente interessate alla performance. Credo non vi sia nulla di peggio che suonare di fronte a un pubblico vociante, impegnato in amichevoli conversazioni con gli amici al tavolo e totalmente disinteressato alla proposta sonora in corso. Quando mi capitano situazioni del genere esprimo il mio disagio alzando i volumi e saturando le frequenze più alte dello spettro e poi vediamo chi vince: se non è prevista la presenza di un fonico al controllo del mixer di sala solitamente sono io a trionfare. Ma non sarebbe certo quello il motivo della mia presenza in loco in quel dato momento, e ciò non può che contribuire a generare in me un sentimento di tristezza e a suggerirmi di desistere dal propormi in situazioni che non considero ottimali. Solo fino alla volta successiva, naturalmente.

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Bertram Niessen: Ad ogni modo, la cosa che ho sempre trovato interessante è il fatto che musica particolare si ascolta in luoghi particolari. Ce n’è qualcuno dove hai suonato che ti ha colpito più degli altri?

Andrea Marutti: Sì, anche perché da quanto ho affermato rispondendo alla domanda precedente, sembra che io abbia suonato esclusivamente in qualche bar e ciò è oltremodo inesatto. Nel Luglio del 1997 ho avuto modo di partecipare a un festival che si è svolto a Bologna all’interno dei padiglioni fieristici cittadini. Il palco era posto in un ampio piazzale proprio in mezzo alle due altissime torri progettate dall’architetto giapponese Kenzo Tange. L’imponenza di queste costruzioni era tale da rendere l’esperienza veramente unica. Pochi mesi fa invece, durante l’estate, ho suonato ad Archiaro – una piccola località situata in provincia di Catanzaro – nel bel mezzo di un terreno agricolo convertito in parte a uso museale/artistico dal suo proprietario, il mio amico Tommaso Cosco, grande ascoltatore di musiche “altre” e “contadino spirituale”.

Suonare in mezzo alla natura, ascoltare la mia musica diffondersi in armonia tra i colli e la vallata circostanti, nonché tra i presenti convenuti per l’avvenimento seduti tra gli ulivi, è stato appagante a livelli altissimi. Ricordo con molto piacere anche la serata che ho tenuto nell’Ottobre 2004 al Lab12 di Vigevano, quella che per diversi anni è stata la casa della mia amica Patrizia / Madame P. Era parecchio tempo che non suonavo dal vivo e in quell’occasione il Lab era affollato più che mai, pieno di persone, gente che non incontravo da diverso tempo e amici venuti anche da lontano proprio per vedermi suonare. Sono stati un concerto e un periodo fantastici e irripetibili a cui ora ripenso con tanta soddisfazione e un’enorme nostalgia.

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Bertram Niessen: Come lavori sulla tua musica? Parti da un concept oppure sei più interessato all’improvvisazione?

Andrea Marutti: Diciamo che le cose non avvengono sempre nello stesso modo. Talvolta ho un’idea in mente e provando a realizzarla posso avere un successo diretto, oppure il tentativo fatto in quella determinata direzione resta tale e a sorpresa si creano le condizioni per generare qualcosa di radicalmente diverso. Ci sono periodi in cui lavoro su dei suoni e li metto da parte; in seguito vado a ripescarli e cerco di creargli intorno una struttura che possa valorizzarli e completarli. Negli ultimi anni ho realizzato diverso materiale attingendo dalle registrazioni dei miei concerti – improvvisati e non – modificando i contenuti originali e usandoli come basi su cui costruire brani di forma più compiuta. A parte gli esperimenti con diversi registratori dei primi anni, un tempo la mia musica – indipendentemente dal fatto che fosse di natura “ritmica” o meno – veniva organizzata con un sequencer e si basava in gran parte sull’uso di sintetizzatori. Con il passare degli anni ho cominciato a usare anche un paio di campionatori ma ho quasi completamente abbandonato il midi.

Attualmente prediligo lavorare utilizzando software di montaggio audio. Mi avvalgo di diverso outboard esterno, effetti e pedali, ma non disdegno certo l’utilizzo di plug-ins dedicati che affiancano tutta la strumentazione a mia disposizione, integrando nel processo anche field-recordings ed elettronica “povera”. Una cosa che mi mancava, fatto salvo per alcune sporadiche eccezioni come remix e “prestazioni di mano d’opera”, era il confronto diretto con altri musicisti. Ciò si è concretizzato nelle collaborazioni con Giuseppe Verticchio/Nimh nel progetto “Hall of Mirrors”, con Andrea “Ics” Ferraris (Ur, Airchamber 3 e molto altro) in “Sil Muir” e, più recentemente, con Davide Del Col (Ornament, Echran) nella nostra creatura “Molnija Aura”. Queste collaborazioni mi hanno portato a conoscere e sperimentare ulteriori metodi compositivi e modalità espressive, arricchendo il numero delle soluzioni sonore a mia disposizione.

Bertram Niessen: Un’ultima domanda su Afe Pins, che a Milano sembra essere diventata una mania (moda no… credo che essere cool c’entri abbastanza poco). Come sta andando? Come scegli cosa stampare? Qual’è il tuo rapporto con le persone che vengono al banchetto?

Andrea Marutti: Guarda, io spero sinceramente che questa piccola mania continui a crescere e a diffondersi tra il maggior numero di persone possibili… Direi dunque che sta andando davvero molto bene. Ho sempre avuto il pallino delle spillette, ricordo che già da bambino mi piaceva indossarle pur senza conoscere i soggetti a cui esse facevano riferimento. Qualche anno fa ho scelto di far produrre alcune spillette Afe per utilizzarle come gadgets promozionali, poi a un certo punto ho deciso di creare le condizioni perché potessi arrangiarmi da solo, seguendo il naturale istinto che mi porta a desiderare d’essere indipendente nel realizzare ciò che più mi preme. Così ho acquistato quanto necessario e sono partito. Durante i banchetti allestiti in occasione di alcuni concerti le spillette hanno destato l’interesse del pubblico e, al di là delle pins da vendere singolarmente, ho cominciato a ricevere commissioni per realizzare centinaia di pezzi per conto di bands, etichette, etc.

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Considero Afe Pins un’entità completamente separata da Afe Records, e l’approccio che ho alle due cose è assai diverso: vedo l’attività di “spillettaro” come qualcosa di simile a un vero e proprio lavoro, nel senso che si tratta di un’attività più “impersonale” e in cui mi sento meno coinvolto emotivamente rispetto alla gestione dell’etichetta. Ciò che intendo dire è che posso benissimo realizzare un lavoro per un gruppo anche se magari il disegno che hanno scelto per le loro spillette non mi piace, mentre non me la sentirei mai di pubblicare un disco trovandomi nelle stesse condizioni. L’etichetta è un’attività che porto avanti più che altro per me stesso, perché mi fa’ sentire bene occuparmene. Le spillette invece costituiscono un’importante voce in attivo della mia economia domestica. Mi diverto un mondo portando in giro il banchetto Afe nelle varie situazioni disponibili a ospitarlo; la cosa più bella è proprio il rapporto che si viene a creare con le persone che curiosano tra il materiale disponibile. Le spillette offrono un’infinità di argomenti di conversazione, rendendo assai piacevole il fatto di essere lì a proporle. Molti dei soggetti raffigurati mi vengono suggeriti proprio dalle persone che visitano il banchetto. Le richieste altrui sono quindi uno dei parametri con cui scelgo cosa realizzare, gli altri sono costituiti dai miei disparati interessi, che talvolta mi conducono a produrre pins ai limite dell’assurdo e pure oltre.

Bertram Niessen: Chiediti, se vuoi, qualcosa.

Andrea Marutti: Ah, ma qui siamo dalle parti di “Si faccia una domanda e si dia una risposta”… Dunque, visto che siamo alla fine non ci starebbe male un classico del tipo “Che cosa bolle in pentola?” oppure “Che progetti hai per il futuro?” a cui risponderei in questo modo: Da qualche tempo ho cominciato i preparativi per la pubblicazione delle prossime uscite Afe che dovrebbe avvenire nell’Ottobre 2008. Forse ci saranno una manciata di dischi che usciranno qualche mese prima, ma ancora non se sono certo. Negli ultimi anni il numero delle uscite dell’etichetta è aumentato costantemente, passando dalle sei del 2004 alle ventiquattro del 2007. Credo che sia proprio impossibile fare di più, anzi, così è già fin troppo. Il prossimo anno cercherò di fare in modo da riuscire ad abbassare un po’ la quantità delle produzioni perché credo di aver raggiunto il limite delle mie possibilità. In ogni caso, tra i dischi in programma ci sono almeno i seguenti: un album inedito composto dell’americano John Hudak, la riedizione (con aggiunta di bonus tracks) a nome Amon vs. Mortar dei brani pubblicati su vinile da Oktagön nel 2000, il già citato disco di Maurizio Bianchi insieme a Maor Appelbaum, il ritorno di Brian Lavelle con un album nuovo di zecca e una collaborazione piuttosto “intensa” tra Daniele Brusaschetto e i norvegesi Origami Galaktika.

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Al momento attendo di ricevere materiale da diversi altri musicisti italiani e stranieri, ma nulla è ancora stato deciso definitivamente. A livello personale, dovrebbe presto concretizzarsi la prima uscita in CD a mio nome per Nextera, l’etichetta della Repubblica Ceca che ha già in catalogo musicisti del calibro di Lustmord, The Hafler Trio, Clock DVA e molti altri. Alcuni esperimenti assai più “aggressivi” di quelli in cui sono solito cimentarmi, da tempo aspettano di essere pubblicati su vinile da parte di un’etichetta americana, spero che ciò possa accadere presto. Il secondo capitolo del progetto “Hall of Mirrors”, registrato durante l’estate, è ancora in attesa di trovare una collocazione precisa, così come “Utopian Suns”, il disco d’esordio di Molnija Aura, e il debutto senza titolo di Sil Muir.

Spero che soprattutto quest’ultimo possa trovare casa al più presto, visto che nel frattempo abbiamo già assemblato parecchio altro materiale che ora è in fase di rifinitura. Sempre a proposito di Sil Muir, il prossimo anno l’etichetta francese Taâlem pubblicherà un MiniCD-R che contiene due nostri brani rielaborati dall’americano Mike Palace / Horchata. Un mio pezzo della durata di circa quindici minuti è stato recentemente incluso nel secondo volume della compilation Table For Six: All Quiet? uscita per l’etichetta belga EE Tapes; altri brani faranno presto la loro comparsa su un 4-way split e su una compilation a cura della neonata Kosmik Elk Mind. Non mi viene altro in mente per ora…

Vorrei davvero ringraziarti per l’intervista e per avermi ospitato su Digicult. 


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  • Bertram Niessen Bertram Niessen

      Bertram Niessen, ricercatore ed artista elettronico. Come docente, autore e progettista si occupa di uno spettro  ampio di argomenti: spazi urbani, economia della cultura, DIY 2.0 e manifattura distribuita, culture della rete e della [...]

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