Il mondo dei media, del digitale, dell’audio/video io l’ho scoperto per puro caso a scuola, anzi durante il primo anno di Università. Prima non mi sognavo neppure che cosa significasse; guardavo la televisione, andavo al cinema, vedevo video musicali, scrivevo e-mails, ascoltavo musica su cd. Però non avevo mai ricevuto un’educazione in merito, non avevo mai imparato a capire quali meccanismi stessero dentro e dietro agli strumenti che utilizzavo, quale fosse la storia che li aveva formati e sorretti. E quali gli sviluppi e le implicazioni per il futuro….

Spesso, fin da piccola, mi è capitato di ascoltare voci che si opponevano ad uno sviluppo tecnico e tecnologico, pensieri negativi sull’uso dei nuovi media, sul rapporto che le nuove generazioni possono instaurare con essi. Eppure, la prima volta che mi sono trovata ad affrontare criticamente il mondo dell’elettronica analogica, prima, e del digitale poi, ho pensato che se avessi conosciuto prima le dinamiche che stavano alla base di questi mondi, e qualcuno mi avesse insegnato quale potesse essere una giusta distanza da essi e mi avesse dato alcuni consigli per un loro utilizzo creativo e interpretativo, sicuramente avrei potuto godere prematuramente di tutti i vantaggi che il mondo dei media ha portato con sé e che ancora porterà. Non è questa la sede appropriata per una dissertazione in merito, tantomeno è mia intenzione fare un discorso generalista, ma un uso consapevole degli strumenti elettronici e digitali ed una conoscenza storica e teorica delle novità che i creativi, gli artisti e gli studiosi hanno saputo trarre da essi, a vantaggio di tutti, è soltanto uno dei validi motivi che può indurre ad intendere i nuovi media come uno strumento efficace attraverso cui guardare ed interpretare il mondo. Per questo, e per molte altre ragioni, accanto alla storia, alla filosofia, alla matematica ed alla letteratura, i bambini di oggi – che nascono e vivono in un mondo profondamente intriso dai media – possono conoscere ed imparare a “viverli” in modo consapevole.

Ho cercato, dunque, un buon esempio, raro, quasi unico in Italia, per parlare di questi argomenti, attraverso un’esperienza concreta, che incoraggiasse anche uno sguardo critico nei confronti di una certa “didattica dell’arte”, che avvicina bambini – e tante volte adulti – al mondo della contemporaneità creativa , all’arte contemporanea e ai nuovi media, che, sebbene sia connaturata al nostro tempo e dovrebbe pertanto essere vicina a noi ed al nostro modo di pensare, ne è spesso aliena ed ha quasi costantemente bisogno di essere spiegata e resa evidente, proprio perché ancora esclusa da tanti ambiti di cultura “popolare” come le scuole, i musei, i cinema, la televisione…

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Vinz Beschi è un modello esemplare per affrontare queste tematiche. Nato a Brescia, classe ’58, è diplomato al Conservatorio di Brescia e all’Istituto d’Arte di Guidizzolo, esperto Avisco in comunicazione audiovisiva e arti applicate, con particolare attenzione al rapporto tra suono e immagine e al mondo dell’infanzia. Come sottolinea nel suo curriculum è ” legato al mondo dell’infanzia…Convinto che ricercare nell’universo visivo-sonoro momenti di libera espressione insieme a bambine bambini, ragazze e ragazzi sia un modo per fare una “non arte” fuori dagli schemi di strutture rigide e competitive…”

Silvia Scaravaggi: Vinz, ti va di raccontarmi le tue prime esperienze in questo campo, come sei passato dal diploma al Conservatorio di Brescia, dall’attività di musicista alla comunicazione audiovisiva?

Vinz Beschi: Ricordo con piacere le emozioni che provavo quando da piccolo assistevo alle proiezioni casalinghe delle pellicole nelle quali si vedevano momenti di vita familiare che mio papà riprendeva con una piccola cinepresa 8 millimetri . E ricordo come la mia attenzione ad un tratto si soffermava su quelle macchie informali un po’ pelose che a volte apparivano sullo schermo, provocate da piccoli ciuffetti di polvere che si introducevano tra la pellicola e il fascio di luce del proiettore . Sembravano piccoli animaletti nati proprio dalla magia della proiezione che si muovevano a volte a scatti a volte lentamente fino a scomparire dopo aver attraversato tutto lo schermo. E poi il suono, il suono di quel piccolo bel proiettore Bolex Paillard che ora è in bella mostra nel mio studio. Suono che sembrava accompagnare perfettamente i movimenti di quelle macchie.

Credo che la mia passione per l’audiovisivo sia nata proprio in quelle proiezioni. Gli studi al conservatorio affiancati a quelli dell’istituto d’arte hanno dato concretezza al desiderio di scoprire come la parte più invisibile dell’inquadratura, i suoni, potessero entrare in relazione con la parte visibile, le immagini. All’età di 20 anni, mi è stata offerta l’occasione di insegnare educazione musicale alla scuola Audiofonetica di Mompiano in provincia di Brescia. Il contatto diretto con ragazze e ragazzi audiolesi che vedevano immagini senza udirne il suono corrispondente mi ha portato a pensare nuovi percorsi di educazione audio/visiva partendo dalla constatazione che, a differenza di un udente che può percepire un’immagine anche attraverso un suono, il loro modo di percepire le immagini avveniva quasi esclusivamente attraverso il silenzio. Silenzio che è stato ed è tuttora protagonista della mia ricerca “audiovisiva”.

Nell’aula di musica avevo una scatola trasparente, ermeticamente chiusa. All’interno una scritta: “In questa scatola di vetro trasparente è contenuto il silenzio, prezioso come un segreto, fragile o resistente come ogni indefinibile essenza. Fuori lontano, nel tempo e nello spazio, i rumori, l’aggressione sonora, la massa parlante, l’universo acustico, l’urlo violento degli esclusi”.

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Silvia Scaravaggi: Il tuo lavoro in video insiste particolarmente sul rapporto tra immagine e suono, penso ad esempio all’ispirato video “Strip Melody”, Omaggio a Cathy Berberian, che, oltre ad aver ricevuto numerosi riconoscimenti, sarà presentato il 23 novembre prossimo durante il Festival Cimatics di Bruxxel, nella rassegna di video d’autore curata da Claudia D’Alonzo per Digicult. Senza dubbio il legame tra sonorità e immagini è un aspetto sostanziale del tuo lavoro, ma un altro tema fondamentale su cui vorrei soffermarmi è il rapporto tra i bambini che frequentano i tuoi laboratori ed il mezzo video. Un esempio chiave è – a mio parere – l’opera “Di tutti i colori”, 14 minuti di video che sono il risultato di un laboratorio creativo con i bambini della PInAC di Rezzato (Brescia). Mi racconti questa esperienza di “Videoattivo”?

Vinz Beschi: L’esperienza di Videoattivo nasce soprattutto dall’incontro con Elena Pasetti, direttrice della PInAC, che ne ha colto le potenzialità e mi ha coinvolto in maniera entusiasmante in questa ricerca. Un’esperienza, quella del Videoattivo, che invita ad esplorare e scoprire nuovi significati, nuove “bellezze” e nuovi colori e aspetti nella realtà più “banale” degli oggetti che solitamente abbiamo intorno. In pratica, un esercizio di regia dello sguardo. In una postazione televisiva che prevedeva lo spiazzamento del punto di vista, i bambini hanno realizzato “in diretta” eventi visivi mediante il gioco compositivo ottenuto dalla manipolazione di liquidi e materiali plastici, il materiale “corpo”. Il mezzo televisivo, grazie al circuito chiuso, è diventato così un potenziamento dei sensi, una protesi fantastica per vedere diversamente, una “macchina per vedere ” e per reinventare la realtà.

Dopo tanti anni di laboratori di Videoattivo, questo della PInAC è stato uno dei più completi e gratificanti al cui risultato hanno contribuito un insieme di elementi in armonia tra loro, in particolar modo il sostegno, le indicazioni e i suggerimenti di Elena Pasetti che ha creduto fortemente in questa esperienza e gli spazi della PInAC, un piccolo scrigno dove bambini e adulti si sono trovati a loro agio liberi di provare, azzardare, manipolare secondo il loro istinto artistico. Da questa esperienza è nato il video ” Di tutti i colori “, una sorta di documento sulla creatività infantile, che evidenzia un percorso di ricerca/azione artistico-espressiva attraverso il quale abbiamo sperimentato, con una trentina di bimbi di cinque anni, le possibilità concesse dal sistema televisivo all’elaborazione infantile, nonché le opportunità espressive offerte proprio dall’esperienza senso-percettiva mediata dallo specifico del medium televisivo. Le immagini sembrano dovute al caso, al gioco, ma in realtà sono il frutto della curiosità, del divertimento e dell’inventiva di chi manipola gli oggetti con il gioco.

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E’ stato bello vedere bambini emozionarsi, divertirsi stupirsi, eccitarsi e gioire di fronte ad un grande schermo televisivo nel quale le immagini erano il risultato di una loro ricerca/azione espressiva. Commovente la loro capacità di coinvolgermi e trasmettermi emozioni, curiosità, gioia . Anch’io come loro sono stato, più di una volta, colto di sorpresa da ciò che accadeva sullo schermo. Schermo che lentamente ha perso la sua connotazione più tecnica per diventare una grande tela. Una tela elettronica sulla quale le immagini nate dai materiali più vari e di uso comune hanno lasciato affiorare qualcosa che solitamente è nascosto per fare emergere segni, trame, visioni di un mondo tutto da inventare e da scoprire.

La telecamera non si è lasciata sfuggire nulla. Ore e ore di immagini registrate su nastro digitale. Cosa fare di tutto questo prezioso materiale? L’idea è stata quella di un breve diario nel quale rivivere in altra forma le sensazioni, le emozioni, le sorprese provate durante l’esperienza diretta e attiva. E’ nato così un video dove se ne vedono di tutti i colori , dove attraverso un’operazione di taglia e cuci il materiale è diventato spesso irriconoscibile, attraversato da trasparenze e increspature che potrebbero far pensare all’uso di effetti di postproduzione, quindi di effetti speciali cui ci ha ormai abituato tanta televisione e cinema attuale e invece si trattava sempre e solo di farina, di schiuma, di dentifricio, di miele….

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La colonna visiva a questo punto è diventata lo stimolo per cercare suoni, rumori che attraverso sincronizzazioni realistiche, inusuali, ritmiche, melodiche potessero dare nuovi significati alle immagini, un nuovo ritmo alle sequenze. Un suono che ha dato spessore e concretezza alle emozioni provate dal vivo. Il video “Di tutti i colori” si chiude con l’immagine di un bambino con le mani dentro una bacinella piena di salsa di pomodoro, che sorride osservando alternativamente le sue mani rosse e l’immagine fantastica e stravolta riprodotta sulla grande tela. Un sorriso, un’espressione, uno sguardo ma soprattutto una gioia pura di fronte a questo piccolo “miracolo d’arte”, che coinvolgono e commuovono profondamente lo spettatore.

Silvia Scaravaggi: Questo tipo di lavoro unico in Italia, ed eccezionale anche a livello europeo, è, dunque, possibile grazie alla presenza della PInAC, la Pinacoteca Internazionale dell’età evolutiva “Aldo Cibaldi” del Comune Rezzato (Brescia). Secondo Elena Pasetti, direttrice della PinAc, qual è il significato e l’importanza di una realtà di questo genere in Italia?

Elena Pasetti: La PinAC e un’istituzione civica, che supera i confini del proprio territorio ed è impegnata a declinare concretamente l’intelligentemente locale di un museo-casa dei disegni dei bambini che ha per confini il mondo. Unica nel suo genere anche in Europa custodisce una collezione fortemente segnata dal carattere internazionale, racconta emozioni, sentimenti, pensieri e speranze di migliaia di bambini. La sua attività prevede azioni diversificate: raccoglie gli elaborati espressivi realizzati dai bambini in collaborazione con Scuole, Enti e Associazioni interessati a diffondere la Cultura visiva prodotta dall’Infanzia e la sua visione del mondo. Favorisce l’avvicinamento dei giovani alle forme dell’arte e all’espressione creativa. Costruisce offerte formative per insegnanti ed educatori nell’ambito dell’Educazione estetica e interculturale promuove e organizza incontri e atelier per genitori, educatori e adulti curiosi.

La casa della PInAC ha porte e finestre aperte. A partire dai bambini e dalle bambine, Rezzato si mette in relazione con i bambini e le bambine di tutto il mondo sul filo dei diritti. Il diritto alla creatività e all’espressività, tanto per cominciare, dei piccoli, ma anche quello per tutti fondamentale, il diritto alla bellezza. L’impegno a lavorare per coltivare l’espressività, per garantire una vita creativa, ribadisce, prima di tutto, l’irrinunciabilità ad avere una vita degna. Per disegnare ci vogliono matite e colori, bisogna avere acqua e pace, quindi nel DNA del lavoro della PInAC c’è anche l’impegno a garantire a tutti i cittadini, piccoli e grandi del mondo, il diritto ad una esistenza pacifica e serena, all’istruzione alla salute.

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Silvia Scaravaggi: Con il tuo lavoroi bambini si accostano all’arte ed in particolar modo al mezzo audio-video. In che modo si realizza questo avvicinamento? Come si inserisce il tuo lavoro, Vinz, nel mondo della “didattica dell’arte”?

Vinz Beschi: Permettimi una piccola citazione da Jean Dubuffet: ” L’arte non dorme nei letti che sono stati preparati per lei, fugge appena viene pronunciato il suo nome, ama l’incognito. I suoi momenti migliori sono quando si dimentica come si chiama “. Non è semplice oggi coinvolgere i bambini in percorsi legati all’arte. Proprio per la difficoltà di definire l’arte oggi. Mi piace pensare alla parola “arte” come molto vicina alla parola “arto”. Arto come mano; arto come occhio, orecchio…arto come telecamera. Io credo che partecipare insieme ad un gruppo di bambini, bambine, ragazzi e ragazze ad una esperienza nella quale insieme ci si accosta alle cose, ai materiali, agli oggetti che ci circondano, in un modo diverso, inusuale, sia un fare “arte” che trova la sua esistenza non tanto nel risultato ottenuto quanto nel fare collettivo. Quando questi bambini/ragazzi si soffermano con intensità su gesti quotidiani o azioni che possono sembrare insignificanti, come strappare un foglio di carta, rovesciare un vasetto di salsa di pomodoro, o pronunciare una parola senza senso, cercando di gustarne collettivamente forme, linee, suoni silenzi e colori, io credo che è in quei momenti che il significato della parola arte possa prendere forma.

Ma dove comincia l’arte e finisce il gesto ordinario? Eh! Come mi piacerebbe saperlo…Credo, comunque, non nella ricerca di nuove realtà, bensì in nuovi modi di rapportarsi all’esistente. Coinvolgere i bambini in esperienze circoscritte, vissute con i sensi attraverso l’occhio e l’orecchio della telecamera, vuol dire tenere in considerazione l’influenza che il campo audio-visivo gioca sulla formazione dell’identità e sullo sviluppo di capacità creative ed estetiche, quali strategie personali per interagire con gli altri e con la realtà li circonda.

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Silvia Scaravaggi: La PInAC è una realtà straordinaria, che permette di lavorare con i bambini accostandoli ai mezzi elettronici…A mio vedere, portare avanti un’attività di questo genere significa essere coscienti ed assumersi la responsabilità di avvicinare fin da piccoli bambini e ragazzi che saranno adulti in una società in cui i media permeano ormai l’intera esistenza. Non è, dunque, un modo per renderci coscienti fin da piccoli delle potenzialità del mezzo elettronico e digitale, ed insegnarci a comprenderlo, usarlo in modo creativo e personale, senza lasciarci sopraffare da esso?

Vinz Beschi: Certamente. Il rapporto bambini-ragazzi e tv è stato oggetto di moltissimi libri e saggi scritti da psicologi, sociologi, educatori. C’è chi sostiene che faccia male, chi bene, chi si pone nel mezzo, affermando che basta prenderla a piccole dosi. Lontano dal demonizzare la televisione o lodarne le sue doti, credo sia necessario che la scuola e gli altri spazi educativi, educhino i ragazzi a “guardare” e a vivere la televisione.

L’attività creativa/espressiva della ricerca “pennelli elettronici” della PinAC si affianca ad una serie di esperienze all’interno dell’ Avisco di Brescia, associazione culturale e professionale che ha lo scopo di promuovere attività per la ricerca, la formazione, l’aggiornamento sui linguaggi audiovisivi. Da oltre vent’anni, Avisco é impegnata a spronare bambini e ragazzi a saper vedere, ad utilizzare le cose (il mondo), rappresentandole con i linguaggi dell’immediatezza percettiva, come l’immagine ed il suono, a fare i conti con l’ingombrante presenza della TV, cercando strade per raccontare pensieri, esperienze e desideri.

Tra le tante, un’esperienza particolarmente significativa è ” Dentro il video, oltre la TV “, un progetto che si propone di “smontare” la televisione, facendo familiarizzare i ragazzi con il linguaggio televisivo attraverso un percorso teorico-operativo che vuole lasciare, per mezzo di attività ludiche ed espressive, ampio spazio all’immaginazione e alla creatività. Nel laboratorio audiovisivo hanno occasione di vivere queste opportunità: sperimentando le potenzialità espressivo-creative della tecnica del video, esplorano con gli occhi, le mani e il cuore, giochi e situazioni che diventano immagini elettroniche, televisione.

Intraprendere un percorso di produzione vuol dire non seguire un percorso lineare e regolare, descrivibile secondo un diagramma di flusso in tutti i suoi passaggi, ma attivare un processo concettuale di origine sperimentale, che ha la grande ambizione di dare conto di come funziona la mente.

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Silvia Scaravaggi: Che tipo di collaborazioni si instaurano lavorando in questo settore? Quali sono, a tuo parere, in Italia, le realtà più sensibili a queste tematiche?

Vinz Beschi: Oltre alla PInAC, dove ho la possibilità di effettuare percorsi di ricerca particolarmente legati alla creatività, svolgo il mio lavoro collaborando a progetti audiovisivi in molti istituti scolastici, dalla scuola dell’infanzia fino all’università. Inoltre, collaboro con altre istituzioni pubbliche e private che si occupano di educazione ai media. Come l’Avisco esistono in Italia altre realtà che si occupano di queste tematiche e che fanno capo al CIAS, Coordinamento Italiano Audiovisivi a scuola . Tra le tante ricordo: la Cineteca del Comune di Bologna, con il programma “Schermi e lavagne”; la Città di Torino, Divisione Servizi educativi, Iter, con gli storici laboratori “Immagine di via Millelire” e “Immagine 2″; il GET – didattica dell’immagine e l’Accademia del Cinema di Bari; Multimmagine di Bergamo; la Biennale del Cinema di Pisa; il Comune di Venezia – Servizi di Progettazione Educativa….

Silvia Scaravaggi: Anche il tuo ultimo video “Carta bianca”, che è stato selezionato e sarà presentato durante la prossima edizione di INVIDEO – Mostra Internazionale di video e cinema oltre – a Milano dal 7 all’11 novembre 2007, è frutto di un lavoro con i bambini? Hai voglia di darmi un’anteprima di come sarà?

Vinz Beschi: “Carta Bianca” nasce da un’esperienza di laboratorio che ha visto coinvolti un gruppo eterogeneo di ragazze e ragazzi tra i 12 e 15, anni provenienti dalla scuola media di Rezzato. Come quasi tutti i miei laboratori anche questo è iniziato cercando il silenzio dentro e fuori. Silenzio come lo spazio bianco di una tela pronta a ricevere pennellate. Un silenzio pronto per essere interrotto, infranto, accarezzato, bucato, etc. da pennellate visivo/sonore. Il silenzio può essere un foglio di carta bianca? Con un foglio di carta bianca possiamo rompere, stravolgere, ferire, colpire, bucare, strappare…il silenzio? Come?

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Su questa provocazione i ragazzi sono stati invitati a provare tutte le possibili azioni offerte da un foglio di carta. Ne è nata una situazione caotica, quasi incontrollabile, dove tutti hanno dato sfogo alla loro voglia di scatenarsi, producendo azioni e rumori molto intensi.

Una volta esaurito questo impulso irrefrenabile di distruggere e provocare, insieme abbiamo osservato il panorama composto da brandelli di carta sparsi per tutto lo spazio e, ritornando lentamente al silenzio, abbiamo raccolto tutto in sacchi fino a rendere lo spazio nuovamente libero. Ancora qualche attimo di silenzio. Ora saranno l’occhio e l’orecchio della telecamera a dover esplorare il foglio di carta bianca e catturare le azioni precedentemente sperimentate.

Ognuno ha scelto il “suo” gesto, visivo e sonoro, e lo ha realizzato davanti alla telecamera mentre altri 2 ragazzi erano cameraman e ciakkista.

“Carta Bianca” è la storia di un foglio di carta, senza senso ma pieno di “sensi”, dove all’inizio l’esito era indefinito, dove non si racconta nulla, forse piccolissime storie: senza inizio e senza fine. Storie sviluppate intorno al silenzio, al respiro, all’ascolto, al caos, all’azione. Una catena di suoni e immagini che si susseguono secondo un ordine mai stabilito ma che affiora nella casualità. Carta Bianca è stata una esperienza attiva, concreta, sensuale, nella quale i partecipanti si sono buttati senza timore, sorpresi dai loro stessi risultati, piacevolmente trascinati dalle immagini e dai suoni, dai loro gesti sopra, sotto, dentro fuori un foglio di carta bianca.

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L’esperienza di laboratorio è stata vissuta in un’atmosfera intensa ed il coinvolgimento fortemente emotivo ha fatto si che ragazze e ragazzi tra i 12 e i 15 anni, un poco spavaldi e provocatori, si lasciassero trasportare dall’idea di accarezzare, squarciare, colpire seccamente un foglio di carta…e anche dal gusto di cibarsene . Hanno mostrato una gestualità piena: le mani di un partecipante, che ha appena terminato la sua azione audiovisiva con la carta, chiudono l’esecuzione come un direttore d’orchestra termina un tempo lento. Ci si accorge che un semplice strappo nel foglio può rappresentare bene la lacerazione, la spartizione, la rottura o una lenta agonia. Il foglio e i gesti intorno a lui possono raccontare gioie e dolori. E perché no un piccolissimo omaggio a Lucio Fontana….ai suoi tagli e ai suoi buchi…

“Carta Bianca” sarà presentato, dopo INVIDEO, il primo dicembre all’interno del ” 20es Les instants video ” in Francia, nella sezione ” Vidéo ponctuée de poésie” .


www.vinzbeschi.it

www.pinac.it

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