Sei mesi dopo Interactiva 07, la Biennale dei Nuovi Media di Merida, e qualche migliaio di chilometri più a nord, nella capitale federale, si è appena conclusa la seconda edizione del festival Transitio Mx (12 – 20 ottobre 2007), progetto espositivo ed esplorativo dedicato al video ed all’uso creativo delle tecnologie.

Transitio Mx si è svolto nel Centro Nacional de las Artes, nel Centro de la Imagen, nel Laboratorio Arte e negli spazi pubblici della città limitrofi a musei e istituzioni artistiche. Un organizzazione imponente, che conta decine di curatori, produttori, montatori, addetti stampa, direttori artistici e reponsabili delle conferenze), a dimostrazione del fatto che in Messico qualcosa si muove ma c’è anche una ricezione ufficiale molto strumentale all’uso delle nuove tecnologie in ambito artistico (come raccontava Arcangel Costantini a Digicult quasi un anno fa http://www.digicult.it/digimag/article.asp?id=719). Il festival Transitio è organizzato dal Centro Nacional de las Artes, il Centro Multimediae e la collaborazione dell’Instituto Nacional de Bellas Artes.

Il Messico pare manifestare una propensione a produzioni e ricerche che coinvolgono tecnologie e media in contesti di sperimentazione non solamente procedurale ma anche sociale. Non tecnologie tout court ma piuttosto analisi del loro impatto nelle comunità locali (artisti, attivisti, spazi di produzione, spazi espositivi). Il tema del festival, intitolato Fronteras Nómadas, allude all’idea della frontiera come spazio di fluidità, passaggio, spostamento. Il border che sembra essere fisso su una linea di confine, nella realtà è mobile e mutevole perché assume forma e attitudini di chi lo oltrepassa, di chi si ferma per un periodo, o lo attraversa costantemente prendendo ogni volta la direzione opposta alla precedente.

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Dall’idea di proporre la frontiera come “nomade” nasce anche l’idea centrale dell’esposizione (una delle tre piattaforme su cui si sviluppa il festival, come vedremo), che vuole centrare la sua attenzione sulla comunità. L’idea del festival è insomma suggerire una possibile consonanza tra le frontiere geografiche – immagine per altro totalmente in linea con i nostri tempi, fatti di spostamenti di ingenti comunità umane per superare le frontiere fisiche che li dividono dall’idea di una vita migliore – e quelle disciplinari, che dovrebbero essere aperte, permeabili e decostruite per dare spazi a progetti ibridi ed opere aperte. Così come le frontiere sono ibride ed aperte, le pratiche artistiche che si fondano sulla sperimentazione e l’ibridazione di media e strumenti vecchi e nuovi e le comunità che le realizzano e le condividono sono comunità aperte ibride e orientate alla commistione. Sono comunità nomadi perché mobili; così come l’arte realizzata nel network è ubiqua e delocalizzata, senza una posizione geografica specifica.

Transitio Mx si articola su tre piattaforme: una mostra, un simposio ed un concorso.

Il concorso, che come dice il bando è aperto a producers e artisti che lavorano con video, suono, Net Art, installazioni, performances e arti sceniche, è stato switchato in tre premi. Sizigia, vinto con il progetto Identity States dal duo francese Brad Kligerman y Jamil Mehdaoui; Transitio, vinto dallo statunitenste Matt Roberts con il progetto di locative media ciclistico Cycles for Wandering; Transnational Communities, vinto dal collettivo formato da Ricardo Domínguez, Brett Stalbaum, Micha Cárdenas e Jason Najarro, per il lavoro Transborder Immigrant Tool.

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La piattaforma espositiva è senza dubbio degna di nota per la quantità di progetti e artisti proposti, ed è realizzata in tre sezioni curatoriali. Síntesis libre, curato da Eusebio Bañuelos, Sarah Minter, Ricardo Rendón y Karla Villegas, ha proposto una serie di performances (a 360 gradi, dalle azioni del Graffiti Research Lab nelle strade di Città del Messico alle performances A/V di Arcángel Constantini o Fernando Llanos) e contestualmente la loro documentazione e archiviazione nel Laboratorio de Memoria (Memory Lab), che contiene la memoria anche di tutti i processi curatoriali che hanno portato alla realizzazione di determinati eventi.

Della serie – confermando la scelta multidisciplinare del festival – la creatività passa per ogni azione del pensiero, da quella di un artista a quella di un critico o curatore che costruiscono un discorso usando non solo il linguaggio verbale o scritto ma anche quello della creatività. “Qualunque pratica – conferma lo statement curatoriale – atto o prodotto artistico è un modo di relazionarsi con il mondo”. Performances e azioni generate e discusse all’interno dei musei, vengono trasportate nello spazio urbano e presentate come feste, giochi, T.A.Z direbbe il buon vecchio Hakim Bey, per relazionarsi con una comunità di pubblico non specializzato.

(in).COMunidades, curata da Laboratorio 060 (lc060.org), collettivo di curatori/artisti/producers/organizzatori che hanno costruito un percorso di azioni e presentazioni i diversi luoghi – non ufficialmente devoti all’arte contemporanea – della città.

In fine Im_polis , curata da Ale de la Puente , Rogelio Sosa, Iván Abreu, Karla Jasso. Forse la sezione più importante e impegnativa del festival, con 29 artisti invitati con progetti pensati espressamente per il festival, tra cui Gustavo Romano, Young Hae-Chang Heavy Industries, Ricardo Miranda Zuniga e Lucas Bambozzi. Im_polis significa “dentro la politica”, per riattivare il discorso dell’inserzione dell’arte all’interno della vita sociale, usando i lavori di artisti che ricorrono spesso alla delocalizzazione del loro operato dal contesto artistico al reale.

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Il programma del simposio è stato ricco di interventi di critici, pensatori, artisti internazionali, in un misto di “think local e act global”, in cui le pop star del newmedia pensiero – come José Luis Brea – si sono mischiate ad artisti, critici ed accademici locali, per dare spazio a un dialogo che ragionasse non solo in termini astratti di “Teorie e Discorsi” da sostenere con il supporto di qualche filosofo europeo engagé, ma piuttosto in forma fattiva dando la voce a progetti locali – com’è il caso di Fran Ilich.

Interessante l’idea di dividere il simposio in due sezioni; una più teorica e critica, in cui si è discusso di arte e politica, migrazioni, globalizzazione, media e decentralizzazione con alcuni degli artisti invitati a Transitio insieme a critici e pensatori internazionali. L’altra, più orientata alla pratica, ha proposto workshop sull’uso di programmi open source per l’editing multimediale (dal testo al video), filmaking e anche di “open source tools for urban communication”, realizzato dall’Graffiti Research Lab.

Breve parentesi dedicata al confronto con il paradigma nazionale italico (ci vuole del resto). La spinta ufficiale verso i nuovi media e le tecnologia sembra si, come diceva Costantini, finalizzata alla creazione di un’immagine fresca, giovane e nuova, in tono con le pretese dei nuovi governi messicani (che dopo settant’anni di Partito Revolucionario Institucional hanno conquistato il potere dal 2000). L’uso del termine nuove tecnologie sembra – così come presentato nello statement curatoriale dell’intero festival – piuttosto vuoto, un bla bla bla di nozioni neoavanguardiste miste a qualche citazione ad hoc dei filosofi forti (in termini di legittimazione di discorso critico) come Deleuze, Guattari, Augé e chi più ne ha più ne metta, e termini così in voga nell’ambito dei nuovi media (interazione, disseminazione, globalized media ecc.ecc.).

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Ma basta guardare brevemente le interviste al comitato curatoriale delle tre mostre e dei simposia (contenute nella sezione Podcast del sito) e sentire parlare i giovani curatori, per capire che l’investire in progetti simili da parte delle istituzioni non è una scelta di miope copia di parole d’ordine alla moda. Significa anche spingere sulle intelligenze locali e dare la possibilità a chi lavora dall’interno di ricevere un’attenzione internazionale. Significa spingere sulle nuove generazioni di artisti, critici, pensatori, producers locali. Di favorire, al contrario di quello che sembra succedere in Italia, un’immigrazione di intelligenze dall’esterno verso il Messico, e non l’emigrazione di teste pensanti che non riescono a trovare sostegni per i loro spazi di costruzione e di immaginazione se non, come per fortuna succede ancora (si pensi all’Hackit) negli spazi autocostruiti, occupati, sottratti cioè alla disattenzione pubblica. 


http://transitiomx.net/

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